domenica 29 luglio 2007

Intensivo videoterapia..Vallenera!



“Meglio delle parole è l’esperienza diretta delle emozioni che può svelare la poesia a un animo realmente disposto a comprenderla”

VENERDI
Il laboratorio a Vallenera sulla Videoterapia inizia con la creazione del cartellone delle fotografie. Le foto vengono girate e mischiate e poi, a occhi chiusi, vengono tastate per prendere contatto con la loro forma e superficie (liscia, morbida, ruvida..).
Le foto pian piano riprendono vita, i ricordi iniziano a parlare, a darci informazioni in più sulla loro esistenza. Così come il caso nelle nostre mani ha voluto che si disponessero e si rianimassero vengono poste sul cartellone e a seguito incollate. Non importa se qualcuna è girata, se è storta o non rientra nel foglio.
Queste sono le nostre storia a cui abbiamo dato vita venerdì 20 luglio 2007.
E proprio da questo cartellone, così com’è, si parte per andare a vedere se qualcosa manca, o qualcuno. C’è forse una foto mancante? Un paesaggio, una persona o più persone che avremmo voluto mettere oltre i presenti?
Forse non ci abbiamo pensato in tempo, o forse non ci pensavamo da molto a quella foto là…, ma ciò che è importante è che adesso possiamo inserirla. Magari disegnarla noi stessi se non esiste.
Dalla foto nasce spontanea la poesia di quel tempo mancante, il sogno perduto, che trascriviamo in poche righe a fianco alle foto presenti.

“La letteratura sul processo creativo è piena di esempi d’improvvisi flash intuitivi da parte degli artisti inventori. L’implicazione è che l’intuizione ha qualità magiche, un miracolo divino. Ciò che non viene detto è che spesso l’inventore ha passato mesi, anni elaborando il suo materiale, che è stato la sua ossessione, che i suoi in gradienti sono stati in incubazione nel suo cervello”.

E’ seguito il lavoro di counseling con l’ausilio del video di M.
Lei centrale in mezzo al cerchio, noi intorno. Ognuno di noi prende una foto dal cartellone di M. e da voce all’emozione nascosta che la foto possiede. Emerge dominante il vissuto con il padre. Attraverso il video, M. può osservare una sua foto di famiglia, le posizioni posturali dei personaggi e le loro espressioni.
Grazie questo lavoro, comprendiamo come le foto forniscano vere e proprie impronte, indizi, che solo il proprietario della foto può intuire significativi per la sua storia.
E’ Proseguito il lavoro sul cartellone. Ci si è divisi in gruppi di lavoro di tre persone ciascuno, ognuno con una videocamera. Ogni componente del gruppo parla per 5 minuti del cartellone davanti al video: si presenta, dice cos’ha provato durante il lavoro, e infine legge la poesia del tempo mancante.
La sera si procede alla visione di un video autobiografico realizzato con l’IGF nel 2001 sul tema della madre assente. Di seguito qualche pensiero che vorrei condividere con voi sulla visione di questo video:

Stasera vado a dormire con A., tanto coraggiosa e amante della vita da realizzare questo video, e L., risucchiata dai nodi del dolore, che, se solo qualcuno glielo avesse spiegato, fa parte della vita di tutti e lei non è tanto diversa o ancor peggio malata solo se soffre. Solo perché si dimena tra i desideri e le insoddisfazioni della vita, tanto complessa che a volte per gli individui, tra i due istinti di nascita e morte, diventa più forte scegliere quello di morte.
L. una vita repressa, soffocata, offesa, una non vita perché la solitudine può diventare tanto agghiacciante se le domande sono così varie e profonde, così tante da perdersi se si rivolgono sempre al vento.
Allora la vita è complessa, penso, ma non solo ora, lo è sempre stata. Chissà qual è la molla che ti fa perdere le speranze, se è la solitudine data dall’incomprensione, il pensiero di non avere altre possibilità e l’unica possibile, la più vicina poi, quella di essere se stessi diventa così lontana e così irrimediabilmente sbagliata ..ma comprendo che più che trovare risposte è importante la ricerca, cogliere il senso nel percorso, e interrogarsi sempre sperimentando con piacere. Non dirsi mai: “No, non puoi” alla tua vita, perché equivale a dirsi “Non ne hai il diritto”.
Questo è più importante di tutto.
Amarsi, avere il coraggio di farlo. Avere il coraggio di A. che ammette in sé l’assenza della madre e lotta, a costo di sopportare un enorme dolore, usando certamente tutte le sue energie, per cercarla, amarla, ritrovarla, dare un senso a quello che è successo alla sua famiglia.
Il coraggio mio, del mio percorso, a tratti veramente difficile, distante da tutti, ma lotto, per essere quello che sono, per guadagnare spirito di ricerca e perdere paura, per sperimentarmi nella gioia, nella noia, nel coraggio, nella rabbia.
Mi viene in mente il “Hai diritto di proteggerti” di S. che fa pensare che sia possibile la prima poesia di R. “che bello volersi bene anche se non si sta vicini, anche nell’assenza”. Stasera penso anche che gioia condividere la stanza con queste persone coraggiose, che fortuna avere dei compagni di viaggio che lottano tenacemente!
Non voglio ansia per riempire i vuoti, voglio sentire quei vuoti perchè abbiano il potere, nella mia vita, di diventare creativi, qualcosa di nuovo.
Penso alle volte che inciampo, o che mi sento un po’ sola e un po’ smarrita, e penso che ci devo pensare, non trascurare, perché è da lì che si riparte, per ricreare gioia.
E’ un’ altalena, in cui non vale la pena svalutarsi così tanto da aver voglia di scendere.

SABATO
Si è introdotto il discorso sulla metafora attraverso la visione del film “Il Postino”.
Successivamente c’è stato un video partecipativo: ci siamo divisi in due gruppi, uno da 5 persone e uno da 4, ognuno con una videocamera. Ogni componente del gruppo ha parlato del suo cartellone, lo scopo era creare un video autobiografico di gruppo, ma ogni sequenza doveva contenere il sogno ritrovato di ciascuno.
Nel pomeriggio lavoro gestaltico di video counseling e di video confrontazione di C. sul tema della famiglia. C. prima ha potuto ricomporre la “foto girata” grazie al gruppo e, grazie allo strumento del video, ha potuto rivedere se stessa, nella foto, tra i membri della sua famiglia.
“Nel caso della videoconfrontazione, il soggetto parla con la sua immagine e in questo senso non c’è bisogno di stimolare un processo di proiezione e di identificazione perché l’altra parte è lì, parla, si muove, ed è in qualche modo reale. Le persone raccontano la loro storia concettualmente, quindi è necessario passare dai concetti ai fenomeni. L’immagine è un fenomeno percepibile direttamente, senza necessità di mediazioni o facilitazioni. La metodologia utilizzata è il dialogo tra le due opposte polarità, il dialogo tra l’immagine di me che si vede sullo schermo e il me che parla. L’immagine diventa il contenitore delle mie proiezioni, dei miei contenuti interni, nell’immagine proietto i miei contenuti interni e grazie alla facilitazione del terapeuta posso diventarne consapevole e renderli attuali e modificabili, posso attuare un dialogo che mi porti a una sintesi creativa”. ( Massara M. “Percorsi di videoterapia”)
Attraverso la videoterapia e le fototerapia, vado a incontrare me stesso e a vedere le discrepanze tra il me stesso di una volta, o di poco prima, e il me stesso di oggi. Polarizzo la mia identità ufficiale con un’altra meno conosciuta da me e meno strutturata. L’immagine rimanda a qualcosa di statico, il lavoro del counselor è di renderlo attuale attraverso una sorta di “scongelamento” emotivo - storico dell’immagine.
La videoterapia, come strumento dell’arteterapia, ha un aspetto molto socializzante per cui si applica bene nelle scuole e nelle aziende, ma soprattutto funziona bene se ogni partecipante ha la possibilità di sperimentare la sua creatività. Infatti, il counselor deve mettere i partecipanti in condizione di rischiare un pezzo di sé, della loro risorse. Per questo il video è un buon mediatore, perché permette di apprendere e sperimentare l’uso fantastico della mente e del corpo e aiuta lo sviluppo e l’esplorazione della manualità e del coordinamento. Inoltre, l’audiovisivo permette un recupero affettivo nel ri-esplorare le strutture in cui lo si usa, per esempio luoghi come la scuola e il luogo di lavoro, rivitalizza luoghi bui perché permette di vederli sotto un’altra luce.

DOMENICA
Si è riflettuto sul ruolo del counselor e sulle competenze che deve possedere attraverso la visione di alcuni video, percorsi di videoterapia, e alcuni spezzoni tratti da “The kid”. In particolare, questo ultimo video, è rappresentativo di come i genitori mettano in campo le loro capacità nel fare i genitori, e dunque semplicemente quello che hanno. Nel caso del counselor avviene la stessa cosa, metti in gioco le tue competenze più “quello che rischi di apprendere”!

….dunque per me scrivere questi appunti non è stato solo ripercorrere l’esperienza, ma farne un'altra, completare un processo di crescita e iniziarne un altro, ritrovare la metafore del piacere nel sogno ritrovato, per questo sarebbe assurdo descrivere come abbiamo completato il lavoro delle foto ..ognuno con la sua metafora …per uscire dal discorso della prestazione ed entrare in quello della relazione!!!
Grazie a tutti, perché più che mai questa volta ho sentito come il lavoro di ognuno è servito a quello di tutti.

domenica 15 luglio 2007

6° incontro
16 -17 giugno 2007. Michele Cavallo

Parlando di setting per un gruppo di counselling è importante tener conto della tipologia degli U: se ci sono all’interno persone con doppia diagnosi (ad esempio alcolista/schizofrenico), queste avrebbero bisogno da un lato di regole rigide, coercitive, ma dall’altro di essere affrontate in modo non frontale, “lateralmente”. Un esempio può facilitare la comprensione di questo assunto:
Dario è un soggetto schizofrenico/alcolista. Il C decide di fargli rappresentare con un gruppo di utenti l’Orlando Furioso. Durante la messa in opera D ha bisogno di continue rassicurazioni: il C sa che non deve dargliele come lui le chiede. : “Sono stato perfetto?”. C: “Sei stato meglio di prima!”. Dopo che per mesi D. si è preparato per la rappresentazione, il giorno precedente della prima, si rifiuta di recitare: chiama il C e esprime tutte le sue paure, affermando anche che, se non reciterà, gli altri lo farebbero sentire una cacca. D si è sempre sentito definire così dal padre; la macchia per D non è l’alcolismo, né tanto meno la schizofrenia o il sentirsi “cacca”, ma invece è “il godere nel sentirsi cacca”. D non lo sa, quella macchia non si vede, eppure è proprio quella che lo rende singolare, proprio in quel punto preciso è D. Se il C gli dice “Sei bravo, sei un figo” gli toglie la possibilità di riconoscersi; d’altronde non può neanche dirgli “Sì, è vero, non recitando dimostri di essere veramente una cacca”. In questo caso il C decide di esprimere a D questo concetto: “Da un lato mi fa molto piacere se tu ci fossi, perché sarebbe piacevole la tua presenza, ma non ti preoccupare, va comunque bene anche se non vieni, perché già ci sei all'interno del lavoro per tutto quello che hai fatto finora. Tu ci sei anche se fisicamente non ci sei”.
Metaforicamente questo avvenimento rappresenta il rapporto fra D e il padre: i due infatti sono separati fisicamente, eppure si sentono tutti i giorni la figura paterna, qualsiasi siano le affermazioni del figlio, gli rimanda l’immagine di essere una cacca. C. esplicita a D. questo concetto: “Fai finta che noi siamo il gabinetto, tu non vai in bagno quando non ti scappa la cacca e vieni qui solo quando te lo senti, noi ci siamo”. Il C rimanda a D. l’immagine che la lontananza, l’abbandono, non è dato dalla distanza fisica.
Questo discorso vale anche per qualsiasi altra patologia o persona: in un bambino iperattivo la macchia non è questo sintomo; il compito del C è proprio quello di capire cosa nasconde l’iperattività, non per eliminarla, ma per trovare strategie che possano rendere quella persona più adattata.
Lo psicotico non vuole limiti esterni, come ad esempio l’orario di arrivo o l’orario di chiusura dell’incontro. Non sta bene all’interno di un cerchio perché si sente fagocitato, annullato; lui non si percepisce per niente simile ai componenti del suo gruppo, ha una forte resistenza verso quest’ultimo. Non vuole essere al centro dell’attenzione e, se lo si guarda, pensa: “Che vuoi?”. Questo discorso vale anche per le persone tendenti allo psicotico.
Il narcisistico invece gode a stare sotto gli occhi degli altri.
Il gruppo insegna la vita di relazione, perché è chiaro che ognuno deve rinunciare a qualcosa di sé. In pratica appena si entra all’interno di un gruppo va sacrificato parte del proprio sé. Ecco perché spesso, quando si inizia, il C invita le persona a presentarsi, affinché ognuno sia in qualche modo rassicurato: gli U infatti, in quel momento si sentono riconosciuti della propria singolarità. Queste dinamiche avvengono anche in famiglia, negli ambienti di lavoro: da un lato non vogliamo essere fagocitati, ma allo stesso tempo abbiamo paura di essere esclusi.
Il gruppo funziona per fasi: un po’ come nell’adolescenza, dove in alcuni momenti si è fusi col gruppo e in altri ci si allontana, il C deve stare attento a non fare il padre (o la madre) o a non ricercare l’amore degli U.

In questo laboratorio lavoreremo su tre principi trasversali che riguardano non la singolarità ma proprio l’identità del gruppo.

Il primo è il Principio del trascinamento che è essenziale affinchè un gruppo lavori bene. Per prima cosa il C deve individuare che persone ha davanti e successivamente decidere dove vuole farle arrivare. Poi occorre scegliere il mezzo da usare per trascinarle e la velocità che vuole utilizzare.

Stato:
RABBIA trascinamento TRANQUILLITA '

In questo schema il gruppo parte arrabbiato, è importante ricordarsi che lo stato cambia continuamente, e il C decide di trascinarlo, con un mezzo a sua scelta, ad un nuovo stato, quello ad esempio della tranquillità.

Tratto:

INTROVERSIONE trascinamento ESTROVERSIONE

In questo caso riportato qui sopra il gruppo è introverso. E’ importante ricordarsi che il tratto è stabile e il C decide di trascinarlo all’estroversione. Questo discorso vale chiaramente per i lavori individuali.
Per riassumere bisogna capire dove sta il gruppo, cercare un modo per sincronizzarsi a lui per poi portarlo ad un livello di buon funzionamento. Solo a quel punto è possibile lavorarci.
ESEMPIO: trovare un insieme di stimoli che trascinino i partecipanti e li sincronizzi. Si può utilizzare il corpo, la voce, la musica, ma la cosa più difficile è agganciarlo, perché ad esempio non c’è niente di peggio per una persona arrabbiata, sentirsi dire: “Che bella giornata”. Per capire lo stato del gruppo, il C deve utilizzare più indizi possibili, anche perché all’apparenza una persona può essere calma ed invece avere una forte tachicardia.

I punti da raggiungere sono: la sincronizzazione e l’attenzione, utilizzando degli stimoli apparentemente stupidi come ad esempio battere i piedi a ritmi precisi; poi ad esempio aggiungere un battito particolare delle mani. Una volta raggiunta una buona sincronizzazione e un buon livello attentivo, si può stratificare un suono con la voce. Ancora: il gruppo unico può essere suddiviso in sottogruppi che fanno movimenti e suoni diversi.
Affinché il gruppo segua il C è importante aumentare la difficoltà del mandato poco alla volta aumentando i livelli di difficoltà uno per volta.
ESEMPIO: creare un movimento alternandolo ad una pausa. Una volta appreso questo si inizia ad aggiungere un elemento in più, ad esempio la musica che deve essere non ripetitiva, non prevedibile perchè si rischia di produrre un ballo. Ancora si può passare dall’esecuzione in gruppo al lavoro in coppia. Il C può dare un significato specifico al momento della musica che può essere ad esempio l'Accoglienza e un altro significato al silenzio il Distacco.
Si dovrà poi trovare una continuità fra i due momenti: deve succedere qualcosa affinchè dall'accoglienza si arrivi al rifiuto e così si individua un altro elemento da stratificare. La rabbia può essere espressa anche senza il movimento, con gli sguardi, i gesti...
Un altro esempio può essere rappresentato da tre persone: uno simboleggia la persona passiva, un'altra l'attiva e la terza quella manipolata dai due, come una palla sballottata da una parte all'altra. (potrebbero metaforicamente essere i genitori ed un figlio, o una stessa figura genitoriale può essere a volte attiva a volte passiva..)

Il secondo Principio trasversale è l'isomorfismo.
Ad esempio una camminata libera isomorfa ad un suono (isomorfismo = stessa forma). Partendo da uno stimolo preciso il gruppo esegue una camminata. Una musica può evocare una cannonata, per cui si produrrà una camminata che renda isomorficamente quell’immagine. Il C invita il gruppo a fare tutto in modo meccanico: è importante non richiedere la naturalezza ma la ripetitività e terminare l'esecuzione sempre con uno stimolo di dilatazione e di apertura. E' dalla meccanicità che il C ricava nel tempo l'individualità di ciascuno.

Se l’U non riesce nel mandato, il C può aiutarlo facendogli fare, senza saperlo, la fase di attesa e la successiva del rilassamento. C “Guarda!” L’U attende ciò che il C vuole dirgli e così, spontaneamente lo mette in stato di attesa; poi gli chiede di dargli le spalle e l’U si rilassa.
Nella sospensione non c’è il trattenere il respiro ma è come un atteggiamento di galleggiamento. Può anche essere nostalgia, come una sensazione antica: è un creare un aspettativa dove ogni U mette qualcosa di se. Può essere un aspettativa struggente, piacevole, dolorosa, angosciante. Si chiede una produzione meccanica ma è una cosa che contiene parte dell’U.
Il C invita uno alla volta i partecipanti del gruppo a rappresentare la sospensione e il rilassamento. Nel secondo momento si può chiedere all’esecutore o di parlare al gruppo non sfuggendo con lo sguardo, o di muoversi ecc.
Un esempio di isomorfismo si può mettere in scena in questo modo: un U impersonifica la parte di un uomo che ha appena perso un arto (si lavora quindi sul tema della patologia fisica e dei possibili sistemi individuali per negare il passare del tempo…..esempio non facendo scelte, intraprendendo attività che garantiscono la chiusura e non lasciano frustrazione). Ascoltando uno stimolo sonoro e parlando in modo isomorfo alla musica, deve raccontare come vive questo cambiamento fisico; durante la pausa resta in attesa. Poi ripete lo stesso esercizio interpretando lo stesso uomo ma dopo venti anni dall’incidente.

SINESTESIA. Questa parola significa trasformare la percezione da un canale sensoriale ad un altro. Un esempio può essere “ha uno sguardo pungente”.

Il terzo Principio trasversale è il FLOW
Il flow è un particolare stato di attenzione e concentrazione in cui l’individuo è completamente dentro la cosa che sta facendo senza avvertire la fatica, il tempo che passa e tutto ciò che è esterno a se. Tale stato si ha quando siamo fortemente motivati, il campo è circoscritto e ciò che facciamo è lo stesso nostro fine. Il pratica è gratificante fare quell’attività di per se. Si dirige la mente su questa pratica specifica e si presta attenzione solo a quello. L’attività deve avere delle caratteristiche precise. Per arrivare al flow occorre del tempo che, inizialmente sarà di circa venti minuti ma, con l’esercizio l’U può arrivarci in pochi minuti. La mente è come uno getto d’acqua ma ha necessità di avere argini: se il letto del fiume non è giusto (o troppo grande o troppo piccolo) l’acqua diventa una palude e ristagna mentre nel flow l’acqua deve scorrere. Se ad un bambino proponiamo dei giochi troppo facili o troppo difficili, si demotiva e si deconcentra. Anche il C col gruppo deve trovare il flow proponendo una struttura giusta per quel gruppo stesso.
Quando il peso del compito è pari alla competenza si ottiene il Flow.


½-------------æ-------------½


La caratteristica del flusso è che se lo si prova, si vuole ripetere.
A volte si possono sopravalutare o sottovalutare le proprie capacità o, se si tratta della gestione di un gruppo, il C può incorrere in uno di questi due rischi.

ESERCIZIO Il C fa leggere a due persone un brano e, dopo avergli lasciato il tempo di analizzarlo, le invita a esprimere cosa tale testo suscita ad entrambe. “Che qualità isomorfa notate? Che materia vi suscita? Ora leggete il testo a voce alta”. Il C invita il gruppo ad osservare e a commentare, senza dare giudizi, le due diverse letture messe a confronto. Dopo aver individualizzato le caratteristiche dell’esecuzione meccanica delle due letture, il C invita gli stessi due U a rileggere il testo amplificando le caratteristiche che sono state individuate in loro. Ad esempio la prima allungava molto le vocali e sfuggiva nelle consonanti. “Ora amplifica questa modalità utilizzando isomorficamente anche il tuo corpo in modo meccanico. Cosa fanno le vocali dentro di te? Ognuna di esse fa qualcosa in tutto il tuo corpo”. Durante l’esercizio il C fa notare le particolarità meccaniche delle rappresentazioni dell’U che lavora. Ad esempio U potrebbe farsi comandare dal proprio corpo ed essere in balia; non è lui che comanda ma è il suo corpo che “vince”. Il corpo deve essere il regno dell’U, anche senza un braccio, anche con la malattia, anche con la sordità e con l’acne.
C: “Il suono/stimolo deve conquistare tutto il tuo corpo fino ai piedi. Le vocali fanno qualcosa dentro tutto il tuo corpo: l’esercizio meccanico scende è conquista tutto il tuo corpo”. Non sono necessari grandi movimenti, basta anche il respiro e gli occhi e questi ultimi devono rimanere aperti. L’esercizio si deve eseguire ripetutamente fino a fare in modo che l’U arrivi al suo punto cieco, la sua singolarità.
Altro esempio: il secondo U nella lettura scivola sulle vocali mentre si sofferma sulle consonanti. Il C fa accentuare ancora questa modalità dell’U fino quasi a far sparire le vocali. Il gruppo cerca le qualità isomorfe del suono emesso: ad esempio le consonanti sembrano sputate, lanciate nel vuoto.
Il C: “Cosa fanno le consonanti dentro il tuo corpo? Se dovessi esprimere in modo isomorfo cosa fanno le consonanti dentro di te, cosa diresti?” L’U risponde: “Fanno tensione”. C: “Come una sospensione. Prova a spingere di più ancora sulle consonanti, stai attento alle posture, tenendo dritta le schiena e poggiando i piedi ben per terra”.
Il C invita il gruppo ancora a vedere le caratteristiche isomorfe di ciò che è stato rappresentato.
In generale le vocali sono aeree, dilatate, mentre le consonanti sono quelle che radicano.
Facendo questo “semplice” esercizio, che deve essere per l’U né troppo facile né troppo difficile, si può arrivare al Flow, alla concentrazione e all’attenzione. Il C può lavorare affinché un U troppo assertivo, accondiscendente, diventi più autonomo, e un U “aereo” diventi più radicato.
Chi ha lavorato è poi invitato a dire come ha vissuto questa esperienza: “All’inizio mi preoccupavo di ciò che avrei dovuto fare con la paura di non rispondere alle aspettative dell’altro. Nel momento in cui sono riuscita a concentrarmi, è stato più facile”. C: “Non è detto che il C si aspetti qualcosa da te e soprattutto che tu debba rispondere alle sue aspettative”.
Il C si può trovare davanti un U poco collaborativo e quindi deve trovare una strategia adatta a quella persona; in qualche modo deve “imbrigliarla” e “domarla”, usando anche l’umorismo o amplificando la sua condotta.
Questo piccolo processo del parlare può essere rappresentativo di come il soggetto affronta la vita.
Brain storming

martedì 3 luglio 2007

5° incontro
26 maggio 2007. Caterina Terzi

PRESENTAZIONE: Il C chiede agli U di presentarsi come un cibo, quello che magari cucinano più volentieri. Ogni partecipante è invitato a raccontare di questo cibo. Una volta finito il giro ogni persona ripeterà le stesse cose come se fosse quell’alimento: “Sono una pizza ai quattro formaggi molto gustosa ma anche indigesta...” Per ultimo il C invita i singoli a esprimere che effetto gli ha fatto quello che lui stesso ha detto: “Ha un significato per te quello che hai detto?”

Caterina si presenta come una creativa che lavora sulle immagini utilizzando molto il linguaggio analogico che permette di arrivare con maggior velocità alle sensazioni. Utilizza la pietra come sistema di narrazione e fa laboratori creativi da anni.
Quando l’U racconta qualcosa, come ad esempio la preparazione di un cibo, è spinto a vedete tutti gli aspetti, anche quelli collaterali, di essere quel cibo. E’ essenziale che lo faccia parlando in prima persona, quindi il mandato sarà “Parla di te come se fossi quel cibo”. Il C usa ciò che gli colpisce del narrato di ogni singola persona e per capire quali sono i punti interessanti da trattare, è importante osservare con molta attenzione l’U. Le cose che lo toccano di più lo porteranno a cambiare il tono della voce, ad avere incongruenze fra la sfera linguistica e quella espressiva, a cambiare anche lo sguardo, la postura, ecc. Una volta individuati i punti critici, il C chiede :”Che immagine ti viene in mente in questo momento?” E’ importante che il C dica esattamente quello che gli suscita il narrato dell’U e quindi gli rimandi l’effetto che ha prodotto la sua narrazione a lui stesso. Sono 4 i punti essenziali che il C deve utilizzare.
A) andare sulla fantasia dell’immagine
B) portare l’U ad identificarsi con l’immagine (“Parla di te come immagine”)
C) esprimere ciò che al C suscita quell’immagine dell’U
D) invitare l’U a rimandare ciò che è venuto fuori col cibo, nella propria vita quotidiana
E’ importante per il C aiutare la persona a raccontarsi, non dare mai interpretazioni personali e rimandare sempre all’U una propria fantasia: “Quello che hai detto (che hai disegnato, scritto, scolpito...) ora ti dice qualcosa della tua vita? Quello che il tuo lavoro ha fatto fantasticare a me, ti dice qualcosa della tua vita?”.

IMMAGINAZIONE GUIDATA
“Chiudi gli occhi, segui il respiro, dove lo senti? Nell’addome, alto? Non modificarlo, osservalo e basta”. Pausa. “Pensa di essere un roseto, quel roseto, proprio quello che ti viene in mente. Com’è? Dove sta? In quale stagione siamo? Come sta questo roseto?” Pausa.
Si lascia, dopo aver consegnato agli U pennarelli e fogli grandi, il tempo (almeno un quarto d’ora) di rappresentare questo roseto immaginato. Poi ci si divide in coppie e uno alla volta si fa il C e l’U. Il C fa notare quello che gli ha suscitato l’osservazione di quel roseto. “Cosa ti richiama questa cosa nella tua vita?”
Un punto di partenza che può essere utile al C per sapere come sta lavorando è chiedersi come si sente. Sicuramente non avere aspettative aiuta e se ci si sente tranquilli e sereni vuol dire che molte cose stanno andando bene. Se il C trova una buona intuizione (spesso si capisce se l’U svincola “No, io ti ho chiesto questo..., che cosa stai provando?) deve un po’ rompere il muro che spesso l’U propone, ma stando attento a non fare manovre per essere al centro dell’attenzione e quindi agire per narcisismo. Se l’U non risponde frequentemente alle domande, bisogna trovare un altro modo per rapportarsi all’ U, ad esempio si può utilizzare l’umorismo riproducendo, in modo esagerato, l’atteggiamento della persona con cui stiamo lavorando, (se un bambino di 7 anni non ha voglia di studiare le tabelline, la madre potrà inventarsi un gioco per raggiungere lo stesso obbiettivo). Ma se l’U si prenda la responsabilità di dire che non vuole lavorare su quello su cui il C punta, la sua volontà va rispettata.
Brainstorming sul lavoro di coppia su come ci si è sentiti come U e come C.

Tutto il gruppo lavoro su un unico disegno. Il C chiede chi vuole commentare il proprio roseto. L’U inizialmente sarà invitato a commentare quello che ha fatto e poi il C ripropone per tutto il gruppo il lavoro fatto in coppia come esemplificazione. Al termine del lavoro si chiede a tutto il gruppo se qualcuno ha dei feed-back per l’U che ha appena lavorato senza dargli né consigli né giudizi.
Durante il lavoro su un disegno il C deve ricordare che quello che per l’U è spontaneità può essere compulsione; spesso quindi non è positiva la spontaneità ed è per questo che va interrotta. Bisogna invece far vedere all’U che ci sono altre possibilità meno automatiche. Questo non vuol dire cambiare per forza, ma vedere quello che non ci piace, anche se spontaneo e trovare delle alternative.