“Meglio delle parole è l’esperienza diretta delle emozioni che può svelare la poesia a un animo realmente disposto a comprenderla”
VENERDI
Il laboratorio a Vallenera sulla Videoterapia inizia con la creazione del cartellone delle fotografie. Le foto vengono girate e mischiate e poi, a occhi chiusi, vengono tastate per prendere contatto con la loro forma e superficie (liscia, morbida, ruvida..).
Le foto pian piano riprendono vita, i ricordi iniziano a parlare, a darci informazioni in più sulla loro esistenza. Così come il caso nelle nostre mani ha voluto che si disponessero e si rianimassero vengono poste sul cartellone e a seguito incollate. Non importa se qualcuna è girata, se è storta o non rientra nel foglio.
Queste sono le nostre storia a cui abbiamo dato vita venerdì 20 luglio 2007.
E proprio da questo cartellone, così com’è, si parte per andare a vedere se qualcosa manca, o qualcuno. C’è forse una foto mancante? Un paesaggio, una persona o più persone che avremmo voluto mettere oltre i presenti?
Forse non ci abbiamo pensato in tempo, o forse non ci pensavamo da molto a quella foto là…, ma ciò che è importante è che adesso possiamo inserirla. Magari disegnarla noi stessi se non esiste.
Dalla foto nasce spontanea la poesia di quel tempo mancante, il sogno perduto, che trascriviamo in poche righe a fianco alle foto presenti.
“La letteratura sul processo creativo è piena di esempi d’improvvisi flash intuitivi da parte degli artisti inventori. L’implicazione è che l’intuizione ha qualità magiche, un miracolo divino. Ciò che non viene detto è che spesso l’inventore ha passato mesi, anni elaborando il suo materiale, che è stato la sua ossessione, che i suoi in gradienti sono stati in incubazione nel suo cervello”.
E’ seguito il lavoro di counseling con l’ausilio del video di M.
Lei centrale in mezzo al cerchio, noi intorno. Ognuno di noi prende una foto dal cartellone di M. e da voce all’emozione nascosta che la foto possiede. Emerge dominante il vissuto con il padre. Attraverso il video, M. può osservare una sua foto di famiglia, le posizioni posturali dei personaggi e le loro espressioni.
Grazie questo lavoro, comprendiamo come le foto forniscano vere e proprie impronte, indizi, che solo il proprietario della foto può intuire significativi per la sua storia.
E’ Proseguito il lavoro sul cartellone. Ci si è divisi in gruppi di lavoro di tre persone ciascuno, ognuno con una videocamera. Ogni componente del gruppo parla per 5 minuti del cartellone davanti al video: si presenta, dice cos’ha provato durante il lavoro, e infine legge la poesia del tempo mancante.
La sera si procede alla visione di un video autobiografico realizzato con l’IGF nel 2001 sul tema della madre assente. Di seguito qualche pensiero che vorrei condividere con voi sulla visione di questo video:
Stasera vado a dormire con A., tanto coraggiosa e amante della vita da realizzare questo video, e L., risucchiata dai nodi del dolore, che, se solo qualcuno glielo avesse spiegato, fa parte della vita di tutti e lei non è tanto diversa o ancor peggio malata solo se soffre. Solo perché si dimena tra i desideri e le insoddisfazioni della vita, tanto complessa che a volte per gli individui, tra i due istinti di nascita e morte, diventa più forte scegliere quello di morte.
L. una vita repressa, soffocata, offesa, una non vita perché la solitudine può diventare tanto agghiacciante se le domande sono così varie e profonde, così tante da perdersi se si rivolgono sempre al vento.
Allora la vita è complessa, penso, ma non solo ora, lo è sempre stata. Chissà qual è la molla che ti fa perdere le speranze, se è la solitudine data dall’incomprensione, il pensiero di non avere altre possibilità e l’unica possibile, la più vicina poi, quella di essere se stessi diventa così lontana e così irrimediabilmente sbagliata ..ma comprendo che più che trovare risposte è importante la ricerca, cogliere il senso nel percorso, e interrogarsi sempre sperimentando con piacere. Non dirsi mai: “No, non puoi” alla tua vita, perché equivale a dirsi “Non ne hai il diritto”.
Questo è più importante di tutto.
Amarsi, avere il coraggio di farlo. Avere il coraggio di A. che ammette in sé l’assenza della madre e lotta, a costo di sopportare un enorme dolore, usando certamente tutte le sue energie, per cercarla, amarla, ritrovarla, dare un senso a quello che è successo alla sua famiglia.
Il coraggio mio, del mio percorso, a tratti veramente difficile, distante da tutti, ma lotto, per essere quello che sono, per guadagnare spirito di ricerca e perdere paura, per sperimentarmi nella gioia, nella noia, nel coraggio, nella rabbia.
Mi viene in mente il “Hai diritto di proteggerti” di S. che fa pensare che sia possibile la prima poesia di R. “che bello volersi bene anche se non si sta vicini, anche nell’assenza”. Stasera penso anche che gioia condividere la stanza con queste persone coraggiose, che fortuna avere dei compagni di viaggio che lottano tenacemente!
Non voglio ansia per riempire i vuoti, voglio sentire quei vuoti perchè abbiano il potere, nella mia vita, di diventare creativi, qualcosa di nuovo.
Penso alle volte che inciampo, o che mi sento un po’ sola e un po’ smarrita, e penso che ci devo pensare, non trascurare, perché è da lì che si riparte, per ricreare gioia.
E’ un’ altalena, in cui non vale la pena svalutarsi così tanto da aver voglia di scendere.
SABATO
Si è introdotto il discorso sulla metafora attraverso la visione del film “Il Postino”.
Successivamente c’è stato un video partecipativo: ci siamo divisi in due gruppi, uno da 5 persone e uno da 4, ognuno con una videocamera. Ogni componente del gruppo ha parlato del suo cartellone, lo scopo era creare un video autobiografico di gruppo, ma ogni sequenza doveva contenere il sogno ritrovato di ciascuno.
Nel pomeriggio lavoro gestaltico di video counseling e di video confrontazione di C. sul tema della famiglia. C. prima ha potuto ricomporre la “foto girata” grazie al gruppo e, grazie allo strumento del video, ha potuto rivedere se stessa, nella foto, tra i membri della sua famiglia.
“Nel caso della videoconfrontazione, il soggetto parla con la sua immagine e in questo senso non c’è bisogno di stimolare un processo di proiezione e di identificazione perché l’altra parte è lì, parla, si muove, ed è in qualche modo reale. Le persone raccontano la loro storia concettualmente, quindi è necessario passare dai concetti ai fenomeni. L’immagine è un fenomeno percepibile direttamente, senza necessità di mediazioni o facilitazioni. La metodologia utilizzata è il dialogo tra le due opposte polarità, il dialogo tra l’immagine di me che si vede sullo schermo e il me che parla. L’immagine diventa il contenitore delle mie proiezioni, dei miei contenuti interni, nell’immagine proietto i miei contenuti interni e grazie alla facilitazione del terapeuta posso diventarne consapevole e renderli attuali e modificabili, posso attuare un dialogo che mi porti a una sintesi creativa”. ( Massara M. “Percorsi di videoterapia”)
Attraverso la videoterapia e le fototerapia, vado a incontrare me stesso e a vedere le discrepanze tra il me stesso di una volta, o di poco prima, e il me stesso di oggi. Polarizzo la mia identità ufficiale con un’altra meno conosciuta da me e meno strutturata. L’immagine rimanda a qualcosa di statico, il lavoro del counselor è di renderlo attuale attraverso una sorta di “scongelamento” emotivo - storico dell’immagine.
La videoterapia, come strumento dell’arteterapia, ha un aspetto molto socializzante per cui si applica bene nelle scuole e nelle aziende, ma soprattutto funziona bene se ogni partecipante ha la possibilità di sperimentare la sua creatività. Infatti, il counselor deve mettere i partecipanti in condizione di rischiare un pezzo di sé, della loro risorse. Per questo il video è un buon mediatore, perché permette di apprendere e sperimentare l’uso fantastico della mente e del corpo e aiuta lo sviluppo e l’esplorazione della manualità e del coordinamento. Inoltre, l’audiovisivo permette un recupero affettivo nel ri-esplorare le strutture in cui lo si usa, per esempio luoghi come la scuola e il luogo di lavoro, rivitalizza luoghi bui perché permette di vederli sotto un’altra luce.
DOMENICA
Si è riflettuto sul ruolo del counselor e sulle competenze che deve possedere attraverso la visione di alcuni video, percorsi di videoterapia, e alcuni spezzoni tratti da “The kid”. In particolare, questo ultimo video, è rappresentativo di come i genitori mettano in campo le loro capacità nel fare i genitori, e dunque semplicemente quello che hanno. Nel caso del counselor avviene la stessa cosa, metti in gioco le tue competenze più “quello che rischi di apprendere”!
….dunque per me scrivere questi appunti non è stato solo ripercorrere l’esperienza, ma farne un'altra, completare un processo di crescita e iniziarne un altro, ritrovare la metafore del piacere nel sogno ritrovato, per questo sarebbe assurdo descrivere come abbiamo completato il lavoro delle foto ..ognuno con la sua metafora …per uscire dal discorso della prestazione ed entrare in quello della relazione!!!
Grazie a tutti, perché più che mai questa volta ho sentito come il lavoro di ognuno è servito a quello di tutti.
VENERDI
Il laboratorio a Vallenera sulla Videoterapia inizia con la creazione del cartellone delle fotografie. Le foto vengono girate e mischiate e poi, a occhi chiusi, vengono tastate per prendere contatto con la loro forma e superficie (liscia, morbida, ruvida..).
Le foto pian piano riprendono vita, i ricordi iniziano a parlare, a darci informazioni in più sulla loro esistenza. Così come il caso nelle nostre mani ha voluto che si disponessero e si rianimassero vengono poste sul cartellone e a seguito incollate. Non importa se qualcuna è girata, se è storta o non rientra nel foglio.
Queste sono le nostre storia a cui abbiamo dato vita venerdì 20 luglio 2007.
E proprio da questo cartellone, così com’è, si parte per andare a vedere se qualcosa manca, o qualcuno. C’è forse una foto mancante? Un paesaggio, una persona o più persone che avremmo voluto mettere oltre i presenti?
Forse non ci abbiamo pensato in tempo, o forse non ci pensavamo da molto a quella foto là…, ma ciò che è importante è che adesso possiamo inserirla. Magari disegnarla noi stessi se non esiste.
Dalla foto nasce spontanea la poesia di quel tempo mancante, il sogno perduto, che trascriviamo in poche righe a fianco alle foto presenti.
“La letteratura sul processo creativo è piena di esempi d’improvvisi flash intuitivi da parte degli artisti inventori. L’implicazione è che l’intuizione ha qualità magiche, un miracolo divino. Ciò che non viene detto è che spesso l’inventore ha passato mesi, anni elaborando il suo materiale, che è stato la sua ossessione, che i suoi in gradienti sono stati in incubazione nel suo cervello”.
E’ seguito il lavoro di counseling con l’ausilio del video di M.
Lei centrale in mezzo al cerchio, noi intorno. Ognuno di noi prende una foto dal cartellone di M. e da voce all’emozione nascosta che la foto possiede. Emerge dominante il vissuto con il padre. Attraverso il video, M. può osservare una sua foto di famiglia, le posizioni posturali dei personaggi e le loro espressioni.
Grazie questo lavoro, comprendiamo come le foto forniscano vere e proprie impronte, indizi, che solo il proprietario della foto può intuire significativi per la sua storia.
E’ Proseguito il lavoro sul cartellone. Ci si è divisi in gruppi di lavoro di tre persone ciascuno, ognuno con una videocamera. Ogni componente del gruppo parla per 5 minuti del cartellone davanti al video: si presenta, dice cos’ha provato durante il lavoro, e infine legge la poesia del tempo mancante.
La sera si procede alla visione di un video autobiografico realizzato con l’IGF nel 2001 sul tema della madre assente. Di seguito qualche pensiero che vorrei condividere con voi sulla visione di questo video:
Stasera vado a dormire con A., tanto coraggiosa e amante della vita da realizzare questo video, e L., risucchiata dai nodi del dolore, che, se solo qualcuno glielo avesse spiegato, fa parte della vita di tutti e lei non è tanto diversa o ancor peggio malata solo se soffre. Solo perché si dimena tra i desideri e le insoddisfazioni della vita, tanto complessa che a volte per gli individui, tra i due istinti di nascita e morte, diventa più forte scegliere quello di morte.
L. una vita repressa, soffocata, offesa, una non vita perché la solitudine può diventare tanto agghiacciante se le domande sono così varie e profonde, così tante da perdersi se si rivolgono sempre al vento.
Allora la vita è complessa, penso, ma non solo ora, lo è sempre stata. Chissà qual è la molla che ti fa perdere le speranze, se è la solitudine data dall’incomprensione, il pensiero di non avere altre possibilità e l’unica possibile, la più vicina poi, quella di essere se stessi diventa così lontana e così irrimediabilmente sbagliata ..ma comprendo che più che trovare risposte è importante la ricerca, cogliere il senso nel percorso, e interrogarsi sempre sperimentando con piacere. Non dirsi mai: “No, non puoi” alla tua vita, perché equivale a dirsi “Non ne hai il diritto”.
Questo è più importante di tutto.
Amarsi, avere il coraggio di farlo. Avere il coraggio di A. che ammette in sé l’assenza della madre e lotta, a costo di sopportare un enorme dolore, usando certamente tutte le sue energie, per cercarla, amarla, ritrovarla, dare un senso a quello che è successo alla sua famiglia.
Il coraggio mio, del mio percorso, a tratti veramente difficile, distante da tutti, ma lotto, per essere quello che sono, per guadagnare spirito di ricerca e perdere paura, per sperimentarmi nella gioia, nella noia, nel coraggio, nella rabbia.
Mi viene in mente il “Hai diritto di proteggerti” di S. che fa pensare che sia possibile la prima poesia di R. “che bello volersi bene anche se non si sta vicini, anche nell’assenza”. Stasera penso anche che gioia condividere la stanza con queste persone coraggiose, che fortuna avere dei compagni di viaggio che lottano tenacemente!
Non voglio ansia per riempire i vuoti, voglio sentire quei vuoti perchè abbiano il potere, nella mia vita, di diventare creativi, qualcosa di nuovo.
Penso alle volte che inciampo, o che mi sento un po’ sola e un po’ smarrita, e penso che ci devo pensare, non trascurare, perché è da lì che si riparte, per ricreare gioia.
E’ un’ altalena, in cui non vale la pena svalutarsi così tanto da aver voglia di scendere.
SABATO
Si è introdotto il discorso sulla metafora attraverso la visione del film “Il Postino”.
Successivamente c’è stato un video partecipativo: ci siamo divisi in due gruppi, uno da 5 persone e uno da 4, ognuno con una videocamera. Ogni componente del gruppo ha parlato del suo cartellone, lo scopo era creare un video autobiografico di gruppo, ma ogni sequenza doveva contenere il sogno ritrovato di ciascuno.
Nel pomeriggio lavoro gestaltico di video counseling e di video confrontazione di C. sul tema della famiglia. C. prima ha potuto ricomporre la “foto girata” grazie al gruppo e, grazie allo strumento del video, ha potuto rivedere se stessa, nella foto, tra i membri della sua famiglia.
“Nel caso della videoconfrontazione, il soggetto parla con la sua immagine e in questo senso non c’è bisogno di stimolare un processo di proiezione e di identificazione perché l’altra parte è lì, parla, si muove, ed è in qualche modo reale. Le persone raccontano la loro storia concettualmente, quindi è necessario passare dai concetti ai fenomeni. L’immagine è un fenomeno percepibile direttamente, senza necessità di mediazioni o facilitazioni. La metodologia utilizzata è il dialogo tra le due opposte polarità, il dialogo tra l’immagine di me che si vede sullo schermo e il me che parla. L’immagine diventa il contenitore delle mie proiezioni, dei miei contenuti interni, nell’immagine proietto i miei contenuti interni e grazie alla facilitazione del terapeuta posso diventarne consapevole e renderli attuali e modificabili, posso attuare un dialogo che mi porti a una sintesi creativa”. ( Massara M. “Percorsi di videoterapia”)
Attraverso la videoterapia e le fototerapia, vado a incontrare me stesso e a vedere le discrepanze tra il me stesso di una volta, o di poco prima, e il me stesso di oggi. Polarizzo la mia identità ufficiale con un’altra meno conosciuta da me e meno strutturata. L’immagine rimanda a qualcosa di statico, il lavoro del counselor è di renderlo attuale attraverso una sorta di “scongelamento” emotivo - storico dell’immagine.
La videoterapia, come strumento dell’arteterapia, ha un aspetto molto socializzante per cui si applica bene nelle scuole e nelle aziende, ma soprattutto funziona bene se ogni partecipante ha la possibilità di sperimentare la sua creatività. Infatti, il counselor deve mettere i partecipanti in condizione di rischiare un pezzo di sé, della loro risorse. Per questo il video è un buon mediatore, perché permette di apprendere e sperimentare l’uso fantastico della mente e del corpo e aiuta lo sviluppo e l’esplorazione della manualità e del coordinamento. Inoltre, l’audiovisivo permette un recupero affettivo nel ri-esplorare le strutture in cui lo si usa, per esempio luoghi come la scuola e il luogo di lavoro, rivitalizza luoghi bui perché permette di vederli sotto un’altra luce.
DOMENICA
Si è riflettuto sul ruolo del counselor e sulle competenze che deve possedere attraverso la visione di alcuni video, percorsi di videoterapia, e alcuni spezzoni tratti da “The kid”. In particolare, questo ultimo video, è rappresentativo di come i genitori mettano in campo le loro capacità nel fare i genitori, e dunque semplicemente quello che hanno. Nel caso del counselor avviene la stessa cosa, metti in gioco le tue competenze più “quello che rischi di apprendere”!
….dunque per me scrivere questi appunti non è stato solo ripercorrere l’esperienza, ma farne un'altra, completare un processo di crescita e iniziarne un altro, ritrovare la metafore del piacere nel sogno ritrovato, per questo sarebbe assurdo descrivere come abbiamo completato il lavoro delle foto ..ognuno con la sua metafora …per uscire dal discorso della prestazione ed entrare in quello della relazione!!!
Grazie a tutti, perché più che mai questa volta ho sentito come il lavoro di ognuno è servito a quello di tutti.