lunedì 5 marzo 2007

CORSO DI ARTITERAPIA

1° incontro
27 - 28 gennaio 2007. Michele Cavallo

Presentazione dei partecipanti senza che il Counsellor (C) faccia una richiesta specifica: ogni Utente (U) dice ciò che si sente di dire.

Chi è il Counsellor? E’ quello che sostiene, appoggia il cambiamento che l’U propone. Non deve mai togliere le responsabilità all’U, anzi quest’ultimo deve sapere ed aver chiaro che al C non interessa il cambiamento dell’U.
Il C non fa nessuna promessa di cambiamento, nessuna promessa di guarigione.
La prima cosa da fare nell’intervento è l’analisi della richiesta:
chi telefona?
Cosa richiede?
Chi l’accompagna?
Che tipo di rapporto si instaura fra i due?
Occorre fare un esame psichico accurato (per chi è terapeuta).
E’ molto importante chiarire il setting, dove cioè avverranno gli incontri, la loro durata, il costo, se saranno incontri di gruppo o individuali, ecc.
Si passa poi al contratto, cioè cosa l’U propone, cosa intende cambiare, capire di sé, ecc.
Ci si troverà davanti ad alcune polarità o dicotomie: la prima è sicuramente la fiducia/sfiducia da dare al C. Le regole della relazione scattano nei primi 5 minuti pertanto è fondamentale come l’U vivrà quel brevissimo lasso di tempo. Un’altra dicotomia è l’indipendenza/dipendenza, dove è essenziale che il C lasci la responsabilità del proprio cambiamento all’U. E’ senz’altro importante l’empatia, il gioco emotivo, ma, in alcun modo l’U deve diventare dipendente dal C. Fare responsabilizzare il cliente è un punto fondamentale; il C non deve fungere da specchio, la copia C/U non deve compiacersi a vicenda, in quanto tale è dinamica. La compiacenza è rischiosa ma soprattutto non porta a nulla. Le scelte le fa l’U perché è lui che vuole cambiare, è lui che è responsabile della propria vita.
Esempio: l’U ti chiede verbalmente di cambiare, ma spesso la richiesta vera è che il C lo accetti così com’è, cioè in pratica vuole solo sentirsi dire “vai bene così, non c’è bisogno che tu cambi”. In tal caso il C deve rimandare all’U la sua richiesta di cambiamento, e chiarire meglio con lui ciò che desidera ottenere.
Un altro punto essenziale è che il C, ma anche gli stessi U che fanno parte di un gruppo, non devono giudicare: ognuno ha il suo punto di vista, ognuno ha la sua storia, le sue emozioni, le sue norme. Ognuno deve fare le proprie scelte.
Un rischio che si può correre facendo il C è quello di diventare un padre o una madre per l’U. Il C deve portare il cambiamento e, se si comporta come un genitore, reitera il rapporto che l’U ha sempre avuto. Se non cambia la relazione che l’U propone, non avviene il salto e quindi il cambiamento.
Per raggiungere questo cambiamento, utilizzeremo 3 strumenti:
il teatroterapia, psicodramma quando si mette in scena una storia personale dell’U, drammaterapia quando si mette in scena una storia già esistente (es. L’Orlando furioso);
la videoterapia;
la narrazione.
Esistono molte altre forme artistiche che si possono usare come mediatrici nella relazione d'aiuto: danza, canto, disegno, ecc. Sono tutti cavalli di Troia, mezzi per esplorare le possibilità della propria esistenza in relazione a quella degli altri, reali o immaginari. Possono essere strumenti in grado di produrre cambiamento attraverso una ristrutturazione dell’esistenza. Così si può mettere in atto, durante la relazione d’aiuto, una trasformazione della persona nelle sue relazioni con sé stessa e con gli altri. Durante l’intervento d’aiuto abbiamo diverse possibilità per portare al cambiamento dell’U:
accentuare un comportamento verbale o non verbale per far prendere maggior consapevolezza all’U;
far notare direttamente un atteggiamento chiedendo all’U i significato che lui potrebbe dare a tale comportamento (perché ti mordi le labbra?);
lavorare sul vuoto, cioè su qualcosa che dovrebbe esserci e, stranamente, manca (parla dell’infanzia e non compare il padre.
Nel ruolo di C useremo molto il “come se...”, la metafora, il gioco delle alterità, alterità come altro. Un esempio di metafora per un bambino può essere il parlare di grotta al posto di casa. Proprio il bambino usa molto le metafore nel gioco: la paglia può diventare la criniera di un leone, una scopa può diventare un cavallo. Noi le useremo per toccare dei cardini nell’U, ma indirettamente, in modo più soft. Anche il teatro può essere usato in modo più o meno soft: per certi U l’Orlando furioso può essere troppo intenso da utilizzare. La scelta della metafora dipende da quanto l’U è in grado di reggere ed abbia voglia di mettersi in gioco. Ecco perché è necessario che il C sia profondamente elastico: deve fare il doppio gioco: parlare e lavorare allo stesso tempo col personaggio metaforico e direttamente con l’U, stando attento alle difese di quest’ultimo, alle sue aperture e alle sue chiusure. E’ l’U che decide di avvicinarsi, confondersi e riallontanarsi dalla metafora; ogni istante ha la possibilità di staccarsi dal ruolo e non vivere l’esperienza del momento in modo troppo travolgente.
In utenti particolari (quasi sempre patologici), il sintomo non va toccato perché è il mattone che regge tutta la casa. Ad esempio se togli la rabbia ad una donna che è stata tradita dal marito e che magari non ha risorse personali, rischia di ritrovarsi col vuoto interiore e può, in quel momento, non essere in grado di stare in equilibrio.

GIOCHI
Il gioco dell’oca
Tabella con diverse età e diversi momenti importanti della vita
Dividere la nostra vita in capitoli di un libro e, usando mezzo foglio A4, tracciare una linea che li descriva
Ogni U prende a caso un disegno fatto dal gruppo e narra una storia usando i tratti che se trova davanti
Brainstorming
Un U guarda una sua foto che ha con sè (nella patente...) e il disegno fatto da lui e improvvisa tanti movimenti quanti i capitoli della sua vita
Il C lo fa lavorare su questi movimenti, sul passaggio da un movimento all’altro (movimenti come metafora della vita, passaggi come ambiente esterno fatto di altri....persone, situazioni, avvenimenti).

2° incontro
17 - 18 febbraio 2007. Oliviero Rossi

GIOCO: il C chiede che ciascun U vada in centro e rappresenti sé stesso col corpo; gli altri possono svolgere vari ruoli: possono fungere da specchio, da sfondo, da supporto affettivo, ecc. Rappresentano il mondo della Figura, un punto di vista esterno dell’U al centro. Il C utilizza gli spettatori come meglio crede.
Il corpo è la rappresentazione di come l’U è nel mondo: il nostro corpo ha dentro di sé tutta la nostra storia, pertanto le posture sono il risultato della nostra vita. Ecco perché è importante per il C osservare attentamente il corpo dell’U che non è solo posture, ma calore, microposture, espressioni, voce, ecc. Il C deve sempre stare attento all’attivazione dell’U, al suo livello, al grado di turbamento. Ad esempio durante uno psicodramma, come mai l’U omette di rappresentare un elemento importante? Ancora, il gesto che fa l’utente, a cosa serve? Se è così frequente vuol dire che è significativo per lui. Quasi sempre è un gesto che serve per proteggersi.
Il C non sa dove sta andando, ma può notare i segni, può distinguere i particolari: non conosce il bosco (U), ma può leggerlo. Solo se c’è alleanza tra C e U avviene il passaggio affettivo.
Il C sposta l’attenzione dalla figura allo sfondo allo scopo di far vedere all’U qualcosa di nuovo, deve fargli sperimentare qualcosa che prima non vedeva.

La Gestalt parla di Organismo, di Corpo; il Sé è l’interazione fra l’organismo e l’ambiente. Il sé esiste se c’è interazione. Il C deve far notare all’U se la sua postura è funzionale e se non lo è, deve aiutarlo a cambiarla. Spesso la postura è una protezione: l’U si protegge perché ha paura di essere attaccato o di non ricevere quello di cui ha bisogno. La postura dell’U è spesso disfunzionale, perché non gli permette di vedere le cose in maniera obiettiva. Ecco perché è importante che gli spettatori gliela amplifichino di modo che possa capire la relazione che ha con l’ambiente.
Il C deve attivare le risorse dell’U lasciando a lui la responsabilità del cambiamento. E’ importante ricordarsi che chi si difende è anche pronto ad attaccare.
E’ il C che struttura la relazione, l’alleanza; non è il suo ruolo che la genera. Nella relazione entrambi sono importanti; la collusione tra U e C fa perdere la distinzione fra i due e allora il rapporto può portare alla confusione. Si può arrivare ad esempio a volersi bene o a scontrarsi, ma questo non ha niente a che vedere con il counselling. Se il C perde la relazione “Io e Tu”, si rischia di vedere nell’altro quello che l’altro gli evoca e quindi è molto probabile che si verifichi lo scontro. Il C non deve identificarsi con l’altro, ma deve vederlo come un “tu” che è possibile conoscere con delle piccole identificazioni, meglio chiamate “allucinazioni controllate”. Il C deve lasciarsi un po’ andare per poi distaccarsi sapendo che non può conoscere l’U se quest’ultimo non vuole farsi conoscere. L’innamoramento chiarisce bene il concetto di collusione: esso infatti è altamente inconsapevole, è un’allucinazione non controllata, al contrario dell’amore che ha dentro sé la consapevolezza.
L’unica differenza tra alleanza e collusione è quindi la consapevolezza, l’io e il tu non si devono fondere e se fra C e U nasce un legame amoroso, la relazione diventa un’altra cosa (esempio delle due gocce sul vetro che, scivolando, si fondono e formano un gocciolone e, quindi, colludono).
Dal primo colloquio si può vedere se c’è un margine di alleanza; sono tre gli elementi necessari perché questa si crei:
la comprensione cognitiva, cioè il C deve capire intellettualmente l’U; se lo sente troppo diverso (ad esempio uno psicotico), è meglio inviarlo.
l’empatia, che è la capacità di risuonare, di identificarsi appena con l’altro per poi confrontare se quello che risuona è la realtà dell’U o solo un’illusione del C.
la simpatia, l’U deve piacere al C. Se a pelle lo sente sgradevole, la relazione non dura.
GIOCO: gli U devono disegnare sé stessi in pochi minuti e scrivere nello stesso foglio un moto che sta bene a quella figura. Ci si divide in coppie e uno dei due avrà davanti il suo disegno e una sua foto (patente, carta d’identità, ecc.). Dovrà raccontare al compagno la storia che ha portato la persona della foto a diventare la persona che ha disegnato. Chi ascolta cercherà di essere empatico e di fare poche domande che abbiano a che vedere con le differenze fra le due immagini. La coppia cerca una posizione comoda e chi ha ascoltato racconterà una favola inventata al momento che abbia al suo interno il moto del compagno.
Si cambiano le coppie e chi ha ascoltato farà lo stesso lavoro con un’altra persona, invertendo i ruoli ma invece che inventare la storia, l’ascoltatore farà una rappresentazione del racconto usando il suo corpo. All’interno dalla creazione artistica l'U inserirà il moto del disegno che sta mettendo in scena.

Se il C si permette di evocare ciò che vede e sente, muove delle onde nell’U che possono aiutarlo ad acquisire consapevolezza di sé. Impiegando la favola, il movimento, il disegno e altre metafore, il C cerca di arrivare all’altro non utilizzando la cognizione e quindi si arriva con più facilità alle emozioni e alla consapevolezza. E’ però importante ricordarsi che il C sta proponendo solo “mezza” interpretazione.
Con il gioco su riportato, si è fatta una creazione artistica che apre all’U delle novità che lo portano a sintonizzarsi con alcune parti di sé molto profonde. E’ chiaro che l’U tende a proteggersi, a rappresentare sé stesso sempre uguale: è necessario che il C trovi quello che normalmente sfugge all’U e che normalmente contiene il tutto. Il paziente adulto ha molte esperienze, ma se queste da un lato lo aiutano ad affrontare le cose in maniera più efficace, dall’altro lo possono limitare perché l’esperienza non ti permette di vedere il nuovo, ciò che non conosci, l’ignoto.

GIOCO: si usa il disegno di un altro U. Viene posto al centro e si lavora per è cogliere le differenze, le discrepanze fra quello che c’è e quello che non si vede, fra la figura e lo sfondo, fra quello che l’autore del disegno narra e il suo tono delle voce, la sua l’espressività ecc. Occorre vedere se queste differenze evocano qualcosa all’U, sennò si mollano. Bisogna permettere all’U di esprimersi, rassicurandolo sul fatto che può anche sbagliare. Al C non interessa un bel disegno, una bella favole, un bel movimento, ma solo l’atto creativo. Per fare quest’ultimo non bisogna mai dare troppo tempo all’U perché più tempo gli si da e più stratifica le cose. Col poco tempo l’U sceglie quello che è più importante mettere e il C può analizzare quello che è stato messo e quello che è stato omesso.
E’ importante lavorare sempre con l’interfaccia dell’U; un po’ si lavora di fantasia, un po’ si evoca, ma sempre rapportandosi con chi ha fatto il disegno.

Esiste una netta differenza fra aspettativa e desiderio: l’aspettativa ha qualcosa di passivo in sé, porta il soggetto ad aspettarsi qualcosa dall’esterno. E’ spesso quello che succede tra due partner, dove entrambi si aspettano qualcosa dall’altro. In qualche modo l’aspettativa da per scontato che c’è un contratto tra due persone, ma se quest’ultimo non è chiaro, si può arrivare alla delusione. Il desiderio invece è più chiaro, porta al confronto, mette in situazione attiva: porta entrambi ad essere chiari “io voglio...”. Questo è quello che può succedere anche in un rapporto di counselling dove va ben chiarito il contratto, il desiderio. Nel costruire l’alleanza terapeutica bisogna chiarire se quello che vuole l’U può essere dato dal C.
I tre cardini della Gestalt sono:
la presenza;
la responsabilità (già spiegata nell’incontro precedente);
la consapevolezza; il C porta l’U ad una migliore consapevolezza del suo stare nel mondo; l’U è attivo, è lui che interpreta.

Il C lavora sulle sensazioni fisiche che l’U sente, facendo un piccolo gesto. Ad esempio l’U si accarezza la guancia. Che cosa sente quella guancia? Che cosa sentono quelle dita? Il C deve notare se ci sono discrepanze in quello che l’U dice: “come mai dita non sentite la guancia che toccate?” “Noi dita siamo qui per dirti che...”. Cosa sta provando l’U? Le emozioni che prova da quali pensieri sono date?
Durante un intervento di gruppo è importante che gli spettatori reggano la frustrazione di non fare commenti; è un modo di rispettare l’U.

GIOCO: ancora si utilizza dell’autorappresentazione. Esempio che età ha quella persona? Che cosa prova? Se l’occhio destro provasse un’emozione, che emozione sarebbe? Per aiutare l’U nella difficoltà della risposta, si può rassicurarlo affermando “ti sto chiedendo una banalità, perciò sei autorizzata a dire una banalità. Permettiti di sbagliare perché sono cose nuove”.

GIOCO. Tutti in cerchio: a turno uno va al centro e chiude gli occhi; gli spettatori si alzano uno alla volta ed esprimono toccandolo quello che sentono nei confronti di chi sta al centro. Quest’ultimo può aprire gli occhi quando vuole e in questo modo interrompe il gioco. Anche gli spettatori possono, se vogliono, fare a meno di alzarsi, ma per tutti vale la regola di non parlare fino alla fine dell’esercizio. Se si è in tanti, il gesto, l’interazione con chi è al centro deve essere molto breve. Alla fine dell’esercizio ci si divide in coppie scegliendo la persone che si conosce meno. L’uno racconta all’altro il proprio vissuto durante il gioco, come se l’esperienza avvenisse in quel momento: “mi sento impaurita”, “ho caldo”. In un secondo momento la coppia chiude gli occhi e ognuno immagina quello che ha appena ricevuto, si deve rivisualizzare le sensazioni che si sono appena provate. Si riaprono gli occhi, si condivide l’esperienza, e per ultimo (ancora con gli occhi chiusi) si cerca di capire ciò che ognuno non ha voluto raccontare all’altro. Si conclude l’esercizio condividendo quest’ultima cosa.
Marcella

giovedì 1 marzo 2007

Lezione del 28/01/07 M. Cavallo

DIFFERENZA TRA PISCODRAMMA E DRAMMA-TERAPIA
PSICODRAMMA: psicoterapia di gruppo che prende ispirazione dal teatro. Ognuno drammatizza la sua storia dando i ruoli agli altri compagni. Si parte comunque dall'immaginario del paziente.
DRAMMA-TERAPIA: lavora con il linguaggio teatrale per creare realtà immaginarie; si lavora su personaggi dati. Dove non c'è una domanda specifica di psicoterapia si usa il teatro nella sua grammatica per raggiungere un altro scopo.Il linguaggio teatrale è un evocatore potente per mettere in moto il cambiamento: LE COSE MOLTO FORTI A VOLTE EMERGONO TRAMITE MEZZI INDIRETTI. Usare il teatro come schermo su cui proiettare i propri sintomi: si elabora un vissuro attraverso un altra cosa, e ciò non è legato solo all'uso del liguaggio, allo sfogo liberatorio.
RESTITUZIONE NON VERBALE
Se si ritiene che un atteggiamento, una frase, che il cliente fa o dice è significativo, il counseller glielo restituisce: ripetendo una postura, chiedendo spiegazioni su un atteggiamento (es: perchè ti mordi il labbro?), ripetendo spesso una sua parola.
Il C. deve andare a colpire un vuoto, quello che il cliente non dice. IMPORTANTE: non dare garanzia della riuscita; modulazione della distanza( attraverso il testo dato, il personaggio dato, ma anche attraverso il genere)
ESERCIZI;
-gioco dell'oca autobiografico
-Schema su età/cose;risposta a domande; divisione della vita in fasi;
-Fare un grafico disegnando le fasi della nostra vita;successivamente prendiamo il grafico di un'altra persona e inventiamo una storia di fantasia in pochi minuti (TRASFORMAZIONE NARRATIVA SENZA ATTIVARE VISSUTI PROIETTIVI E INTERPRETAZIONI); Successivamente Roberta prende il suo grafo e prova a narrarlo con una partitura fisica (RICONOSCERE LA METAFORA NELLA METAFORA ALL'INTERNO DELLA PARTITURA)
-Esercizio della ripetizione di una partitura fisica data (si fanno emergere cose profonde e si possono modulare piano piano dall'esterno, quindi bisogna essere in grado di cogliere le sfumature). Individuare lo SCHEMA che si ripete e farlo diventare un PROCESSO
- esercizio sulla postura:studiare e ripetere una postura di un compagno, amplificandola.