mercoledì 20 agosto 2008

TEORIA DELLA TECNICA GESTALT

Le tecniche gestaltiche sono molte e si occupano di studiare i comportamenti umani verbali e non verbali, strutturati e non, introspettivi e interpersonali. Sono tecniche utilizzate non solo dalla Gestalt, ma le si trovano anche in altre psicoterapie e in qualche sistema di guida spirituale.
Sono piuttosto una sintesi; è infatti particolare il senso di organicità con cui il terapista si muove fra più tecniche dando importanza al risultato piuttosto che ad una formula.
Se la terapia Gestalt pratica è un insieme di tecniche, è proprio perché non è orientata verso la tecnica. Tante sfumature si sintetizzano intorno ad un centro che unisce una sorprendente varietà di risorse. Possiamo definire tale fulcro “realtà-consapevolezza-responsabilità”.
Perls utilizzò qualsiasi cosa per raggiungere lo scopo di rendere gli U più consapevoli e responsabili. Inventò, prese in prestito e non smise mai di pensare nuove tecniche. Utilizzò le libere associazioni in quanto davano risalto al mantenimento della consapevolezza e si interessavano sia del contento che della forma. Da Reich prese la sua comprensione delle difese e l’importanza dell’espressione; da Horney che parlò della tirannia del “devo”, sviluppò la metafora del cane di sotto, cane di sopra; dallo psicodramma, la drammatizzazione dei conflitti; dal buddismo Zen, la regola della minimizzazione dell’intellettualizzazione, e così via.
L’importanza della focalizzazione nel presente può essere considerata il seme dell’esercizio del continuum di consapevolezza.
C offre all’U una prescrizione essenziale: imparare a vivere nel presente. Per addestrarlo utilizza specifiche tecniche che hanno tutte un’unica prescrizione: “SII CONSAPEVOLE”. Solo raggiungendo tale fine, secondo la Gestalt, può esistere una vita reale; la piena consapevolezza di se che è l’unica cosa necessaria per uscire dalla nostra confusione e vedere le incoerenze che ci portano ai conflitti. In questo modo si possono eliminare le fantasie che ci portano a vivere in costante ansia.
Le tecniche Gestaltiche servono a ridare all’U le proprie responsabilità e a farlo diventare attore delle proprie azioni. Solo se l’U è ciò che è, può trovare un appagamento maggiore di quello dovuto alla soddisfazione di qualunque bisogno specifico.
La Gestalt inoltre spinge alla sperimentazione che normalmente avviene nella vita, ma senza che noi né siamo nettamente consapevoli.
Un contatto con la realtà si ha quando i fantasmi dei nostri sogni ad occhi aperti possono venire riconosciuti per quello che sono; solo in questo modo possiamo imparare che non c’è niente da temere e che il piacere di essere vivi supera le sofferenze o le perdite che avremmo voluto evitare restando nella confusione.
L’uomo ha sete di esperienze, ma frequentemente preferisce colmare tale bisogno ad esempio accumulando potere, beni materiali ecc. La Gestalt crede che l’uomo debba cercare stimoli interiori che lo ricongiungano ai propri sensi. Uno dei modi per sperimentare è quello di 1) smettere di evitare (tecniche repressive) per non coprire l’esperienza e 2) intensificare l’attenzione sull’esperienza per esserne consapevoli.

Capitolo primo

Tecniche repressive
Tantissime attività diverse dal prestare attenzione e dall'esprimere, ci mantengono così occupati che abbiamo difficoltà a trovare attenzione per ciò che viviamo. Se riuscissimo a smettere di giocare a qualcuno dei nostri giochi abituali, scopriremo che l'esperienza non costituisce più qualcosa da cercare, ma qualcosa che non possiamo evitare. Sperimentiamo qualcosa in continuazione ma ad intermittenza; nostri occhi vedono, noi no. Per sperimentare dobbiamo essere “qui e ora”: la realtà è sempre ora. C'è poco spazio per il presente nella nostra conversazione e neppure la nostra attività mentale personale e accentrata essenzialmente sul presente. Spesso sono anticipazioni, ricordi o fantasia che costituiscono senz’altro una nostra capacità funzionale, ma per la maggior parte del tempo le utilizziamo non per uno scopo costruttivo o piacevole, ma come una fuga per evitare il presente.
Cessando di fare qualunque cosa diversa dallo sperimentare, e limitandoci a fare attenzione ai contenuti della consapevolezza, l'esperienza può portare ad un soddisfacente contatto con la realtà, o ad un intenso disagio. Quando restiamo solo con “l’ovvio”, i nostri atteggiamenti verso noi stessi e verso la nostra esperienza, diventano evidenti, soprattutto quelli negativi come quando ci sentiamo imbarazzati, insicuri, stupidi e poco interessanti. Se la consapevolezza la viviamo come spiacevole e dolorosa, non ci è difficile capire che tendere a vivere nel passato, nel futuro o nell'astrazione, costituisce un mezzo per evitare tale disagio.
C'è un esercizio che la Gestalt chiama “esperienza del nulla” che rappresenta un limbo in cui i giochi di superficie della personalità vengono abbandonati. Come la vergogna, la paura, la colpa, ecc... non sono esperienze pure della realtà, ma atteggiamenti in cui contrattiamo la realtà o negandola, o resistendole o avendone timore, così l'esperienza del nulla è quella in cui ci giudichiamo e non ci sentiamo abbastanza.
Nulla, vuoto, futilità, sono esperienze deviate dalle nostre aspettative e quindi non il risultato dalla pura consapevolezza, ma delle nostre comparazioni.
L'importanza dell'esperienza del nulla è dovuto al fatto che costituisce un ponte tra l’evitamento e il contatto, fra la paura di affrontare la vita e la capacità di esporci. Perls attribuiva veramente tanta importanza a questo processo da definire la terapia Gestaltica come “la trasformazione del vuoto sterile in vuoto fertile”.
Ciò che chiamiamo nulla è niente solo nella misura in cui siamo ossessionati dal bisogno che sia qualcosa, ma quando accettiamo che il nulla è nulla, diventa parte di noi. “Nulla” come “schermo” sulla quale possiamo vedere tutto, come “sfondo” sul quale emerge qualsiasi figura. Se non dobbiamo essere creativi, ogni nostra azione è un atto creativo; se smettiamo di preoccuparci di essere questo o quest’altro e ci sentiamo nulla in base a questo metro, ci rendiamo conto che siamo quello che siamo.
La repressione della Gestalt coinvolge i principi generali e le prescrizioni individuali. Essenzialmente i principi repressivi sono tre:

I° principio repressivo
Intornismo
L’intornismo Perls lo definiva come “Chiacchiere”, “Perché e poiché”, sono parole sporche e portano solo alla razionalizzazione. Distingueva tre classi di intornismo: la merda di gallina, che è fatta ad esempio dal: “Buon giorno”, “Come sta lei?”, e così via; la merda di vacca, ad esempio “perché”, “razionalizzazioni”, “ scuse”; ancora la merda di elefante cioè quando si parla di filosofia, di terapia esistenziale.
Naranjo era convinto della necessità di evitare le dichiarazioni intellettuali sebbene non fosse d'accordo con l'atteggiamento di molti Gestaltisti fortemente sprezzante verso il desiderio dell'utente di comprendere a livello intellettuale. E’ sufficiente credere che a volte le spiegazioni servono ad evitare. Se alcuni U si sentono a disagio senza le abituali stampelle, alcune loro spiegazioni potrebbero essere funzionali. Quando il C chiederà all’U di abbandonare le razionalizzazioni, diventerà consapevole che queste non gli servono, che è più importante sperimentare il disagio.
Basta essere consapevoli che l'interpretazione talvolta è sterile.
La Gestalt spinge a sperimentare e non ad interpretare; ad essere consapevoli e non a comprendere intellettualmente.
Se un U non si adegua ad una regola che ha già accettato quando C gliel’ha proposta, vuol dire che:
1) vuole evitare qualcosa che sta sperimentando
2) gioca a: “guarda come sono intelligente”
3) manca di fiducia nel terapeuta.
L’eliminazione delle intellettualizzazioni, porterà il paziente a scoprire i vuoti della propria personalità: le aree di impotenza, paralisi, incapacità di accettare l'esperienza che poi originano l'esperienza del vuoto.
Se l’U, invece, spinge o cerca spiegazioni dal C, quest'ultimo può:
1) insistere sulla regola.
2) fare in modo che l'U presti attenzione all'esperienza del momento: portarlo ad essere consapevole del bisogno che ha di evitare un disagio ancora mai riconosciuto, di avere la compulsione a trovare giustificazioni nel passato, o il bisogno di sentirsi accettato ecc.
La competenza del C allora dipende dalla sua capacità di cogliere nell'U i segnali che indicano problemi importanti, caratteristiche della sua personalità per poi portarle alla luce. Spesso sono i momenti in cui l’U sceglie di non esprimere l'esperienza presente, ma di parlare intorno a sé stesso o ad altri.
Anche solo la regola di reprimere le opinioni, le idee, i giudizi sui sentimenti degli altri, è già una garanzia che nella seduta avverrà qualcosa di significativo. Questo perché condividere l'esperienza, attiva altre conoscenze e non evitando, si accrescono l'espressione di sentimenti minori.
La regola della non intellettualizzazione rappresenta un esercizio da utilizzare anche nel privato applicandolo anche a tutto il nostro modo di pensare. Questo non vuol dire che uno stato mentale libero dal pensiero è una cosa valida in tutti momenti della vita, ma che è bene che lo scegliamo per la maggior parte della nostra esistenza. Spegnere il cervello porta ad entrare più in contatto con l'esperienza presente; infatti gran parte del nostro pensiero rappresenta un modo di “fare le prove” e rivela quindi il bisogno di controllare il futuro. Nella ricerca di questa sicurezza, possiamo riuscire ad evitare perdite e ferite, ma se diventiamo calcolatori, non riusciamo neppure a vivere.

II°principio repressivo
Doverismo
L'U è invitato ad evitare di dire a se stesso e agli altri come deve essere. Il dovere porta lontano dall'esperienza in quanto spinge il soggetto ad adattarsi ad un modello preso in prestito dal passato o dal futuro. Se ciò che facciamo o fanno gli altri si avvicina al modello, allora lo accettiamo; questo non è amore per l'unicità dell'esperienza presente, godimento dell'esperienza di per sé, ma è un marchio di approvazione perché ci uniforma ai modelli prestabiliti.
Se il grado di adattamento alla realtà dei modelli non è sufficiente, diamo attenzione a ciò che manca, piuttosto che a ciò che è presente. Molto di ciò che chiamiamo esperienza è rappresentato dai sentimenti spiacevoli determinati dalla frustrazione delle nostre aspettative, piuttosto che dalla consapevolezza di ciò che se ne può trarre. C'è solo esperienza del nulla.
Possiamo riuscire ad abbandonare il nostro atteggiamento di giudici nei confronti della realtà, così come possiamo farlo per la nostra attività di calcolatori. In questo modo si possono scoprire nuovi sentimenti che il nostro nulla teneva fuori portata.
Chi è riuscito a godere di un'esperienza fatta col “qui e ora” in positivo, sa cosa significa vivere senza il Cane di sopra. A quel punto infatti le cose sono quelle che sono e ogni cosa ci offre quanto ha di meglio di se stessa.
Uno dei traguardi della Gestalt è quello di riuscire a vivere talmente nel presente che nessuno modello del passato possa offuscare la nostra consapevolezza, di riuscire ad essere talmente quello che siamo che nessun senso del dovere disturbi la nostra personalità.
Come la prescrizione per la focalizzazione nel presente è: “Vivi nel presente, ora”, la prescrizione per liberarsi dal doverismo è: “Smetti di autobiasimarti o di autoapprezzarti, ora”.
Un esempio: affermazioni come:
U: “Non sono teso. Sento calore verso di te. Grande!”
C: “Penso che tu ti stia facendo propaganda”.

In questo caso “ Non sono teso” implica che l'U sia consapevole di ciò che “non è”, giocando a quello che la Gestalt chiama gioco del paragone; ma noi possiamo essere consapevoli solo di ciò che siamo.
Se l'U usa espressioni di valutazione come buono, grande, ecc.., non è attento alla consapevolezza delle proprie percezioni e quindi non è in contatto con se stesso.
La regola della non-valutazione è molto difficile; infatti, prima che un U smetta di valutare, deve riconoscere chiaramente come lo fa. Uno dei sistemi che può usare il C, è quello di esagerare proprio quei difetti che vuol fare superare all'U.
Infatti spesso è che il paziente giudichi in modo talmente deliberato per poter smettere di farlo.
Esempio:
U “Non sento niente di particolare. Tutto ciò che percepisco è piacevole, ma non sono soddisfatto. Ricordo tempi migliori”.
C: “Stai giocando al “Questo non è abbastanza”. D’ora in poi aggiungi ad ogni frase che dici “questo non è abbastanza”.
U: “Ti vedo e questo non è abbastanza. Guardo il cielo è questo non è abbastanza”.
C: “Voglio che per un po' di tempo tu faccia l'opposto: dopo ogni espressione di consapevolezza aggiungi “questo è abbastanza”.
U “Sto seduto qui, e questo è abbastanza”. Ecc....
Se C usa questo criterio, sentimenti come l'ansia, la colpa, la vergogna non saranno esperienze dirette, ma risultato della valutazione. Dietro la colpa c’è l’ideale al quale non riusciamo a corrispondere; dietro l'ansia, il desiderio di manipolare il futuro per farlo aderire al modello che abbiamo in mente. L'ansia, la colpa ecc..., non rappresentano l'esperienza del mondo, ma al tempo stesso sono anche queste esperienze addirittura più vicine alla consapevolezza individuale.
La Gestalt non elimina il desiderabile o le attività dirette ad uno scopo, sebbene cerchi di controbilanciare un eccessivo orientamento verso il futuro con un buon ancoraggio nel presente.
Un “dovere”, d'altra parte, è diverso sia da un obiettivo che da un ideale: i doveri, infatti, costituiscono l'attività psicologica di essere in disaccordo con la realtà, che non può essere diversa da quella che è. Se l’U si rimprovera qualcosa del passato, non cambia l'errore che ha fatto; può solo farlo sentire un po' meglio. Le nostre esperienze e azioni nel “qui e ora”, sono quello che sono; l’autobiasimo e l’autoapprezzamento non le rendono migliori o peggiori. Se c'è una strada per raggiungere gli ideali non è certo quella di trasformarli in doveri. La Gestalt pensa che la consapevolezza sia abbastanza e se abbiamo una concezione del desiderabile, e sappiamo dove ci troviamo, questo è sufficiente per il nostro movimento verso la meta desiderata.
Esempio: un bambino sta imparando a camminare; gli avvertimenti di pericolo e le critiche potranno soltanto diminuire la sua attenzione per il compito e lo renderanno più teso. Se l'aiuto è cronico, lo renderà meno sicuro e non più abile. Proprio come l'adulto iperproteggendo il bambino manca di fiducia nella sue potenzialità, così nella nostra automanipolazione fatta di incitamenti, rimproveri, manchiamo di fiducia nel nostro organismo psicofisico.
Tutto ciò viene definito dalla terapia Gestaltica come Cane di sopra e cane di sotto: il I° impone la propria volontà a quello di sotto, lo manipola, lo controlla. Il Cane di sopra deve essere assimilato. Il suo controllo per aiutare il Cane di sotto, può venire considerato una proiezione dei desideri stessi del cane di sotto. Il dovere rappresenta un esempio di rifiuto della responsabilità.

Manipolazione
Mentre l’intornismo è un cattivo uso dell'intelletto e il doverismo un cattivo uso della vita emotiva, la manipolazione rappresenta un'attività simile nel campo dell'azione; anche l'agire può essere un mezzo per evitare. Da questo punto di vista non è difficile capire quante nostre reazioni abbiano come fine quello di minimizzare il disagio ed evitare stati interiori che non siamo ancora pronti ad accettare come parte della nostra vita: è un modo di sfuggire a qualcosa. Di questo argomento la pratica Zen se n'è occupata moltissimo: per molte persone può essere intollerabile stare seduti a non fare niente; questo può portare l'U ad essere consapevole del fatto che agire gli permetta di nascondere di disagio. La noia, la paura del futuro, la tristezza sono tutte emozioni che l'U deve affrontare stando seduto, cessando qualsiasi attività. Se pensiamo alle nostre esperienze più elevate, a momenti di eccezionale pienezza, scopriamo che si tratta di attimi in cui “essere è abbastanza;” il piacere del presente era tanto forte da non sentire il desiderio di nient'altro, tanto meno di agire.
In contrasto con l'azione nata per porre fine all'insoddisfazione, esiste l'azione che dice sì all'esistenza. Quest’ultima viene sperimentata come fluente dall'interno, invece che agita per andare incontro a modelli esterni.
Per la Gestalt il pronome personale “Si fa così”, è qualcosa da evitare perché toglie la responsabilità al U; usa “Noi facciamo” e solo qualche volta la locuzione impersonale può però diventare quella che esprime meglio la qualità esperienziale di tale azione: ad esempio quando un pittore afferma “Il quadro si fa da sé”. È come se Perls, pur avendo insistito tanto affinché non si usasse il linguaggio impersonale, accettasse l'eccezione in questo caso, tant'è vero che nei suoi incontri di pittura invitava, gli U a non decidere in fretta sul da farsi. Diceva: “Non avere fretta, fai attenzione alla punta del tuo pennello e lascia che esso vada dove vuole”.
Per verbalizzare l'esperienza del momento, dobbiamo essere aperti al momento e a ciò che esso porta, piuttosto che essere impegnati nell'elaborazione del nostro programma.
La non manipolazione era una regola implicita per Perls e l’U doveva adeguarsi. Il messaggio iniziale era questo: “Per riuscire a lavorare, mi serve un piccolo pezzettino di buona volontà”.
Vediamo un esempio di manipolazione: “Se sorridi come Monna Lisa, cerchi di nascondermi il tuo indistruttibile “Io ne so più di te, mi farò una dormita”.
Le automanipolazioni sono più difficili da individuare; una seduta può sfociare in una lunga ripetizione di oggetti della stanza simile ad un inventario invece che ad un'esplorazione di se stessi. La regola è: “descrivimi le sensazioni”.
La differenza tra (A) esprimere impressioni sensoriali come inventari e (B) la pratica del continuum di consapevolezza, risiede in due punti: il primo è proprio la autoconsapevolezza necessaria in B; il secondo, la questione dell'atteggiamento.
A) l'U si impegna ad indicare percezioni di cui di solito non è consapevole. Se diventasse consapevole dei suoi sentimenti e delle sue azioni, direbbe qualcosa di simile:
“Guardo il tappeto; potrei dire qualcos'altro. Guardo a destra, c'è la lampada; mi sento annoiato e stanco”.
Se l'esercizio della consapevolezza rimanesse superficiale, il C può correggerlo sottolineando ciò che succede: “ stai enumerando degli oggetti”.
Se l'U si accorge di ciò che sta facendo, può fare un passo avanti nella scoperta di quali sono le sue esperienze naturali.
Il punto davvero sfuggente nell’andare verso la consapevolezza è la distinzione tra l’essere aperti all’esperienza e fabbricare esperienze. Infatti una delle reazioni più comuni dei pazienti sulla “sedia calda”, è la compulsione a fornire una prestazione che costituisce anche in questo caso una forma di manipolazione: far accadere qualcosa, piuttosto che vedere cosa c'è già. Affinché l’U non viva le sedute come una prestazione, deve rendersi conto che lo fa.
Ci sono elementi correlati al tema della manipolazione che emergono in gruppo e che sono frequenti. Ecco i principali:
· Domande. Gran parte delle domande costituiscono un metodo diplomatico di chi le propone per rivelare il suo punto di vista. La regola di non farle, può aumentare la quantità di esperienze che vengono condivise nel gruppo. Tuttavia la domanda nasconde un'esperienza soggettiva e quindi può essere utile condividerla col gruppo. Un modo per farlo consiste nel ripeterla sotto forma di affermazione.

· Risposte. Molte risposte rappresentano una acquiescenza passiva alla manipolazione di qualcuno e non hanno alcuna utilità. C può scegliere queste due regole:
1) l'interrogato si sentirà libero di rispondere
2) l'interrogato comunicherà la sua reazione: “immagino che tu stia rivelandoti
con questa domanda e non mi interessa seguirti”.

· Chiedere il permesso. Chiedendo l'approvazione per un'azione che U intende fare, l'individuo manipola la situazione in modo tale che saranno gli altri a prendersi la responsabilità della sua azione e così egli eviterà la possibile impasse di una decisione. E’ bene che i terapisti Gestalt si limitino ha sottolineare all'individuo il suo bisogno di sostegno e lo pongano di fronte alla sua libertà e alla sua paura.

· Richieste. L'atteggiamento del terapista varierà a seconda dell'individuo e dell'occasione. Spesso può incoraggiare l'espressione di richieste.

Capitolo secondo

Tecniche espressive
Come già detto tramite la repressione o tramite l'espressione si può migliorare la consapevolezza. Sopprimendo i clichés che sono alcune delle nostre reazioni, diventiamo consapevoli di ciò che siamo al di là di queste risposte automatiche.
Ma anche esagerare l'espressione di un impulso è un approccio efficace per migliorare la consapevolezza. La nostra visione di ciò che siamo è condizionata da ciò che manchiamo di fare e da ciò che abbiamo fatto.
L'intensificazione può essere paragonata al comando del contrasto dell'immagine nel televisore; la pratica dell'attenzione corrisponderebbe all'azione di concentrarsi sullo schermo e di osservare e ascoltare il programma. L'aspetto repressivo della Gestalt può essere paragonato all'attività di chiudere le finestre per eliminare i rumori della strada.
C incoraggia l’U invitandolo ad esprimersi. L'autoespressione non serve solo per raggiungere l’autoconsapevolezza, ma anche per tradurre i sentimenti e le proprie conoscenze in azioni, forme o parole che portano alla realizzazione di se stessi.
Per l’uomo esprimersi è un processo naturale; nella vita presto sperimenta angosce, dolore e quindi impara a manipolare il mondo tramite strategie, piuttosto che rischiare di aprirsi ad esso. Queste strategie sottoforma di carattere sono diventate fine a se stesse e portano solo un allontanamento da ciò che siamo.
La terapia Gestalt può essere considerata un programma di rinforzo positivo dell'autoespressione e un rinforzo negativo della manipolazione e della mancanza di autenticità. Ogni atto di autoespressione non solo è un'occasione per l'autoconsapevolezza, ma permette anche di aprire una nuova via all'azione; è un'esperienza correttiva dalla quale l'U impara che può essere se stesso senza che si avverino le sue previsioni catastrofiche.

Inizio dell'azione

La Gestalt considera fobico molto del comportamento corrente che sembra fluido, ma in genere l’essere umano evita il contatto vero. Abbiamo paura di provare dolore, di scendere in profondità nei contatto e nell'esprimerci; abbiamo paure personali legate al non riconoscere alcune capacità che sono parte del nostro potenziale.
Per cominciare a sperimentare la vita agendo ed esprimendoci, la Gestalt propone due tecniche, la prima adatta a tutti gli essere umani, la seconda individuale.
1) Massimizzare l'iniziativa;
2) Prescrizione individuale, basata sulla diagnosi individuale, facendo la quale la persona sarà costretta a superare la propria tendenza ad evitare.
1) Massimizzare l'espressione. La prima tecnica è quella di minimizzare l'azione non espressiva, sopprimendo le chiacchiere; U può scegliere tra il vuoto e l'espressione. Inoltre il C deve fornire situazioni non strutturate affinché il paziente sia posto di fronte alla scelta personale. Questa tecnica del non definire regole, porta l'U a determinare le sue proprie regole, ad essere responsabile delle sue azioni, ad essere creativo e non un soldatino che obbedisce ai comandi.
Durante il cammino verso la consapevolezza, l'U segue o non segue, i suoi impulsi e le sue emozioni, sceglie di fare o non fare, ma è lui che è attore. C lavora affinché U sia consapevole delle sue decisioni.
I conflitti più abituali che le persone trovano, sono tra le proprie esigenze ed il ruolo sociale in cui si trova; pertanto l’U deve scegliere fra ciò che sente o ciò che “prescrive” la sua posizione.
L'assenza di struttura serve a fornire un vuoto che egli può riempire con la sua espressione o, in alternativa, con la consapevolezza della sua incapacità di farlo. La regola del “nessuna regola” può meritare una menzione esplicita durante il contratto di counselling. Naranjo dichiarava all'U, “ la nostra seduta avrà il carattere di un'esplorazione nel vero e che ne potremo beneficiare sia per parlare di emozioni ma anche per esprimere noi stessi in azioni non verbali”. Esistono comunque situazioni che fanno eccezione rispetto a questo mandato. 1) non interrompere il lavoro che il C sta sperimentando con un U se non per interventi verbali e non riferiti a sentimenti intensi e mai quando c'è un Paz sulla sedia calda.
Perls diceva: “Avete sempre l'alternativa: o interrompere qualcun altro o interrompere voi stessi”.
E’ utile nella conduzione di gruppo lasciare un po' di tempo affinché tutti possano fare una breve dichiarazione dell'esperienza fatta; non si perdono dei feed back.
C può dare questo mandato a ciascun membro del gruppo: “Fai a ciascuno ciò che ti sentì spinto a fare”.
Questi procedimenti non si devono trasformarsi in forme stereotipate e sono adatti per far superare l’inibizione dell’espressione individuale e interpersonale. Inoltre le tecniche attive sono particolarmente indicate per coloro che evitano il rischio e che presentano una marcata differenza tra le risposte intellettuali-verbali ed il comportamento impulsivo-emozionale. La prescrizione di fare qualcosa può portare l'individuo a dover superare una grossa difficoltà o portare a galla aspetti per l’U ancora inaccessibile in termini verbali.
La vocalizzazione non strutturata o linguaggio inarticolato è un’attività totalmente non programmabile; infatti non solo non è strutturata, ma riflette qualcosa dello stile personale di chi lo esegue e dei sentimenti che prova in quel preciso momento. Si modella rispecchiando fedelmente la realtà interiore di U come un'opera d'arte. Tale tecnica può essere valida per stimolare l'iniziativa è la capacità di affrontare i rischi in generale. Il contenuto del messaggio può servire sia come segnale, sia come seme per l'autoconsapevolezza.
A volte un individuo può censurare tutta la rabbia sia dalle sue dichiarazioni che dal tono e dalla consapevolezza, ma può poi produrre espressioni inarticolate che contengono un forte contenuto di rabbia. La sua voce, la sua posizione possono essere controllate, mentre il suo linguaggio inarticolato sta perorando la sua causa. Tale discrepanza può quindi essere argomento di un successivo lavoro sui personali bisogni repressi. C può invitare l'U ad esprimere verbalmente l’emozione emersa, ed è probabile che questo determini un allargamento della consapevolezza.
B) Prescrizione individuali
Ciascuno di noi ha buchi nella sua personalità; qualcuno non ha anima, qualcun altro cuore, genitali, altri non hanno gambe su cui stare eretti. Molti non hanno occhi e vivono sempre come se venissero osservati di continuo. La maggior parte di noi non ha orecchie. La gente si aspetta che le orecchie siano fuori e parla, e si aspetta che ci sia qualcuno ad ascoltarlo. Ma chi ascolta?
Il C può farsi un'opinione su quello che l'utente evita nella vita, quello che non riesce a riconoscere, permettere o esprimere. Aiutando ad riconoscere quegli aspetti di se stesso che l'U sta reprimendo, C lo aiuta a prendersi la responsabilità di ciò che è, e quindi a diventare completo.
La Gestalt fa in modo che le intuizioni avute durante gli incontri vengano espresse direttamente all'U; in questo modo sono più utili e meno azzardate. Un altro sistema per rendere più efficace il lavoro con un U, è che il C gli prescriva di fare qualcosa da lui evitato utilizzando soprattutto delle azioni concrete.
Esempio
C: “Vedo che eviti di guardarla”.
U: “Si”.
C: “Prova a fare l'opposto guardala direttamente”.
U: “Non mi sento a mio agio. Sento che non voglio comunicare con lei”.
C: “Diglielo”.
U: “Non sono attratto da lei. Mi sento come se fossi molto lontano da te. Non vorrei proprio più vedervi”.
C: “Con più convinzione”.
U: “Non mi piace starti intorno. Mi risucchi con le tue richieste”.
C: “Forte”.
U: “Io odio”.
Il C può chiedere ad un bravo ragazzo compiacente di esprimere la rabbia, può indirizzare un superuomo a chiedere aiuto, un intellettuale arrogante a ripetere “non sono”.
Perls applica la distinzione “figura sfondo” al problema della percezione di sé stessi e al funzionamento della personalità in generale. A seconda dell'estensione della nostra nevrosi, evidenziamo maggiormente alcuni nostri tratti da noi considerati positivi e scotomiziamo quelli che definiamo vizi.
Con il Principio dell’Inversione, proviamo a vedere come figura ciò che finora abbiamo guardato come sfondo, quindi ciò che è “vizio” e come sfondo, ciò che è “virtù”. Capovolgere la autopercezione e le azioni abituali può assumere diverse forme, che possono tutte essere considerate un mezzo per sollecitare l'espressione di ciò che è rimandato o represso, in quanto appartenente ad una Gestalt inaccetabile. Anche l'opposto dell'atteggiamento di una persona costituisce probabilmente una parte di essa, pur rappresentando un lato meno sviluppato della sua personalità.
Il principio dell'inversione può venire applicato anche agli atteggiamenti fisici. Ad esempio un U sempre molto chiuso, può essere invitato ad assumere posture più aperte. Tali esperienze, pur partendo dal fisico, possono portare l’U a conoscere delle parti di se assolutamente inconsapevoli.
Un altro criterio per iniziare l'azione o espressione evitata è la sensazione dell’U della propria mancanza di completezza, o mancanza di chiusura. Parole non dette e cose non fatte lasciano in noi una traccia che ci lega al passato.
Il C invita l'U a rendere più reali le fantasie agendole all'esterno; altre volte chiede informazioni sul suo senso di incompletezza e lo invita a portare avanti ciò che ha rimandato o evitato.
Nella terapia di gruppo è frequente quello di chiedere informazioni, alla fine della seduta ho della giornata, sulle situazioni non concluse tra i membri del gruppo: apprezzamenti, risentimenti ecc..

II° Completare l'espressione
Noi ci esprimiamo fino a un certo punto; a volte possiamo vedere l’unicità di ciascun individuo anche nelle azioni più insignificanti. Ma proprio come la consapevolezza, il livello autoespressivo varia da persona a persona. Il C intensifica la autoespressione dell'U e lo fa riconoscendo i momenti o gli elementi di vera espressione.
Bisogna distinguere quattro tipi di procedimenti per intensificare l'azione:
1) semplice ripetizione
2) esagerazione e sviluppo
3) esplicitazione o traduzione
4) identificazione e interpretazione

1) Semplice ripetizione. Intensificando la consapevolezza dell'U di una data azione o affermazione, C o un altro U fungono da specchio.
C “Hai fatto così con la mano. Rifallo!”
U “E’ un'abitudine”
C “ Fallo ancora”
U“Vorrei che mi vedessi mamma, sono così. Prendimi come sono. Puoi vedermi?”

2) Esagerazione e sviluppo. Spesso ha luogo spontaneamente quando alla persona viene richiesto di fare o dire qualcosa ripetendolo più volte. Un gesto diventerà più ampio, una dichiarazione sarà pronunciata a voce più alta o più bassa.
Tramite la ripetizione, l'enfasi darà come risultato una modificazione di tale azione, nello stesso modo in cui un movimento porta ad un altro, e un sentimento o pensiero ad uno diverso. L'istruzione “sviluppalo” è un invito all'U perché esplori la tendenza del movimento sia esso un gesto, posizione, suono vocale o immagine visiva. In questo modo la necessità, espressa in modo imperfetto nel corso dell'azione, può diventare una sequenza di danza, di musica o poesia.

3) Esplicitazione o traduzione
Esplicitazione è una delle tecniche più originali della terapia Gestalt, che C normalmente introduce con dichiarazioni come “Dai voce al tuo annuire ”; “ Se le tue lacrime potessero parlare, cosa direbbero?” “Che cosa direbbe la tua mano sinistra alla destra?” In questo modo l'U viene sollecitato a tradurre in parole un'espressione non verbale(utilizzando ad esempio un gesto, un’immagine visiva, un sintomo fisico), e spinto a rendere palese un contenuto che era prima soltanto implicito. Quando un messaggio come un azione, un suono o un’immagine, viene tradotto in parole, e giusto definire tale processo “esplicitazione”, dal momento che di solito l'attività visivo motoria è più vicina ai nostri processi automatici e inconsci, mentre quella verbale, fa parte della nostra attività consapevoli.

4) Identificazione e interpretazione. La recitazione è importante nella terapia Gestalt sia nel senso di agire un comportamento che si adatta ad un’altra persone, sia nel senso di sperimentarsi nelle vesti di un altro.
Quando la recitazione esprime fisicamente un'idea, un sentimento o un’immagine, può venire considerata come un mezzo per tradurre da una modalità espressiva all'altra. Ovviamente, è il contrario dell'esplicitazione: mentre esplicitando diamo voce ai nostri movimenti, recitando diamo movimenti ad un pensiero. Mentre l'interpretazione di un ruolo, può venire intesa come un ulteriore modo di completare l'espressione, il “pensare” è un'azione incompleta; interpretandolo con l’attore in carne ed ossa, si realizza azione fino alla sua completa espressione.
Ciò che fa il C quando domanda all'U di agire sui ricordi o sue aspettative, equivale a chiedergli di realizzare fisicamente un'azione che può aver realizza tante volte anche e solo nella sua fantasia. Mentre lo fa l'U può scoprire di essere attaccato a quel ricordo a causa della sua “incompletezza”.
La recitazione a livello interiore, comporta un processo di identificazione, un diventare tutt’uno con la parte che interpretiamo. L'identificazione “Sii la tua mano” fa un passo oltre l'empatia richiesta dall'esplicitazione. Il compito più difficile per l'U sarà quando dovrà identificarsi con un lato spiacevole di se, che egli cerca in tutti i modi di non riconoscere. Nella misura in cui sarà in grado di identificarsi con tutto ciò che egli è, in bene e in male, sarà anche in grado di prendere la responsabilità per se stesso.
Tali tecniche sono anche la strada per raggiungere la consapevolezza. Possiamo conoscere meglio qualcuno diventandolo, più che ragionandoci sopra. La recitazione esige quella compressione olistica che è funzione dell'intuizione, molto più di qualunque altra singola attività psichica (“mettiti al posto di tuo padre”).
L'interpretazione viene usata molto nella drammatizzazione dei sogni, nella rappresentazione delle anticipazioni del futuro e del passato e nella recitazione delle diverse parti che sono in conflitto nella personalità.
I momenti più drammatici della seduta con gli U sono quelli in cui si assumono alternativamente il ruolo delle diverse parti che costituiscono aspetti non integrati nella sua personalità: la persona interessata e quella egoista, il maschile e femminile, il genitore e il bambino, il cane di sopra e il cane di sotto, ecc.
L'arte del C sta soprattutto nella sua capacità di indicare all'U i ruoli chiave da esplorare tramite la recitazione.
Ecco alcuni segnali che possono rivelare al C un atteggiamento suscettibile di recitazione:
1) Sintomi psicologici come ansia, colpa, vergogna. Tali casi comportano principalmente l'immaginazione del giudizio di un altro e possono quindi venire scelti come soggetto per l'interpretazione di un ruolo ed infine riconosciuti come uno degli atteggiamenti del U verso se stesso; oppure è ansia legata ad una fantasia catastrofica sul futuro.
Nella colpa c’è l'autoaccusa che può essere drammatizzata interpretando il ruolo del colpevole o dell’accusato. In entrambi i casi il gruppo può venire utilizzato come bersaglio e visto come giudice o come Cane di Sotto.
Nella vergogna, il senso di esposizione comporta un supervisore o un testimone che giudichi, i cui atteggiamenti possono essere esplorati interpretandone il ruolo.
2) Conflitti. Anche i piccoli conflitti come ad esempio guardare C o non guardarlo, può essere espressione di una divisione più ampia di quello che si vede. È esplicitando o esagerando entrambe le alternative, l’U probabilmente arriverà a due aspetti più ampi della sua realtà psichica.
3) Esagerazione e inversione L'amplificazione di qualunque sentimento o atto espressivo vale la pena di esplorarlo con la drammatizzazione. Si può poi esplora l'atteggiamento inverso.
4) Una discrepanza tra espressione verbale e non verbale può essere la strada per indagare su un'altra divisione. Ad esempio un U riferiva ansia mentre la sua voce, la sua postura comunicavano equilibrio e sicurezza. Il C gli domanda di comportarsi alternativamente in modo spaventato ed in modo equilibrato sia col comportamento verbale che quello non verbale. Facendo ciò scoprì che l’U interpretava sempre il ruolo equilibrato, non si sentiva libero di dimostrare la sua debolezza e aveva una compulsione da Cane di Sopra ad essere padrone della situazione.
5) Comportamento complessivo. A volte il C può diventare consapevole del ruolo dell’U tramite lo stile del suo comportamento complessivo.
Quanto più è sottile il gioco che egli deve individuare, tanto più si baserà sulla sua comprensione intuitiva della Gestalt. Dopo aver espresso la sua osservazione: (“Penso che tu stia cercando le luci della ribalta”), e questa viene accettata dall’U, può procedere a suggerire di esagerare o interpretarne le caratteristiche rilevanti.

III Il problema della comunicazione diretta.
Minimizzazione. L’autoespressione viene spesso attutita da attività quali la minimizzazione, la vaghezza ecc. L’espressione diretta comporterà un miglioramento nella comunicazione tra individui:
U “Mi sento piuttosto stanco. Forse irritato. Può darsi.”
C ”Usi molte locuzioni avverbiali: piuttosto, forse, può darsi”.
L’uso del “ma” può essere considerato un segnale. “Ma” serve spesso per squalificare o per togliere in parte validità. Presenta il riflesso udibile di un conflitto per evitare di prendere posizione. C, oltre alle indicazioni che può dare all'U perché prenda posizione o esageri una o l'altra delle parti, a volte può scoraggiare l'uso della parola “ma” è suggerirà di usare al suo posto “e”.

Spersonalizzazione
Un altro aspetto è l’uso di locuzioni impersonali. Spesso il concetto evitato è “io” o “tu”, e in questo modo la spersonalizzazione funziona da cuscinetto per attenuare l'impatto in confronto diretto:
U. “La mia mano fa questo movimento”
C. “E’ lei che fa il movimento? “
Perls diede molta importanza all'uso delle Io: "Ogni volta che applicate il corretto linguaggio dell’Io esprimete voi stessi, favorite lo sviluppo della vostra personalità”. Ma l'autore preferisce considerare questa tecnica solo uno strumento utile: ci sono C che stanno cogliere ogni sfumatura verbale, ma sono bravi solo in quello. Naranjo preferisce lasciar passare molte spersonalizzazioni quando una richiesta di riformulare la frase interrompere un sentimento, spezzerebbe la concentrazione su un'immagine.
L’evitamento dell'IO non comporta sempre la personalizzazione anche se qualche volta lo fa.
U: “Ci sentiamo nervosi”.
C: “Parla per te”.
U: “bene, sono nervoso”.
Vale lo stesso discorso per l'uso delle “si”.
Esempio
U: “questo non si fa facilmente”.
C: “si?”.
U: “Ho difficoltà ad esprimermi di fronte a tutti voi”.

Retroflessione. È un altro caso di espressione indiretta: è la retroflessione che è un comportamento tramite il quale una persona “fa a se stessa ciò che in origine faceva o cercava di fare ad altre persone o oggetti. Invece di e sue energie ad azioni sull'ambiente che soddisfarebbero i suoi bisogni, dirige l'attività verso l'interno e sostituisce se stesso all'ambiente quale bersaglio del comportamento.
La retroflessione è conseguenza di ostacoli ambientali all'espressione degli impulsi; frenandosi la persona fa a se stessa ciò che in origine le è stato fatto dall'ambiente.
È abbastanza funzionale in alcuni situazioni. Il problema importante è se una persona ha o non ha basi razionali per soffocare un comportamento in date circostanze.
Molte retroflessioni sono disfunzionali ed inconsce. Secondo Perls la repressione è retroflessione “dimenticata”. Quest'ultima ha un valore particolare per il C. perché porta alla sua attenzione l'aspetto attivo della repressione e dell’inibizione. La Gestalt mette in rilievo l'importanza di recuperare la consapevole dal processo con cui ci si blocca, di ciò che si prova quando lo si fa, e di come lo si fa. Quando U. scopre la sua attività di retroflessione e ne riguadagna il controllo, l'impulso bloccato verrà recuperato automaticamente.
Il contenuto della retroflessione è vario: odio per se stessi e, pietà per se stessi, avido sfruttamento di se stessi ecc.. Anche l'introspezione viene considerata come un modo retroflesso di guardare a se stessi; l'osservatore viene diviso dalla parte osservata e, finchè questa divisione non è sanata, la persona non potrà rendersi conto che può esistere l'autoconsapevolezza, che non è oggetto di introspezione.
La retroflessione più comune è quella dell'aggressività che può costituire la retroflessione di un impulso diretto originariamente verso un altro. In questo modo una persona può trasformare il risentimento in autoaccusa e colpa, il sarcasmo nella sensazione di essere ridicola, l’odio nella sensazione di non aver diritto di esistere.
In altri termini, la aggressività retroflesse diventa depressione.
Per valutare se i sentimenti di un U. verso se stesso rappresentino un caso di retroflessione, la Gestalt usa la sperimentazione: quando una persona viene indirizzata a fare ad un altro ciò che sta facendo a se stesso, può scoprire che questo è ciò che voleva realmente fare. Se è così, avrà riguadagnato una parte della sua capacità di espressioni diretta.
Invertire una retroflessione suscita spesso vergogna o colpa.
Esempio
Un uomo religioso, incapace di sfogare contro Dio la rabbia per le sue delusioni, si batte il petto ciò e si strappa i capelli.
Invertire tale retroflessione in un colpo solo significherebbe mettere l'individuo in condizione di attaccare gli altri. Egli susciterà negli altri la stessa schiacciante contro a aggressività che lo ha indotto a retroflettere in origine. Il cambiamento può venire realizzato in diversi momenti; U. può, per cominciare, scoprire ed accettare il fatto che lui rivolge la sua rabbia contro se stesso. Può diventar consapevole delle emozioni della parte sua personalità e retroflette, cioè del sentir piacere facendosi male.
Soltanto quando viene accettato, potrà dirigere la rabbia utilizzando un comportamento più sano. Mentre U capisce ciò che vuole veramente e tenta di migliorare, cambieranno in meglio anche le sue tecniche per esprimere gli impulsi precedentemente bloccati. Questi perdono il loro aspetto terrificante man mano che lui li differenzia e da loro la possibilità di riunirsi con le parti più adulte della personalità.

Capitolo terzo
Tecniche di integrazione
Ogni tecnica espressiva è anche di integrazione perché esprimere vuol dire portare alla consapevolezza ciò che era dissociato da essa, o portare nel campo dell'azione qualcosa che la persona aveva in mente come pensiero, immagine o sentimento.
La Gestalt usa mezzi specifici affinché un U. integri le varie parti della propria personalità. C. può suggerire all'U. di interpretare un ruolo che sia la sintesi degli elementi in conflitto nella sua psiche; in coraggio era l'integrazione delle voci interiori in conflitto tramite una o l'altra delle sue tecniche di seguito riportate.
1) incontro intrapersonale. Comporta nel portare in contatto uno con l'altro i sub-se di una persona richiedendole di interpretarne a turno i ruoli e di far parlare i suoi personaggi.
Perls diceva che per lavorare gli occorreva solo la collaborazione dell’U, la sedia calda, quella vuota e dei fazzoletti. Durante i dialoghi interiori l'utente viene incoraggiato a spostarsi da una sedia all'altra per rafforzare il realismo della sua identificazione con i sub-se che si alternano.
L'incontro interpersonale fa si che due o più lati di una persona si rapportino uno con l'altro in modo da stabilire un dialogo.
Esempio: i due personaggi potrebbero essere la buona madre e la bambina che ha bisogno di attenzione, la sua ragione il suo cuore, la parte femminile quella maschile, ecc.. Ciò che determina l'efficacia di questo procedimento si trova in fattori che possono richiedere abilità da parte del C. Alcuni punti importanti sono:
1) l'incontro non deve essere prematuro; infatti prima che l'utente egoista possa incontrare l'utente altruista, è necessario che lui sia abbastanza consapevole di questi due lati sia in contatto con il modo di vivere l'esperienza di entrambi.
2) l'incontro non deve essere una discussione intellettuale ma un confronto svolto a livello di sentimenti.
molti incontri costituiscono aspetti di una scissione della personalità: quella del “Devo” contro il “Voglio”. Può essere una forma di dialogo con un genitore immaginato o con le persone in generale, ma le parti hanno le caratteristiche particolari che hanno spinto Perls a chiamarle “Cane di sopra e Cane di sotto”.
Il primo è il virtuoso, il prepotente, l'autoritario e primitivo.
Il secondo ha grandi abilità nell'evitare di ordini non del primo e essendo entusiasta di obbedire, risponde di sì, ma……. Di solito il cane di sotto ha la meglio nel conflitto. In realtà i due cani sono due clowns che fanno i loro giochi; la guarigione che poi non è altro che l'integrazione dei due, si raggiunge solo quando i due cani non hanno più bisogno del controllo reciproco. A quel punto si ascoltano reciprocamente, riescono a ragionare e a comunicare trasformandosi in una persona completa.
Alla fine dei colloqui i due personaggi non dovrebbero avere ruoli antitetici ed entrambi saranno in grado di cambiare il proprio punto di vista.

Assimilazioni delle proiezioni. Quando diciamo “Questo mi dà l'impressione di scomodo” invece che mi sento a disagio, sembra giusto invece che lo approvo, proiettiamo noi stessi nella Spersonalizzazione. Talvolta può essere un problema di linguaggio, una preferenza ma nonno coinvolgerci o mascherare la nostra responsabilità. Altre volte con la proiezione disconosce amo il nostro ruolo nell'esperienza: una certa persona è buona ma non c'entra il fatto che a noi personalmente piaccia; ci interessiamo qui della proiezione che ci porta ad attribuire a qualche persona o cosa nell'ambiente, caratteristiche o sentimenti nostri che non vogliamo riconoscere come tali. Spesso comporta vedere la pagliuzza negli occhi di un altro piuttosto che la trave nel proprio.
Quando facciamo questo, non vediamo la realtà che ci circonda quale essa, ma sto distorciamo la nostra percezione della realtà, attribuendole tutto ciò che rifiutiamo è noi stessi. È maggiormente vero quando siamo personalmente più coinvolti con l'altra persona.
Le proiezioni costituiscono un'illusione, ma anche una realtà sono illusorie in quanto spesso non appartengono alla persona o cosa cui le attribuiamo (sebbene proiezione e realtà possano coincidere); sono una realtà in quanto sono l'immagine della nostra vita interiore, e strade che porti a non noi stessi.
È importante per la Gestalt l’assimilazione delle proiezioni cioè incorporar di noi stessi e ciò che abbiamo disconosciuto.
Esempio.
C. “ E’cosa senti ora? “
U.” Non credo di per certi.”
C. “Sii me per un po' di tempo. Dai parole ai sentimenti o ai pensieri che potrei avere.”
U.” E? una noia. Vorrei essere a casa.”
C “Per favore ripeti lo come affermazione tua su te stessa e vedi se ti sembra adatta”.
U. “Sono una noia, non solo interessante e non certo posso piacerti”.
la drammatizzazione è servita al U. come mezzo per permettergli di sperimentare il contenuto della sua proiezione. Ciò che ha portato U ad entrare in contatto con la sua esperienza è stato il suggerimento di riformulare l'esperienza proiettata come propria cioè sostituire “io” alla locuzione impersonale. Ciò si può ottenere in diversi modi. Esempio: “ e questo il tuo sentimento? lo riconosci come parte di te?” A volte serve una riformulazione con la sostituzione di se stessi ad altri; questo procedimento viene chiamato “provarselo addosso”.
U “ non mi piace la tua tortuosità. Ti ritiri e che ieri ed io non so mai a che punto sei.
C “ provatela addosso”.
U “ non mi piace la mia tortuosità. Mi ritiro e chiacchierano e la gente non sa mai a che punto sono”.
altre volte l'assimilazione di una proiezione può venire effettuata trasformando un dialogo interpersonale in uno intrapersonale:
U “ mi fai sentire a disagio perché sembra che tutti aspetti qualcosa di grande da me ed ho sempre paura di deluderti”.
C “ immagina di essere me e parla U facendolo sentire a disagio.
U “ sei un ragazzo così dotato eppure dici tante stupidaggini. Sai di poter fare di più
C “ metti C. su quella sedia e digli quello che ti ha appena detto C.”
U “ Sei genio, non vivi alla tua altezza. Stare sprecando la tua vita.
C “ bene. Fai il cane di sotto e rispondi a quello che hai appena detto”.
U “ vai a farti benedire, sono stufo di provare ad essere un genio solo per farti piacere e per essere quello che diamante si aspettava dal suo bambino meraviglioso. Sono qui per far piacere a me stesso
C. può aver bisogno di dedicare un po' di tempo ad incoraggiare l'espressione delle proiezioni (ad esempio con suoni) prima di passare a qualunque tentativo di riassimilazione.
secondo perls la paura nevrotica di essere rifiutati è conseguenza della proiezione del proprio il rifiuto degli altri. Dipende dalla proiezione sugli altri del loro proprio rifiuto. Ciò che rifiutiamo di sentire è il loro disgusto rispetto a quello che hanno incorporato nella loro personalità.
La conseguenza del disconoscimento sono sia del disgusto sia dell'aggressività, porta l'individuo ad inghiottire tutto ciò con cui l'ambiente lo nutre, si tratti di cose adeguate ai suoi bisogni o no. Rimane incapace di masticare le sue esperienze, di superare gli ostacoli mordendo o selezionando. La conseguenza è l’introiezione che è una situazione non conclusa dove vieni incorporato cibo disgustoso nella personalità senza una corretta assimilazione, che comporterebbe la masticazione psicologica ed una incorporazione o un rifiuto delle parti che compongono l'oggetto.
Da piccoli siamo stati alimentati ad orario condizione che è il requisito di base della tendenza ad introiettare. Perls affronta il problema alle radici attraverso il processo del mangiare: bisogna rimobilitare il disgusto che non è piacevole. Suggerisce: “ durante il pasto prendete un morso cibo e fatelo liquefare completamente masticandolo quando siete certi che il cibo è liquefatto, bevetelo.” La stessa cosa vale per la sfera intellettuale: “ prendete una singola dichiarazione difficile ed analizzatela facendola a pezzi. Trovati i significato preciso di ogni parola, fate la vostra o rendete chiaro a voi stessi quale parte non capite. Forse non siete voi che non riuscite a capire ma è ciò che è scritto che è incomprensibile.
Un altro utile esperimento, che fa un uso completo dell'identità funzionale tra manager cibo fisico e digerire qualche situazione interpersonale, è quello che segue:
“Quando siete di umore irrequieto, arrabbiati, applicate l'aggressività in un attacco a qualche cibo fisico. Una mela, pane duro e sfogate di esso la vostra vendetta. A seconda del vostro umore masticate impazientemente, impetuosamente, crudelmente quanto potete. Ma mordete, masticate, non inghiottite”.