giovedì 31 maggio 2007

C’era una volta, tanti e tanti anni fa, una bimba di nome Cappuccetto Rosso...

No, aspettate a trarre conclusioni affrettate, questa non è la favola che tutti conosciamo!

In questo capitolo Cappuccetto Rosso è già cresciuta, ha lasciato il bosco e la nonnina ed è ora un leader consapevole che, domata una balena, ne cavalca impettita il dorso.
E’ un dittatore armato di forbici che cerca di imporsi, ma che alla fine è costretto a scendere a patti con un anarchico Pinocchio. E si accorge di quanto il patto migliori la sua vita, rendendola più originale e divertente.


In questa capitolo, Pinocchio si è stancato di cercare di diventare buono apposta e in tutti i casi e non ha più bisogno della fatina per tirare avanti.
In questa favola non vi sono lupi cattivi, ma solo esilaranti lupacchiotti, che muoiono e risorgono dalle ceneri della propria autoironia. C’è un discreto e gioioso Lucignolo che non ha paura di apparire ridicolo se veste da Arlecchino, invece di indossare un abito da sera.

C’è il solito grillo parlante, ci sono un gatto e una volpe sempre più complici e c’è anche una regina della calli-grafia nascosta in un angolo, a decorare gli sfondi.
Questa favola si svolge in mezzo a dei roseti, sette per la precisione, uno diverso dall'altro, tutti straordinariamente unici e meravigliosi.
Aspettate, dunque, perchè questa favola è appena cominciata…


lunedì 28 maggio 2007

Immagini in scena:una applicazione di foto video terapia

Immagini in scena:
una applicazione di foto/videoterapia

Oliviero Rossi
Psicologo, Psicoterapeuta.
Articolo in corso di stampa su "Formazione in Psicoterapia Counselling Fenomenologia" Roma , 2007

Guardare un propria fotografia offre la possibilità di ri-vedersi e ri-trovarsi nei ricordi e nei vissuti evocati dall’immagine.
Buona parte del lavoro con la foto/videoterapia si basa su questo. Il videoterapeuta facilita al cliente un dialogo tra l’“essere stato” quella immagine (tutto quello, cioè, che si ritiene essere l’informazione cognitiva, affettiva e relazionale di cui in un certo senso la fotografia è una impronta) e il suo “essere se stesso ora”.
Attraverso un lavoro nel presente di confronto con se stesso mediato dalle immagini, il cliente può trovare alternative emotive/cognitive.
Come descriverò di seguito, il lavoro con la foto-videoterapia, apre una possibilità di dialogo, mediato dalle immagini del cliente, tra l’“essere stato” e l’“essere nel presente”.
Nella relazione d’aiuto, utilizzando l’immagine del cliente, il prerequisito fondamentale, è che la sua immagine sia in un certo senso battezzata. Ovviamente, la fotografia, il video o l’immagine che il cliente vede sa essere la sua, ma è necessario questo atto formale di conferimento di identità per confrontarsi e relazionarsi con essa.


(Fot. 1) Il terapeuta è posizionato davanti a Carla con il display rivolto verso di lei.

Terapeuta: Che stai provando Carla? Dillo alla Carla nel display.
Carla: In questo momento sono emozionata, eccitata, incuriosita…
T.: Voglio che tu sappia Carla (indicando l’immagine di Carla nel display della telecamera)
C.: E’ difficile guardare questa cosa
T.: Questa cosa è Carla, dalle le prove che l’hai riconosciuta…sei Carla in quanto…
C.: Sono Carla in quanto…
T.: No no, quella che sta li dentro, quella che stai guardando, la donna che vedi li dentro come si chiama?
C.: Si chiama Carla.
T.: Allora è Carla
C.: Eh già, sei Carla
T.: Sei proprio Carla e non un’altra in quanto?
C.: In quanto ti riconosco
T.: Da cosa?
C.: Dai tuoi lineamenti, dalle tue espressioni, dalla tua voce
T.: E dal fatto che nei tuoi occhi …? (il terapeuta stringe l’inquadratura facendo un primo piano degli occhi di Carla che lei osserva nel display)
C.: Eh, dal fatto che dai tuoi occhi vedo una luce che mi fa pensare che sei emozionata, che sei in un momento speciale, privilegiato
T.: Io sono qui oggi per offrirti la possibilità…
C.: Per offrirti la possibilità di assaggiare, di indagare, di sentire delle parti di te,… sicuramente ferite, delle parti anche belle, dei regali,… delle parti tristi e delle parti gioiose, per poterle ricomporre dentro, per poter sentire che sono veramente tue, che sono dentro di te, che sono il riflesso di quello che è la tua vita e che ti rendono speciale…
T.: Guardala negli occhi …la vedi? Guardala
C.: La vedo…guardando i tuoi occhi vedo… le tracce della tua vita…
T.: Ok…cosa vuoi offrirgli?…
C.: Io ti offro la possibilità di integrare queste parti
T.: Ok…salutala
C.: Ciao (sorridendo alla sua immagine)


Questo primo momento con Carla presenta subito degli elementi cruciali per impostare il lavoro terapeutico: innanzitutto, la costruzione della polarità Io - Me stesso immagine; ovviamente, all’interno della relazione terapeuta cliente, dove la stessa relazione si fa garante di questa operazione di scissione polarizzante di alcune dimensioni di sé.
Carla all’inizio non sa dove guardare. E’ indecisa se guardare il videoterapeuta o la propria immagine, e il videoterapeuta gioca un po’ su questo: “con chi stai parlando? come si chiama la persona che vedi dentro la telecamera?” Questa è un’operazione che potremmo chiamare di battesimo della polarità: l’immagine viene battezzata e inizia ad assumere caratteristiche “umane”. Umane in quanto l’Io che osserva il Me stesso immagine comincia a delegargli qualcosa di se stesso, prima di tutto il nome; e poi, piano piano, i vissuti emotivi/cognitivi ed a questo punto inizia la possibilità di confronto nel qui ed ora dello spazio terapeutico. In questo passaggio è molto importante aiutare il cliente a distanziarsi un po’ dal suo sistema di credenze, ossia dagli elementi che stabilizzano il suo senso di identità, per esempio, “se io sono qui non posso essere da altre parti”; come nell’operazione che stiamo compiendo, Io sono qui ma allo stesso tempo un Me stesso è anche di fronte a me ed è questo che permette di riaprire i cassetti della mia storia di vita e riordinarli.


(Fig. 2) Una delle fotografie portate da Carla in cui è ritratta lei al mare da giovane

(Carla ha portato una serie di fotografie personali con cui inzia a lavorare insieme al terapeuta)
T.: Qui chi c’è (riferendosi ad una foto che ritrae Carla da giovane sulla spiaggia)
C.: Qui sono io
T.: Guarda guarda…e che effetto ti fa quella donna li?
C.: Eh, quella donna è una donna vitale, una donna gioiosa, una donna che azzanna la vita
T.: Chi gli ha fatto la foto?
C.: Un’amico
T.: E’ una persona importante per te quell’amico?
C.: Si, lo era
T.: Beh, diglielo a Carla giovane (in questo momento il terapeuta invita Carla a parlare con la sua immagine presente nella fotografia)…
C.: Carla, (rivolgendosi all’immagine) davanti a te c’è quell’amico, una persona molto importante per te
C.: Questa è Carla giovane, tu di fronte a me che scatti questa foto sei una persona importante
T.: E dietro cosa c’è?
C.: Ci sono le dune
T.: E le dune dove stanno in genere?
C.: In riva al mare
T.: Solo che somiglia tanto ad un deserto
C.: Si ma è Torvaianica
T.: E’ Torvaianica deserta. Un esempio molto raro
C.: E’ il mare di inverno
T.: Ok…è il mare di inverno. (il terapeuta si posiziona nuovamente di fronte a Carla girando il display verso di lei) Che stai provando?
C.: Un po’ di nostalgia
T.: Un po’ di nostalgia

In questa fase del lavoro operiamo una seconda possibilità di incontro con il Me stesso immagine. Questa seconda possibilità di incontro ha a che fare con il Me stesso immagine che ero; qualcosa che emerge dall’archivio biografico della persona. Quindi, è un’immagine in qualche modo satura: di ricordo, di emozione, di situazioni compiute e quindi non modificabili.
Ma, in che modo questa diventa occasione terapeutica, ossia occasione di revisione della propria esistenza?
Proprio accentuando questa differenza tra situazioni passate e possibilità attuale. Io che guardo Me stesso lì e allora ho qualcosa di differente rispetto a quelle immagini. Il qualcosa di differente è che nel presente io posso muovermi, posso rivedere, prendere in considerazione cose diverse da quelle che conosco, che ho sempre saputo e che corro il rischio di agire sempre nell’unico modo in cui riesco a metterle in atto.
L’immagine mi rimanda qualcosa di fisso. Qualcosa di fissato nella memoria emotiva-cognitiva, e il lavoro del terapeuta è quello di rendere nuovamente mobile quella immagine.
In che senso? Ciò che rende mobile un’immagine fissa di un evento storico, è la possibilità di ripresentificare quell’evento, renderlo di nuovo evento attuale sostituendo a quello che conosco dell’immagine che sto vedendo il vissuto qui ed ora che nasce dal relazionarmi con quella immagine immobile. Questo scongelamento cognitivo, emotivo e storico viene operato inserendo qualcosa che io non conosco; qualcosa che io che guardo quell’immagine non prendevo in considerazione semplicemente perché ero funzionalmente fissato su un certo racconto, su un certo modo di vedere quell’evento del passato.
Il terapeuta promuove piccole operazioni, a volte un po’ paradossali, a volte provocatorie, oppure proprio di evidenziazione, di conversione dello sfondo in figura: portando in primo piano quei particolari nascosti od omessi che una volta portati alla coscienza riorganizzano le strutturazioni del racconto di sé del cliente.
Nella foto al mare, il terapeuta inizia a ridefinire quella spiaggia e quello sfondo un po’ sfuocato come se fosse un deserto, certo un aspetto del deserto fuori città o quasi città, come può essere Torvaianica in quel caso. Questa ridefinizione deve essere in un certo senso concordata e condivisibile con la persona; non alla lettera, ovviamente, ma al livello delle sue attivazioni evocative.

Successivamente, Carla prende le sue foto e sceglie le persone che interpreteranno quelle foto. Le persone a cui viene espressa la richiesta possono scegliere se partecipare o no. Questa è un’operazione di contratto, di contratto mediato dall’empatia, tra la persona e le persone che parteciperanno in gruppo al suo lavoro individuale.
Questo contratto è importante altrimenti la persona non può sentirsi sicura di accogliere l’alleanza con la persona che ha invitato; e la persona, se non può scegliere se partecipare o no al lavoro, in qualche modo ha il diritto di trasgredire al lavoro stesso e la trasgressione, in questo senso, molto spesso diventa “Io non proverò niente con te”.
Quello che ci serve è un mediatore e un’operazione di empatia che poggi e che sia mediata dall’immagine e dalle sensazioni e attivazioni emotive che permetteranno il passaggio da immagini su carta a immagine incarnata.


(Fot. 3) Le persone del gruppo scelte da Carla posizionate in piedi ognuno con una
delle fotografie portate da Carla in mano


(il terapeuta chiede a Carla di scegliere delle persone del gruppo che impersonino le fotografie che lei ha portato. Una volta scelte le persone, queste si posizionano in piedi davanti a Carla tenendo ciascuno una foto in mano)
T.: Adesso, le persone che sono state scelte entrino nello spazio in cui Carla vi ha messo e, anche se assurdo, vi chiedo di diventare quei personaggi li, di diventare quelle foto li e, diventando quelle foto, prendete contatto con l’emozione che provate e, qualunque emozione proviate, piano piano diventate quell’emozione e uno per volta iniziate a parlare a Carla dando voce a quello che è raffigurato nelle foto come se fosse la foto stessa a parlare
E’ bellissimo qui e divertentissimo (parla la persona che si è identificata con la fotografia che ritrae i genitori mentre giocano)
Io sono il piacere della solitudine e dell’avventura (persona che si è identificata con la foto che ritrae un tramonto sul mare)
Vorrei starti vicino ma sto stretto (persona che si è identificata con la foto che ritrae il compagno)
Io sono la malinconia di qualcosa che so che perderò (persona che si è identificata con la foto che ritrae la madre da giovane)
Io voglio giocare e amare (persone che si sono identificate con la foto che ritrae gli amici di Carla)

In questa fase, quello che facciamo è utilizzare le potenzialità di attivazione empatica della fotografia. La foto di Carla diventa più di un personaggio, diventa una persona. Chiedo a Carla di dare carne alle sue immagini. La carne, ovviamente, è quella dei partecipanti del gruppo ai quali viene detto di identificarsi con quello che l’immagine fotografica evoca loro. Questa operazione di identificazione con l’immagine fotografica funziona da base per un’operazione di doppiaggio. E’ impossibile far parlare una foto se non gli diamo un corpo fornito, non soltanto di corde vocali, ma anche di emozioni, sensazioni e cognizioni.
Nel momento in cui l’immagine si incarna nel corpo di un partecipante del gruppo, è di nuovo possibile avere una percezione “ecologica” calata cioè in un ambiente percepibile realmente pur nella sua dimensione come se, cioè una percezione composta dai cinque canali percettivi, dall’organismo e dalla attività cognitiva che coordina, integra quello che afferisce ad esso. Nel momento in l’immagine fotografica viene indossata diventa una immagine-corpo con la quale è possibile relazionarsi, sentirne il calore.




(Fot.4) Carla interagisce ora con le sue immagini-corpo (Fot.5) Carla tra le braccia della persona che
impersona i suoi genitori che giocano


Io sono la foto dove c’è complicità (parla nuovamente la persona che si è identificata con la fotografia che ritrae i genitori mentre giocano)
T. (il terapeuta rafforza il doppiaggio fatto dal partecipante al gruppo): Con te Carla, io sono la foto dove mamma e papà si divertono soltanto se ci sei anche tu, perché sei la cosa più bella che hanno fatto e non ci sarebbe gioia tra noi se non ci fossi anche tu…vai Carla, vai vicino a quella foto e prendi il tuo posto (Carla si posiziona tra le braccia della persona che impersona la foto. La telecamera riprende la scena). Prendi tutto il tuo posto in quella foto e senti che provi mentre ti regali il tuo posto in quella foto…e comincia a dire tutto quello che ti sei tenuta dentro il tuo cuore …mamma, papà…
C.: Mamma, papà che bello stare insieme a voi quando siete gioiosi
T.: E’ un diritto per me…vai!
C.: E’ un diritto per me stare qua…ho il diritto di essere in mezzo alla gioia, di ridere anche io, di sentire il contatto con voi, di sentirvi felici
T.: Ho il diritto di sentire il vostro calore
C.: Di toccarvi, di sentire che ci siete davvero anche per me, non solo per voi due
(le due persone che impersonano le foto dei suoi genitori da giovani si avvicinano e ripetono la frase “Noi siamo qui con te, siamo vicino, per la ricerca del gioco, per la tenerezze, ti accompagnamo nel tuo percorso”)
T. il terapeuta rafforza il doppiaggio: Noi siamo le tue foto, noi siamo la tua storia e siamo qui vicino a te per darti quello che tu hai paura di mostrare…..che stai provando Carla?
C.: Sono molto emozionata
T.: Certo, di cosa ti stai accorgendo?
C.: Che ho un grande cuore, che questa parte di gioia, questa parte di contatto fisico…ho difficoltà a guardare il display
T.: Forse eri una bambina che non si sentiva vista, ma la difficoltà di guardarti era quello che sentivi nei tuoi genitori, ma non hai bisogno di continuare a fare quello che hanno fatto loro… prova a dare a Carla quello che Carla non ha ricevuto, uno sguardo… il terapeuta doppia guardandoti posso dirti che hai proprio il diritto di…
C.: Di essere amata, di essere coccolata, di essere vista, di essere baciata
T.: E di non avere spazi vuoti intorno…il contatto è fatto non di vuoto…che stai provando?
C.: Sto benissimo, sto a contatto con una fisicità antica … una fisicità antica di quelle proprio…
T.: Quelle dei bambini, ne più ne meno
C.: Si (la sua espressione è sorridente e rilassata)
T.: Ok, ci fermiamo?
C.: Direi proprio di si
T.: Carla(indicando l’immagine nel display) ora posso dirti, prima no ma ora si
C.: Prima non potevo dirtelo, però adesso ti posso dire che sei in gamba e che tutto quello che hai messo in gioco in questo momento erano delle parti molto intime, anche ferite, e sei anche molto coraggiosa
T.: Sai quale è una cosa molto importante per un bambino da sentirsi dire…“Sei il nostro orgoglio, siamo molto orgogliosi di averti…”
C.: Grazie



In quello che abbiamo visto, la potenzialità evocativa e mediatrice della relazione della fotografia è piuttosto evidente. Ci sono stati due o tre giochi di incrocio: all’inizio Carla abbina alla fotografia una persona; la fotografia passa dalle mani di Carla alle mani della persona che la riceve e ci entra in contatto. Ovviamente, vengono proposte varie modalità percettive di contatto con la fotografia: il tatto (la foto tenuta in mano), l’odorarla… non è stato chiesto di assaggiarla per ovvi motivi, ma in ogni caso c’è un contatto con la fisicità della foto e lentamente con le emozioni e le sensazioni che la foto evoca. Ovviamente, le sensazioni e le emozioni appartengono a chi sta percependo la fotografia. La foto diventa della persona che la riceve; lo diviene a tal punto che la persona “diventa” quella foto. A questo punto, l’interazione con Carla accentua la polarità Io - Me stesso contenuto dall’immagine e dall’altro, che mi sta “rappresentando” tanto quanto quella mia stessa immagine.
In questo lavoro Carla può sperimentare un ritorno nella foto, o meglio, un ritorno nelle emozioni e sensazioni rappresentate nella foto. Soltanto che è un ritorno particolare: il ritorno è con tutto quello che è omesso nella foto, con tutto quello che era nello sfondo e non sembrava entrare nella fotografia “ufficiale”, quella contenuta nel sapere trasversale¹, in quello che conosco del passato, ossia tutto quello che non è possibile cambiare; finchè il passato è passato, e la foto è l’orma del passato, non si può cambiare niente. Ma in questa operazione di ripresentificazione, di incarnazione della fotografia, che è anche qualcosa di più della semplice operazione di identificazione e di doppiaggio della foto, io posso calarmi in un universo di nuovo percettivo, cioè di relazione con l’ambiente mediata dalle mie sensazioni ed emozioni e promossa dall’attività percettiva: tattile, visiva, olfattiva, emotiva, cognitiva. Carla è dentro la foto e tra le braccia della persona che rappresenta quella foto e, allo stesso tempo, condivide empaticamente qualcosa che è mancato a Carla, che è mancato forse anche alla persona che esegue il doppiaggio, ma che in qualche modo stanno ritrovando insieme in un collegamento, in un link empatico mediato dalle immagini che condividono.


Per ovvie ragioni, i volti dei protagonisti sono stati sfumati e i nomi e le storie modificate



¹ Per “sapere trasversale” intendiamo le conoscenze che abbiamo riguardo alle immagini che stiamo osservando, siano esse video o fotografiche. Più conosciamo queste immagini infatti e più queste immagini sono sature di significati strutturati nella memoria, nelle dinamiche relazionali che ricostruiamo e ricordiamo delle situazioni cui esse ci rimandano. Il sapere trasversale e, in un certo senso, la sua ridondanza, la sua pienezza, è importante per un motivo: esso è disfunzionale per le nuove acquisizioni o considerazioni di diversi punti di vista su me stesso sia ora che “allora”. Questo offre a noi videoterapeuti la possibilità di cominciare a portare all’attenzione nuovi particolari su quelle immagini, proprio attraverso questo confronto con le conoscenze strutturate; particolari contenuti nell’immagine o particolari di attivazioni emotive e cognitive nella persona che le sta osservando che possano offrire un punto di vista diverso su quella situazione che sembrava non modificabile in quanto i significati che ospitava erano ormai “saturi” (cfr. Rossi O., Sguardi e immagini: video e fototerapia. Formazione In Psicoterapia Counselling Fenomenologia, vol. 7, pag. 24-30, 2006).


Approfondimenti bibliografici

Berman, La fototerapia in psicologia clinica, Erickson, Trento, 1996.
Cavallo, M., Identità narrativa, Artiterapie, vol. 5/6, pag. 5-6, 2001.
Gibson J. J. Un approccio ecologico alla percezione visiva. Il Mulino, Bologna, 1999
Manghi, D., Vedere se stessi, Franco Angeli, Milano , 2003.
Rossi, O., Incontrare se stessi: la videoterapia nella relazione d’aiuto. Attualità in Psicologia, anno XX, n°3-4, Luglio/Dicembre, EUR, Roma, 2005
Rossi, O., Le visioni della memoria. Formazione In Psicoterapia Counselling Fenomenologia, vol. 3, pag. 12-23, Roma , 2004.
Rossi O., Sguardi e immagini: video e fototerapia. Formazione In Psicoterapia Counselling Fenomenologia, vol. 7, pag. 24-30, 2006
Schaeffer J.M, L’immagine precaria. CLUEB, Bologna, 2006

giovedì 24 maggio 2007

4° incontro
21 aprile 2007. Oliviero Rossi
Dopo in momento dedicato al presentarsi usando le stesse modalità dell’incontro passato, il C. invita uno di noi, (è lui che sceglie per togliere l’imbarazzo iniziale) ad andare al centro per poi fare un movimento che maggiormente lo rappresenta. Poi invita il gruppo ad osservare tutto ciò che si può leggere in quel movimento, osservazioni che devono essere il più possibile oggettive. Poi invita tutti a osservare e parlare di cosa abbiamo notato in lui. E’ essenziale imparare a leggere tutti gli aspetti dell’utente che avremo davanti: posture, tono della voce, modo in cui si muove nello spazio; velocità nell’eloquio, abbassamenti del tono della voce, pause, tremori, ecc (ciò che in psicoterapia si chiama “esame psichico”).
Per tutto il laboratorio del 21/05/2007 si lavorerà sull’importanza dell’osservazione. Per capirlo meglio il C. invita uno del gruppo a raccontare qualcosa di se. Poi tutti esprimono ciò che hanno visto e, avendo avuto forti difficoltà a svolgere tale mandato, chiede ad altri due del gruppo di ripetere i movimenti e la presentazione di chi si è presentato accentuandone l’espressività. Il C. ci sprona ancora ad analizzare e osservare tutti i dettagli senza cadere nella soggettività; non fermarsi solo ad un canale, ma usare una “attenzione fluttuante”. Il C sta attento al contenuto verbale e allo stesso tempo deve osservare tutto con scarsa attenzione. Si potrebbe definire una “attenzione diffusa”.
Altra dimensione del colloquio è la direzione verso il cliente. Per poter monitorizzare la relazione, devo, non solo monitorizzare l’Utente, ma anche me. Per cui è essenziale ascoltarsi, chiedersi cosa si sta provando e il perché di tale emozione: capire il perché si è distratti e perché ciò è avvenuto proprio in quel momento.
E’ quindi un costante monitoraggio della relazione, necessario affinché si crei il rapporto d’aiuto. Il C deve guardarsi dal di fuori: è la mente che osserva la propria mente; questo lavoro permette al C di capire se quello che prova dipende da sé stesso o dall’U.
GIOCO: si invitano gli U ad ascoltare il proprio respiro, ad ascoltare le proprie sensazioni fisiche; ”Dove senti il cuore? Dove hai la sensazione che ci sia il battito? Ascolta le tue spalle, il tuo collo. Fai attenzione ai suoni che vengono dall’esterno, sono tanti suoni che formano un unico suono”.
Questo è un esercizio per insegnare al gruppo e al singolo a prestare attenzione a più cose contemporaneamente. Se il C blocca l’attenzione solo al verbale, se lo sguardo è costante su di lui, perderà il suo ascolto e non vedrà più l’U. Che cos’è che blocca l’attenzione dell’altro? La concentrazione solo su un unico canale.
GIOCO: ci si divide in coppie, uno dei due parla all’altro per 10 minuti, raccontandogli quello che vuole. Chi ascolta deve mantenere un’attenzione diffusa. In un secondo momento l’ascoltatore chiude gli occhi e prova a descrivere il viso dell’altro. Una volta fatto questo mandato, riapre gli occhi e confronta le cose dette con la realtà. Nella terza fase richiude gli occhi e tocca con le mani il capo e il viso dell’altra persona. Ancora una volta riapre gli occhi e dice all’altro cos’ha constatato, cos’ha sperimentato toccando il suo viso e il suo capo. Nella seconda parte dell’esercizio chi ha parlato prima sta zitto e ascolta l’altro che parla per 10 minuti. in un secondo momento, chi ha ascoltato chiude gli occhi e cerca di descrivere se il compagno aveva orecchini, anelli, orologi e il colore delle sue calze. Ancora, apre gli occhi e confronta la realtà. Una volta fatto questo richiude gli occhi e tocca le mani del compagno commentando quello che sente. Di nuovo apre gli occhi per verificare. La coppia si alza in piedi e chi ha narrato la prima volta parla per 5 minuti di sé ad occhi chiusi. Nel frattempo l’altro poggia una mano sul petto di chi parla e l’altra sulla schiena. Il C durante la narrazione invita chi parla a rivolgersi alla propria madre per dirle ciò che vuole;questo per circa un minuto. Terminato il tempo l’ascoltatore regala al compagno un piccolo dono riguardo a quello che ha recepito ascoltandolo, utilizzando tutti i canali percettivi. Al termine ci si scambia il ruolo e si ripete la stessa cosa: invece di poggiare le mani sul petto, l’ascoltatore poggia l’orecchio. Durante la narrazione il C inviterà chi parla a rivolgersi a suo padre. Si conclude dopo che chi ha ascoltato ha regalato un piccolo dono al compagno riguardo a quello che ha sentito.
Brain storming.
GIOCO: il C invita un U specifico ad andare al centro per parlare di sé; lo invita a parlare con la madre, col padre e per ultimo l’U deve far finta di essere prima un genitore e poi l’altro che parlano con lui quando aveva 5 anni. Mentre l’U fa questo, il C (e il gruppo) osserva con attenzione tutti i canali: posture, tono della voce, respirazione, velocità dell’eloquio, pause, contenuto delle parole, le assenze di contenuto, le incongruenza fra emozioni ed espressioni, ecc. A turno ogni componente del gruppo dirà all’orecchio qualcosa a chi è al centro. Una volta che si è avvicinato a lui, prima di parlare, cerca il contatto col compagno e sente se quello che voleva dirgli è ancora ciò che sente standogli affianco.
Brain storming.
Come si è sentito l’U? Come si è sentito il gruppo?
Con l’ultimo esercizio fatto il C crea una scena: l’U al centro sceglie una figlia, che posizionerà nella postura in cui si era messo lui, poi sceglie un padre ed una madre, e ricrea la scena, la situazione che ha appena recitato da solo, “appoggiando la narrazione” su questi personaggi. Il C può utilizzare anche due figli o due madri a seconda della necessità. L’U scelto come doppio (doppia figlia, doppia madre) può proporre delle frasi che direbbe la persona che sta rappresentando. Ancora, il C può far cambiare i ruoli e, per tutto il tempo, cercherà di cogliere i “nuclei” più importanti. Ad esempio le posture che l’U ha, il far notare che “l’attrice figlia” si stanca a mantenere la postura che l’U trova naturale. Il C non deve mai allontanarsi dalle parole dell’U, non deve mai tirar fuori delle cose che non ci sono in campo, ma solo sottolineare piccole sfumature che chi è in gioco ha esposto.
ESERCITAZIONE
Il C parte dalla consegna ad un U: “Parla 5 minuti di te, racconta quello che vuoi”. L’U narra della sua stanchezza, dei suoi problemi fisici, ma anche della sua felicità per le ferie vicine. Poi sta in silenzio e afferma di avere il vuoto. il C lo invita a trovarsi una posizione comoda e così l’U si mette in ginocchio poggia le mani sulle cosce e chiude gli occhi. Afferma: “Ora sono rilassato, vedo anche un po’ di sole e delle ombre”. Il C chiede all’U come si sente rispetto alla luce e al sole e lo invita a riflettere sul perché deve chiudere gli occhi per goderseli. L’U esprime che in questo modo non vede i visi e le persone e questo lo fa star bene. Il C chiede direttamente: “Ma non vedere noi ti fa star bene o parli di altre persone?” L’U afferma che non è il gruppo a creargli stress ma le persone dalle quali è spesso circondato, cioè la madre, la famiglia, i fratelli, i colleghi, ecc. Il C è pronto a notare che la voce dell’U trema pronunciando la parola madre, e quindi lo invita a spiegare come si sente rispetto a lei e rispetto agli altri. L’ U risponde “Chiedono costantemente aiuto; mi fanno arrabbiare le situazioni in cui non posso scegliere di stare con persone con cui non sto bene”. C: “Come ti fa sentire tua madre?”. U: “Incompreso, arrabbiato, triste, sto bene con i bambini perché giocano, non pensano, con i pazienti perché da loro non mi aspetto nulla”.
Da tale narrazione il C evidenzia due emozioni: la rabbia e la tristezza; chiede all’U di scegliere una persona che rappresenti un’emozione e un’altra che rappresenti l’altra. Fa inoltre scegliere una madre. “Suggerisci alla tua rabbia cosa dire a tua madre”. L’U non riesce e piange. Il C si avvicina e chiede all’U se può essere sostenuto fisicamente ed esprime verbalmente nei suoi confronti la tenerezza che sente per lui. A quel punto l’U fra i singhiozzi riesce a dire quanta rabbia prova nei confronti della madre perché si sente totalmente incompreso da lei. Nell’espressione non c’è grande rabbia. U: “Non ha mai chiesto come stavo, non si accorgeva di quello che succedeva fuori casa, non mi toccava quasi mai, partorisce dei figli ma non li accudisce, fino alla delusione dei 15 anni quando mi distacco completamente da lei”. Il C chiede cosa sta provando e l’U risponde “Dolore, tristezza e angoscia”. C: “Perché? Cosa stai facendo per generarti angoscia? Cosa ti stai permettendo di fare?” U: “Mi sto permettendo di dire cosa provo per mia madre: rabbia, lei non sarebbe in grado di reggerla. E’ fragile, paurosa, instabile, non posso farle del male”. C: “Ma qui non c’è lei, non confondere lei con tua madre, ora puoi esprimere la tua rabbia perché lei non c’è e poi non le fai del male perché non capisce ciò che dici; non ti ha capito quarant’anni, figurati se ti capirebbe adesso. Qual è il tuo bene?” U: “Dirle che non ha capito niente di me, che ha messo al mondo dei figli per non amarli e curarli, che non si fa avvicinare emotivamente se non quando è malata (C: cede perché ha bisogno di te). Io accudisco i miei nipoti, li amo e faccio ciò che lei non è riuscita a fare. Sei molto competitiva e non sopporti che i bambini scelgano di giocare con me invece che con te. C: “Ora parla con la tristezza”. L’U piange: “Avrei tanto voluto che tu mi avessi capito. Ancora ci tento e cerco un contatto con te”: Il C: “Non riesce a capirti, non è in grado perché ha troppa paura ed è terrorizzata”. U: “Io non ho paura mamma né del silenzio e neanche della solitudine. Io sono una zia quando sto con i miei nipoti, io ero una madre quando stavo con i miei fratelli più piccoli. Sono più genitore di quanto non lo sia stata tu”. Il C invita l’U a chiedersi cosa sta provando e lui risponde che si sente sollevato, più sereno perché non deve più tentare di costruire una relazione con la madre. Invita tutti i partecipanti della scena ad esprimere le loro sensazioni.
Si torna in cerchio e si fa un brain-storming.

22 aprile 2007. Annamaria Acocella
Una persona alla volta va al centro, dice qualcosa di sé e gli altri cercano di capire cosa gli suscita a livello emozionale il corpo e le parole dell’altro. Viene fuori che presentarsi per molti vuol dire affermare che cosa facciamo. Il C chiede all’U come vorrebbe che gli altri lo vedessero, che lo ascoltassero. Si tenta di condurre una seduta di counselling, Il C ascolta e utilizza le cose che vengono fuori dall’U senza essere invadente, senza essere troppo direttivo e ponendo le domande in forma aperta. E’ di fondamentale importanza soffermarsi sulla parole chiave affinché il C capisca che significato l’U dà a quella parola: non bisogna quindi accontentarsi delle parole generiche, ma capirne il significato che l’U dà loro. Si conduce tutto il colloquio partendo da ciò che esplicita l’U non solo verbalmente ma anche fisicamente. E’ importante ricordarsi che l’U è una risorsa umana, non un essere patologico: una patata, anche se tenuta al buio e senza acqua è capace di germogliare, così è qualsiasi U che abbiamo davanti.
Le tematiche umane sono sempre le stesse per cui il C non è un veggente, vede solo la storia, quello che l’U “si è narrato” dei fatti che ha vissuto. In pratica il C vede gli effetti che gli eventi hanno prodotto in quella persona. C’è un frase di G. P. Sartre che spiega bene questo concetto: “Non è tanto quello che hanno fatto gli altri della nostra storia, ma quello che ne facciamo noi. E’ chiaro che un bambino non ha grandi possibilità e quindi grandi responsabilità, ma l’adulto può scegliere, agire, cambiare con ciò che ha.
All’inizio il C può sentirsi onnipotente; pian piano in diverse situazioni sentirà frustrazione e quindi un senso di impotenza.
E’ IMPORTANTE RICORDARSI CHE NELL’IMPOSSIBILITA’ CI SONO SEMPRE DELLE POSSIBILITA’. Quindi una volta che abbiamo scoperto che non siamo onnipotenti, dobbiamo cercare “le possibilità”.
Come si trovano le possibIlità? CON L’ESPERIENZA, PROVANDO. Anche con un malato terminale si può fare molto: a volte con loro basta anche solo la presenza, il contatto fisico.
L’Acocella presenta i 5 diversi caratteri di Loven (La lettura del corpo nell’analisi bioenergetica - Loven):
carattere schizoide
carattere orale
carattere psicopatico e masochista
carattere rigido
carattere narcisistico
Che cos’è il carattere? E’ una reazione, un adattamento/difesa alla vita. Per prima cosa una reazione alla propria madre.
In realtà non esiste un carattere puro, ma il modo in cui la persona risponde all’esperienza. Se l’U si difende, si crea un blocco che può trovarsi negli occhi, nei piedi, nella schiena. Una persona che si muove nel mondo bloccata, ha più difficoltà ad adattarsi.
Se un U sente paura e non riesce ad averne la consapevolezza, può solo scappare, ma se l’ascolta può trovare soluzioni per risolvere la paura. C’è da dire che il blocco non per forza porta alla patologia. Il C deve facilitare l’emergere dei blocchi dell’U.

ESERCITAZIONE
Divisi in coppie. Uno dei due si corica per terra supino, con gli occhi chiusi e immagina di essere un bambino piccolo. Nel frattempo il C consegna il ruolo di madre al secondo membro della coppia e all’orecchio gli dice di rappresentare una madre distaccata, fredda glaciale, che non ha desiderato quel bambino. Al via il C invita i bambini ad aprire gli occhi ed inizia una relazione oculare tra madre e figlio.
Questo è il modo in cui si è relazionata la madre dello schizoide.

CAMMINATA LIBERA. Il C invita il gruppo a camminare sulle punte dei piedi in maniera completamente rigida. Gli U devono ascoltare che emozioni provano, cosa sentono nel corpo, cosa stanno pensando e come avviene l’azione.
Gli ingredienti del carattere schizoide sono: l’irrealtà il distacco, l’angoscia, i movimenti a marionetta, un corpo senza energie perché troppo contratto.
Brain-storming: cosa ha sentito il singolo componente del gruppo nel fare la madre, il bambino e la camminata libera.
L’Acocella fa notare che spesso noi facciamo un determinato gesto o diciamo una determinata caso perché è quello che vorremo noi, è un nostro buco da riempire. L’importante è però esserne consapevoli perché spesso noi agiamo per una nostra mancanza.

martedì 15 maggio 2007


L’OROLOGIO FERMO ALLE SETTE.

Su una delle pareti della mia stanza è appeso un bell’orologio antico che non funziona più.
Le sue lancette, ferme quasi da sempre, segnalano imperturbabili la stessa ora: le sette in punto.
Quasi sempre, l’orologio è solo un inutile addobbo su una parete biancastra e vuota.
Tuttavia, ci sono due momenti della giornata, due istanti fugaci, in cui il vecchio orologio sembra risorgere dalle sue ceneri come un’araba fenice.
Quando tutti gli orologi della città, nei suoi impazziti movimenti, i cucù e i gongs dei campanili fanno suonare sette volte il loro ripetuto canto, il vecchio orologio della mia stanza sembra prendere vita.
Due volte al giorno, mattina e sera, l’orologio si sente in completa armonia con il resto del mondo.

Se qualcuno guardasse l’orologio solamente in questi due momenti, direbbe che funziona alla perfezione…però, passato quell’istante, quando gli altri orologi zittiscono il loro canto e le lancette continuano il loro monotono cammino, il mio vecchio orologio perde il passo e rimane fedele a quell’ora su cui una volta fermò il suo andare.
Ma io amo quest’orologio. E quanto più parlo di lui, più lo amo, perché ogni volta sento che assomiglio di più a lui.
Anch’io sto fermo nel tempo. Anch’io mi sento inchiodato ed immobile. Anch’io sono, in qualche modo, un inutile ornamento su una parete vuota.
Ma allo stesso modo gioisco dei fugaci momenti nei quali, misteriosamente, arriva la mia ora. Durante questo tempo, sento che sono vivo.
Tutto diventa chiaro e il mondo ritorna ad essere meraviglioso.
La prima volta che mi sentii così, provai ad afferrarmi a questo istante, credendo che potessi farlo durare per sempre.
Ma non fu cosi. Come il mio amico orologio, anche a me sfugge via il tempo degli altri .
Passati questi momenti, gli altri orologi, che vivono in altri uomini, continuano il loro giro ed io ritorno alla mia abituale morte statica, al mio lavoro, alle mie chiacchere da caffè, al mio noioso andare, che sono abituato a chiamare vita.
Però so che la vita è un’altra cosa.
So che la vita, quella vera, non è che la somma di quei momenti che, anche se passeggeri, ci permettono percepire la sintonia dell’universo.
Quasi tutti, poverini, credono di vivere.
Ma solamente ci sono istanti di completa pienezza e quelli che non lo sanno e insistono a voler vivere per sempre, rimarranno condannati al mondo grigio e ripetitivo della quotidianità.
Per questo ti amo orologio.
Perché, in fondo io e te, siamo la stessa cosa.

Da una libera ri-traduzione dal castellano di un racconto di Giovanni Papini (El reloj parado a las siete, El Piloto ciego, Madrid, La España moderna, 1908).
Vedi anche George Bucay, (Dejame que te cuente, 1999)
Mi piacerebbe tanto trovare la versione italiana originale del libro!!

giovedì 3 maggio 2007

3° incontro
17/18 marzo. Michele Cavallo
Sono due giorni dedicati al counseling utilizzando la drammaterapia.
Non ci interessiamo della produzione né impariamo a fare teatro; non sarà essenziale la competenza di per sè. A noi interessa la proiezione, cioè ciò che viene fuori nel recitare.
Il C. deve gestire un doppio gioco: far credere all’U. che ci si sta interessando della produzione, ma in realtà si lavora su altri livelli cioè su quello che viene fuori da ciascun U. Questo non vuol dire che il C. non può addirittura “spingere” per ottenere una buona forma, una buona recitazione.
IL LINGUAGGIO TEATRALE
Iniziamo a presentarlo. Intanto il teatro in sé non ha poteri terapeutici: bisogna saperlo utilizzare, così come il colloquio non è terapeutico, né la musica ecc..
Nel teatro vanno presi in esame i singoli componenti: il corpo, la parola, le emozioni, la scena e con i diversi elementi si gioca per ottenere ciò che il C. si prefigge. Non è un problema di quantità di contatto ma è più un discorso di mettere in moto più contatti. Deve essere complesso e non puntiforme.
Per capir bene la teatroterapia vuol dire utilizzare qualcosa del teatro per raggiungere la terapia: il C. ritaglia delle modalità precise del teatro stesso. Ma qual’è l’elemento essenziale per fare teatro? La presenza fisica, la compresenza fra attore e spettatore. Ciò chiaramente presuppone l'esistenza di uno spazio condivisibile dove stanno due corpi, di cui uno attivo e uno passivo. La rappresentazione, il ruolo, il personaggio, la parte, la scena, sono importanti, ma sicuramente secondari.
Esiste una netta differenza fra il personaggio e il ruolo: il primo ha una personalità complessa, il secondo è precostituito, è una scatola vuota. Ad esempio Romeo è una personaggio con un proprio carattere, ma gioca allo stesso tempo anche quello dell'l’amante. Ciò che l’U capisce, comprende quando sta giocando un ruolo, gli dirà anche qualcosa riguardo a sé stesso come personaggio.
C’è solo un modo per esprimere un processo: un racconto, una narrazione, che può essere possibile solo se c’è il passare del tempo. E’ importante tenere presente che narrare non vuol dire parlare, visto che Marcel Marceau raccontava senza parlare.
Nella drammaterapia si può:
lavorare più sui ruoli (molto vicina allo psicodramma)
lavorare più sul corpo e con l’azione fisica (psicomotricità, danzaterapia)
lavorare più con le storie e quindi sulla narrazione.
Il C utilizza, a seconda dei contesti e delle caratteristiche dell’utenza, la modalità che più ritiene idonea.

MODELLO DI DRAMMATERAPIA
Normalmente il laboratorio si suddivide in parti; anche un singolo incontro deve essere suddiviso. Spesso si inizia con un gioco corporeo per “riscaldare l’ambiente e il gruppo” (warm-up o riscaldamento); in questo modo si cerca di ottenere uno stato di comunione tra tutti.
In un secondo momento si dedica del tempo alla narrazione, all’espressione orale. Quest’ultima parte comprende la messa in scena dello spettacolo: si può usare come narrazione da rappresentare un sogno, un opera, un ricordo di vita, ecc..
La terza parte del laboratorio è dedicata di nuovo all'azione collettiva: si può ancora utilizzare un gioco per chiudere il lavoro svolto, visto che è essenziale che gli U. non vadano via con l’angoscia.
Qualche C. utilizza anche una quarta fase, la condivisione del lavoro svolto, altri preferiscono usare un rituale finale per tutti i laboratori; altri ancora incorporano la IV fase nella terza. E' una scelta personale del C.
1 - Warm-up. Il gioco proposto deve rendere il singolo U. parte del gruppo. Il primo problema che si incontra è che le persone non si conoscono: deve esserci qualcosa che stimoli il gruppo ad aprirsi. Il teatro è un ottimo aiuto per il C. perché anche il “presentarsi” può essere fatto in modo teatrale e, pertanto, meno personale per l’U. Quindi i partecipanti si fanno coinvolgere perché mettono in atto meno resistenze. E’ chiaro però che il C. deve già iniziare a fare il doppio gioco.
Questo nostro gruppo non può essere considerato un gruppo normale, visto che siamo molto motivati e disposti a metterci in gioco ma in genere i gruppi sono ben diversi.
Altro problema è come far disporre i partecipanti: si usa il cerchio in genere perché tutti si possono vedere in faccia e non c’è un primo e un ultimo, ma per il primo incontro, ad esempio per lo psicotico, il cerchio può essere vissuto male. Tale U. infatti può sentirsi annullato nel cerchio ed allora, in questi casi, è meglio il ferro di cavallo. Con quest'ultima tipologia di utenti il cerchio può essere un punto di arrivo.
Al C interessa che si crei il gruppo che accomuni tutti ma in realtà deve anche preoccuparsi che ognuno dei partecipanti si senta riconosciuto dagli altri.
Un’altra variabile che il C. deve scegliere è cosa utilizzare: solo il corpo, corpo/azione, la narrazione, i ruoli. Al corso il C. oggi decide di usare la variabile CORPO/AZIONE scegliendo come strumento dei giochi fisici.
Per scegliere il gioco è importante proporre la formula più neutrale: “Sergio, vai al centro e fai il primo gesto che ti viene in mente”. L’U potrebbe rispondere “Ma non ci riesco”, chiaramente usando un certo tono e una certa gestualità. Il C prende al volo tale risposta e qualsiasi cosa che fa il partecipante lo usa come il modo che ha quell’U di presentarsi “Va benissimo così, Sergio”. Gli altri in questo modo possono già riconoscere Sergio.
Soprattutto per i primi incontri l’U deve alternare il sentirsi parte di un gruppo, per poi però poter tornare a sentirsi un individuo unico; all’inizio i tempi di individualità devono durare più a lungo rispetto all'altro.
Un primo ostacolo che si può incontrare è la paura dell’U di essere fagocitato dal gruppo; nei primi incontri, quando ancora i partecipanti non si conoscono, è importante proporre qualcosa di direttivo, chiaro, per far in modo che l’U. non si senta troppo esposto. L’imposizione, infatti, toglie l’imbarazzo. Per cui una richiesta del C. può essere: “Fai quel percorso, arriva fino alla parete opposta, ruota il corpo di 90 gradi e fai altri 4 passi davanti a te, ruota il corpo ancora di 90 gradi e arriva fino alla parete che hai di fronte a te. Lì ti presenti come ti viene e poi fai il percorso a ritroso”. Tutto questo viene proposto come un esercizio, come un atto teatrale che è “imposto” dal teatro stesso. Il C. specificherà che "il teatro non democratico”. In questo modo non è il C. che decide ma il teatro stesso.
Altra cosa importante e necessaria nella drammaterapia è la FIDUCIA: quello che si produce in gruppo è qualcosa di potente, visto che si mette in gioco parte di noi stessi.
Un altro ostacolo che si incontra è l’AMBIVALENZA: l’U vuole fare ma nello stesso momento non vuole fare, vuole capire ma ha paura di scoprire.
Un’altra difficoltà è la DIPENDENZA-INDIPENDENZA: nel momento in cui l’U chiede aiuto, si mette in una situazione di dipendenza dal C. ma nello stesso tempo vuole mantenere l’indipendenza da lui.
Il processo di aiuto può essere fatto:
in gruppo
in coppia
individuale
in sottogruppo
Sempre nel warm-up, dopo aver proposto un breve gioco, si può far lavorare in coppia. L’importante è che il C sappia che deve trovare un gioco che stimoli la fiducia reciproca. Esempio: ci si divide in coppia, uno dei due appoggia le proprie mani sulle spalle dell’altro che gli da la schiena. Quest’ultimo ogni 3 secondi deve chiudere gli occhi e poi riaprirli. Appena il C. dice via, chi accompagna condurrà l’altro nello spazio di tutta la stanza, guidandolo in modo che non si scontri con le altre coppie. Inizialmente la camminata sarà lenta per poi diventare sempre più veloce. La difficoltà del gioco deve aumentare molto gradualmente, ma non deve mai rimanere allo stesso livello altrimenti non c’è più rischio e quindi non si sviluppa la fiducia. Già dal principio dell’incontro, il C. deve far in modo che il singolo U. raggiunga il PROPRIO LIMITE: non può, raggiunta questa soglia, andare oltre, perché altrimenti l’U. piangerebbe o si arrabbierebbe. Bisogna sempre stare appena appena in là della soglia: quando vuole l’U. può dire stop. (Altro gioco la Campana, ancora il gioco di ruolo "Up/Down" dove un membro della coppia fa il più bello, il più intelligente, il più simpatico e il Down deve fare tutto quello che l’Up gli dice di fare). Anche in questi giochi si deve arrivare appena appena sopra la soglia degli U.
Gli elementi che emergono nella prima parte dell’incontro, possono essere utilizzati dal C. nella seconda parte del laboratorio, cioè le soglie scoperte degli utenti possono diventare una scena di teatro e quindi materiale per la parte centrale del laboratorio.
Si possono fare delle improvvisazioni sempre in termini metaforici, come ad esempio dividere il gruppo in due. Il C. fa fare al primo il ruolo di Up e al secondo il ruolo di Down. Chi conduce sa prima di iniziare che nucleo vuole toccare; può voler lavorare su due “Soglie” emerse nella prima parte del laboratorio. Nel nostro caso è emersa la soglia di F e quella di R. Il C. deve intuire, trovare la metafora e lavorare sulla difficoltà di chi ha raggiunto il proprio limite nel ruolo Down e di chi l'ha raggiunto nel ruolo Up. E’ importante capire perchè si è arrivati a quella soglia non superarla.
Come C. è giusto sfondare quella soglia? E’ giusto che il conduttore decida per l’U. se superare il proprio limite? (Ci vorrebbe così poco per far piangere). Non è il compito del Counsellor far questo; d’altronde non è detto che reazioni forti come il pianto, l'espressione della rabbia porti beneficio all'U. Come C. invece ci dobbiamo chiedere che significato ha per l’U. quella soglia, quel sintomo. Dobbiamo liberarci dalla valutazione di merito o di negativismo rispetto a quella soglia. Non è né bella né brutta: probabilmente è funzionale all’U. Come C. dobbiamo capire come funziona e tentare di sostituire quella soglia, quel sintomo con qualcos’altro più funzionale per l’utente, meno grave, meno doloroso.
I sintomi sono sempre un tentativo di cura che l’U. ha trovato lungo la sua esistenza. Se glielo tolgo, si può scompensare. Per cui prima di eliminarlo, devo puntellare con altre cose altrimenti resta il vuoto.
Ad un U. che ha difficoltà ad essere Up, si può ridefinire positivamente l’essere Down (è bello non essere competitivi, umili, ascoltare gli altri); ad un U. che ha difficoltà a stare Down ugualmente gli si può dare nuovi stimoli di cambiamento (è bello decidere quello che vuoi fare senza vincoli di capi, è bello dirigere, magari conviene anche demandare).
Il C. non deve forzarsi, non deve manipolare gli utenti: deve solo dare stimoli.
MODELLO CORPO/AZIONE
Si propone al gruppo l'ascolto della registrazione di Carmelo Bene, un esempio di espressione verbale come se le parole avessero un corpo, come se si potessero toccare. Non è il contenuto di quello che recita che ha valenza ma proprio la stessa forma; eppure c’è solo materia fonica.
Si può quindi utilizzare singoli elementi del teatro come mezzi per lavorare col gruppo o con il singolo. Basta pensare alla narrazione come mimo di Marcel Marceau!.
Quando lavoriamo con i gruppi possiamo quindi utilizzare i diversi elementi per raggiungere obiettivi diversi.
GIOCO: Giro degli utenti durante il quale ognuno dice di se quel che vuole ma utilizzando la voce nasale. Ognuno deve cercare da solo il suono, sperimentando, provando. Al termine si condividono le sensazioni provate. E’ importante che il C. ricordi che quando appare qualcosa di “Ridicolo” e dove c’è un piccolo effetto di sorpresa, lì c’è qualcosa di nascosto da esplorare.
GIOCO. Il C. invita il gruppo a mettere in scena il primo giorno di scuola elementare. Gli alunni entrano in classe e aspettano l'insegnante che ancora non c'è. Ognuno reciti la parte che gli è più congeniale.
Il gruppo ha cinque minuti circa per decidere cosa mettere in scena e poi ha dai tre agli otto minuti per metterla in scena.
Una volta finita la rappresentazione si fa un giro dei partecipanti per raccogliere impressioni, emozioni, difficoltà. Si lavora essenzialmente per analizzare le resistenze ad assumere il ruolo Down e quello Up, per cercare di capire il perchè un U. non riesce a assumersi quel ruolo. A volte le difficoltà sono date dal fatto che quella persona c'è gia nel ruolo che deve interpretare, per cui lo fa gia di suo. Altre volte il problema è più radicato.
L'essere up, l'essere down, l'espressione nasale ecc. non sono delle tecniche, ma sono POSTI, posizioni. Se l'U. capisce che può cambiare POSTO in un gioco, anche interpretando un ruolo teatrale, capisce che può cambiare l'immagine di se stesso, può sperimentare altri modi di essere e di sentirsi. Il C. deve far capire all'U. che può, se vuole e se è più adattivo per lui, cambiare posto. Lo fa lavorando sulle soglie, facendolo andare poco poco alla volta al di là della propria soglia; a quel punto ce ne sarà una nuova.
Per capire bene questo concetto è ottimale la metafora del quadro con una macchia: il quadro è la vita dell'utente, la macchia il suo sintomo, la sua soglia. Il C. non deve togliere la macchia ma capire perchè esiste, che funzione ha il sintomo; la verità è nascosta la sotto. Quella macchia rende UNICA quella persona. Il C. può, insieme all'U. trovare un sintomo meno doloroso per lui.

Nella drammaterapia è meglio affrontare i temi in modo indiretto, vedendo la storia dall'esterno con il metodo proiettivo: ciò per permettere di avvicinarsi di più al nucleo del problema facendo sentire l'utente più protetto. Inoltre prendere le distanze da ciò che si vive aiuta a lavorare su difficoltà e problemi che, se narrati direttamente, potrebbero essere troppo forti per l'U. Il C. non cerca il benessere che è del capitalismo, ma la verità che è sinonimo di l'individualità. Quest'ultima non è bene o male, ma è la verità che tutti abbiamo.
GIOCO FINALE La consegna è: "Parla di te come lo farebbe il tuo peggior nemico".