
giovedì 12 marzo 2009
martedì 3 marzo 2009
siamo al 3° anno!!
è molto tempo che questo nostro blog non viene animato...è arrivato il momento di dargli vita nuovamente, lo faccio prima di tutto salutando di cuore tutti i compagni di viaggio...i vecchi e i nuovi...gli studenti e i docenti...e voglio a questo punto condividere con tutti voi la tesina finale del secondo anno (una parte per evitare di occupare tutto il blog!!), spero che mi facciate buona compagnia...vi aspetto numerosi. Abbracci Rinaldo
TESINA DEL 2° ANNO DEL CORSO DI COUNSELLING IN MEDIAZIONE ARTISTICA – RINALDO LONGO – dicembre 2008.
L’ESPERIENZA NEI GRUPPI: il teatro per la formazione aziendale
1. Drammaterapia e tecnologia del sé
2. Le dinamiche di funzionamento di un gruppo
3. Le relazioni interpersonali e gli effetti delle dinamiche di gruppo
4. Leadership e gruppo di lavoro: affetti, condivisione, rete
5. La mia esperienza in un gruppo teatrale
6. Applicazioni sulle dinamiche di gruppo nelle organizzazioni aziendali
7. Linee di un progetto di dramma terapia in azienda
1. Applicazioni sulle dinamiche di gruppo nelle organizzazioni aziendali
Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, la salute non è soltanto l’assenza di malattia, è uno stato di benessere di tutte le dimensioni dell’esperienza umana: corporea, sociale e psicologica. Il benessere dell’individuo sta proprio nella sua capacità di affrontare e risolvere problemi in maniera flessibile e creativa all’interno di un determinato contesto familiare e sociale (Cavallo, Artiterapie tra clinica e ricerca).
Il teatro nelle sue diverse forme può offrire possibilità per perseguire questo stato di benessere e autorealizzazione. La sua applicazione trova spazio anche nelle organizzazioni aziendali perché può favorire le dinamiche di gruppo e orientarle verso la comunicazione, l’integrazione, l’apprendimento, creando le condizioni per lo sviluppo delle persone all’interno delle organizzazioni stesse in una dimensione maggiormente sociale e di benessere.
Partendo dalle difficoltà che si incontrano nei gruppo di lavoro all’interno delle organizzazioni, evidenziate nel paragrafo 4, è possibile individuare alcune possibili aree di lavoro con la drammaterapia nelle organizzazioni.
La molteplicità di obiettivi guida spesso l’azione nelle organizzazioni; il percorso per raggiungerli è costellato di eventi, fatti, situazioni, relazioni, sensazioni ed emozioni, che, soprattutto se molto “forti”, non trovano spazio in un’adeguata configurazione; parafrasando il linguaggio gestaltico possono rimanere aperte una serie di gestalt. Accade quindi che il lavoro si associa alla “fatica” e alla “digestione” di situazioni/persone non gradite, non scelte, obbligate dalla situazione contingente alla quale per senso di responsabilità non ci si può sottrarre.
Il lavoro teatrale può permettere di recuperare eventi, emozioni, sensazioni, gesti e riordinarli in una nuova configurazione. A questo livello, è possibile raggiungere quella “distanza estetica” nei confronti dell’esperienza che permette di comprendere e recuperare il senso e il piacere del lavoro, e una volta integrata l’esperienza con nuovi strumenti vi è la possibilità di ripartire su altri sentieri di sviluppo.
Entrando di più nello specifico delle difficoltà vissute oggi nelle organizzazioni, è molto avvertita l’esigenza di dare spazio alla soggettività, all’individualità, soprattutto in situazioni di lavoro di gruppo o di team. Vengono portati in campo fabbisogni di formazione sulla creatività, sull’innovazione, in quanto se da un lato l’agire del gruppo garantisce il risultato, dall’altro l’omologazione e la fusionalità del gruppo stesso rischiano di annullare quelle capacità preziose per le organizzazioni. L’articolazione del lavoro in gruppi, il coordinamento delle persone e delle attività, il raggiungimento di obiettivi trovano difficoltà o ostacoli nelle relazioni interpersonali che si possono attestare su dinamiche conflittuali o di disimpegno; ne è un segnale la richiesta di imparare a lavorare in team, esercitandosi con svariate tecniche e metodologie formative.
Sullo sfondo rimane l’esigenza primaria di sviluppo della persona che, quando è frustrata, porta all’aumento dei livelli di stress con una serie di conseguenze negative, e tutto questo anche in presenza di progressioni di carriera e quindi di maggior benessere materiale.
La creazione di gruppi di drammaterapia consente di trovare nuove strade. Lavorare sui processi e sulla preparazione di uno spettacolo, porta direttamente al significato del teatro, è possibile disegnare i confini con l’esterno, il contratto o l’accordo professionale con i partecipanti; nel gruppo di laboratorio, sollecitando le persone a eseguire azioni, attivando il vissuto corporeo è possibile predisporre i partecipanti a un lavoro più profondo e creare fiducia nel gruppo e una nuova qualità nelle relazioni interpersonali, permeate da punti di vista diversi che vanno oltre le normali abitudini e chiavi di lettura di carattere strettamente organizzativo.
Le competenze utili alle dinamiche di gruppo nelle organizzazioni sono lo sviluppo dell’interazione sociale, lo stimolo all’immaginazione, lo sviluppo della capacità di negoziare, l’espressione modulata delle emozioni.
I giochi teatrali evidenziano la caratteristica principale del teatro: creare relazione attraverso l’azione. Lo stimolo all’immaginario individuale e di gruppo mette in moto il desiderio di fare e comunicare, il “come se” aiuta a recuperare una dimensione troppo spesso incanalata nella parte razionale e logica del lavoro. L’obiettivo comune di tipo artistico aiuta anche le persone a trovare una mediazione rispetto a chiusure e irrigidimenti, sviluppa la capacità di negoziare nel senso di discutere, trattare, ascoltare, mediare. La creazione di ruoli e personaggi permette poi di creare una risonanza con i vissuti interiori e di esprimerli nel gruppo.
Spesso negli ambiti organizzativi, di fronte al cambiamento che minaccia la sopravvivenza delle organizzazioni, si parla di apprendimento continuo degli adulti. Anche l’Unione Europea ha sancito la necessità dell’educazione continua nell’arco di tutta la vita della persona per dare possibilità di sviluppo alla persona che non riguardino solo il periodo lavorativo ma la vita in generale.
Di fronte a un’esigenza di questo tipo è evidente l’importanza della capacità di saper apprendere, quella che Bateson chiama meta-apprendimento (imparare ad apprendere). Il tipo di apprendimento che si privilegia con la drammaterapia è proprio di questo tipo. Il lavoro è orientato all’integrazione dei vari sistemi sottesi ai diversi apprendimenti: pensiero, linguaggio, percezione, azione (Cavallo, Drammatizzazione didattica come progetto di una pedagogia re interpretativa).
Occorre anche sottolineare che molte delle difficoltà che si incontrano nei mondi organizzativi derivano dal fatto che lo stile di insegnamento della scuola - un pilastro importante delle capacità portate nel lavoro - trascura alcune aree come la collaborazione, il pensiero associativo, il pensiero narrativo, la motivazione.
Sono aree che il lavoro di drammaterapia si preoccupa di esplorare.
La collaborazione è assicurata dalla natura stessa del lavoro di gruppo. Solo quando i partecipanti sono in grado di coordinarsi entro le regole condivise, partecipare a un unico disegno narrativo, rispettare tempi, spazi e ruoli, allora il gioco drammatico riesce. Tutto ciò presuppone una maturazione sociale.
Per la motivazione si può tener presente che “il teatro è educativo perché è inutile”. Il teatro, come pratica, sembra una tecnologia che tende al piacere di chi ne è protagonista. L’esperienza teatrale è gratificante, il fare drammatico mobilita una sorta di piacere che motiva anche gli adulti. E la motivazione o piacere è il vero motore dell’apprendimento (Cavallo, Drammatizzazione didattica come progetto di una pedagogia re interpretativa).
8. Linee di un progetto di drammaterapia in azienda
Di seguito riassumo le linee generali di un possibile progetto di drammaterapia in azienda, in termini di analisi delle esigenze, popolazione di destinatari, obiettivi, contenuti e metodologia di intervento.
Il progetto si propone di prevenire il disagio lavorativo segnalato dalla persona con manifestazioni di tipo fisico o psicologico, inquadrabili nell’ambito dello “stress lavorativo”; si propone anche di attivare un maggior coinvolgimento per coloro che si vengano a trovare in una situazione di demotivazione dovuta a cause di varia natura. L’obiettivo di fondo è quello di riattivare lo sviluppo della persona nell’ambito lavorativo, potenziando le sue capacità sociali, negoziali e partecipative.
La metafora del teatro per la prevenzione del disagio e dello stress e per lo sviluppo delle dinamiche di gruppo nelle organizzazioni che offrono servizi di varia natura sul mercato
Analisi di contesto e descrizione delle esigenze: accade di frequente che alcuni dipendenti in azienda si vengano a trovare in situazioni di stress, con manifestazioni di carattere fisico o psicofisico, a causa di una partecipazione nell’attività lavorativa superiore/inferiore alle risorse personali realmente disponibili in quella loro fase di vita. Il loro coinvolgimento nell’attività lavorativa o il loro nuovo “contratto” d’ingaggio potrebbe passare per una fase di revisione e di riconsiderazione delle possibilità di azione, partendo dallo sviluppo di nuove competenze ormai necessarie nell’ambito organizzativo, ma non sempre sufficientemente presenti anche in persone adulte.
Si tratta in particolare delle competenze che investono la sfera emotiva, la gestione delle relazioni collaboratori-manager, la motivazione e il conflitto. Tutte queste competenze sono rilevanti soprattutto in una dimensione di gruppo, proprio perché si tratta di un ambito complesso in cui emergono spesso difficoltà, problemi e ostacoli; questo ambito, se adeguatamente presidiato, riesce invece a offrire spazi di benessere alle persone in termini di socialità e realizzazione, e risultati condivisi e a volte innovativi per le organizzazioni.
Possibile profilo dei destinatari: generalmente si vengono a trovare in questa situazione due categorie di persone:
· quelle in possesso di specializzazione nelle materie tecniche, con un’età media di oltre 40 anni, che compiono percorsi di carriera veloci e assumono responsabilità che, in rapporto alle risorse personali possedute, li espongono a situazioni di “stress” psicofisico;
· quelle che, pur avendo adeguate capacità, non sono riuscite a esprimere le loro potenzialità e quindi sono disimpegnate dal lavoro e lo vivono come un modo per essere semplicemente attivi.
La prevenzione e l’intervento su tali rischi lavorativi favorisce un recupero effettivo delle potenzialità lavorative dei destinatari.
Obiettivi: l’obiettivo del progetto è quello di offrire ai destinatari la possibilità di scoprire, sperimentare e utilizzare le loro risorse comunicative, emotive e negoziali attraverso alcuni esercizi e tecniche teatrali orientati a creare un gruppo stabile nel tempo e a risperimentare dinamiche funzionali attraverso la dimensione dello spettacolo.
Più in generale un progetto di questo tipo può lavorare su due assi: quello dei collaboratori e quello dei manager. Può porsi come un intervento di counseling a beneficio dei collaboratori per “ristrutturare” la loro partecipazione al lavoro, ma anche a beneficio dei manager che gestiscono gruppi con problemi di risultato, con persone non ingaggiate o demotivate; il recupero della loro leadership verso il gruppo e lo sviluppo delle capacità dei collaboratori può, da un lato, consentire il recupero delle risorse personali e, dall’altro, porsi come modalità di intervento organizzativo a metà strada tra la formazione e lo sviluppo. In generale, una modalità di questo tipo riesce a riportare le dinamiche del gruppo fuori dalle “secche” degli assunti di base, valorizzando l’orientamento al risultato e la natura di gruppo di lavoro.
Contenuti e programma:
· fase 1: in questa prima fase si creerebbe il gruppo, si lavorerebbe su una serie di esercizi per favorire la conoscenza interpersonale e far emergere le questioni più sentite dai componenti del gruppo stesso:
o il corpo proprio, il vissuto e la presenza corporea, esercizi di rilassamento e di movimento nello spazio;
o la voce: esercizi di respirazione e di dizione;
o esercizi di improvvisazione e di gruppo;
o esercizi e modalità per creare fiducia nel gruppo, per lavorare sulla motivazione e il conflitto;
· fase 2: in questa seconda fase verrebbero individuati 2 brani di opere shakespeariane particolarmente significative per le dinamiche intra-gruppo e leader-collaboratori:
o la prima volta a far prendere consapevolezza delle difficoltà insite ad esempio nel conflitto (Coriolano) o nella posizione di comando (es. Riccardo II);
o la seconda invece tratta dall’opera di Enrico V che rappresenta una buona metafora di come viene agita la leadership, quali sono i meccanismi della motivazione, come le negoziazioni si mettono in gioco e quanto sono rilevanti le dimensioni relazionali ed emotive; tutto questo per avere dei riferimenti indiretti sulle variabili su cui ciascun partecipante ha bisogno di lavorare;
· fase 3: preparazione dello spettacolo e messa in scena, lavoro attivo in cui si definiscono ruoli, si lavora sui personaggi, si collabora alla costruzione della sceneggiatura e si articola quindi la rappresentazione. L’invito alla rappresentazione sarebbe rivolto ai colleghi esterni al gruppo che conoscono i partecipanti;
· debriefing: sia nelle prove che dopo lo spettacolo sarebbero organizzati dei momenti di de briefing per dare spazio alle riflessioni individuali e di gruppo con l’ausilio del conduttore.
Gruppi: 8, massimo 10 persone.
Durata: circa 36 incontri settimanali di 2 ore ciascuno (9 mesi di durata)
Metodologia: esperienziale e debriefing, eventuali approfondimenti teorici
TESINA DEL 2° ANNO DEL CORSO DI COUNSELLING IN MEDIAZIONE ARTISTICA – RINALDO LONGO – dicembre 2008.
L’ESPERIENZA NEI GRUPPI: il teatro per la formazione aziendale
1. Drammaterapia e tecnologia del sé
2. Le dinamiche di funzionamento di un gruppo
3. Le relazioni interpersonali e gli effetti delle dinamiche di gruppo
4. Leadership e gruppo di lavoro: affetti, condivisione, rete
5. La mia esperienza in un gruppo teatrale
6. Applicazioni sulle dinamiche di gruppo nelle organizzazioni aziendali
7. Linee di un progetto di dramma terapia in azienda
1. Applicazioni sulle dinamiche di gruppo nelle organizzazioni aziendali
Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, la salute non è soltanto l’assenza di malattia, è uno stato di benessere di tutte le dimensioni dell’esperienza umana: corporea, sociale e psicologica. Il benessere dell’individuo sta proprio nella sua capacità di affrontare e risolvere problemi in maniera flessibile e creativa all’interno di un determinato contesto familiare e sociale (Cavallo, Artiterapie tra clinica e ricerca).
Il teatro nelle sue diverse forme può offrire possibilità per perseguire questo stato di benessere e autorealizzazione. La sua applicazione trova spazio anche nelle organizzazioni aziendali perché può favorire le dinamiche di gruppo e orientarle verso la comunicazione, l’integrazione, l’apprendimento, creando le condizioni per lo sviluppo delle persone all’interno delle organizzazioni stesse in una dimensione maggiormente sociale e di benessere.
Partendo dalle difficoltà che si incontrano nei gruppo di lavoro all’interno delle organizzazioni, evidenziate nel paragrafo 4, è possibile individuare alcune possibili aree di lavoro con la drammaterapia nelle organizzazioni.
La molteplicità di obiettivi guida spesso l’azione nelle organizzazioni; il percorso per raggiungerli è costellato di eventi, fatti, situazioni, relazioni, sensazioni ed emozioni, che, soprattutto se molto “forti”, non trovano spazio in un’adeguata configurazione; parafrasando il linguaggio gestaltico possono rimanere aperte una serie di gestalt. Accade quindi che il lavoro si associa alla “fatica” e alla “digestione” di situazioni/persone non gradite, non scelte, obbligate dalla situazione contingente alla quale per senso di responsabilità non ci si può sottrarre.
Il lavoro teatrale può permettere di recuperare eventi, emozioni, sensazioni, gesti e riordinarli in una nuova configurazione. A questo livello, è possibile raggiungere quella “distanza estetica” nei confronti dell’esperienza che permette di comprendere e recuperare il senso e il piacere del lavoro, e una volta integrata l’esperienza con nuovi strumenti vi è la possibilità di ripartire su altri sentieri di sviluppo.
Entrando di più nello specifico delle difficoltà vissute oggi nelle organizzazioni, è molto avvertita l’esigenza di dare spazio alla soggettività, all’individualità, soprattutto in situazioni di lavoro di gruppo o di team. Vengono portati in campo fabbisogni di formazione sulla creatività, sull’innovazione, in quanto se da un lato l’agire del gruppo garantisce il risultato, dall’altro l’omologazione e la fusionalità del gruppo stesso rischiano di annullare quelle capacità preziose per le organizzazioni. L’articolazione del lavoro in gruppi, il coordinamento delle persone e delle attività, il raggiungimento di obiettivi trovano difficoltà o ostacoli nelle relazioni interpersonali che si possono attestare su dinamiche conflittuali o di disimpegno; ne è un segnale la richiesta di imparare a lavorare in team, esercitandosi con svariate tecniche e metodologie formative.
Sullo sfondo rimane l’esigenza primaria di sviluppo della persona che, quando è frustrata, porta all’aumento dei livelli di stress con una serie di conseguenze negative, e tutto questo anche in presenza di progressioni di carriera e quindi di maggior benessere materiale.
La creazione di gruppi di drammaterapia consente di trovare nuove strade. Lavorare sui processi e sulla preparazione di uno spettacolo, porta direttamente al significato del teatro, è possibile disegnare i confini con l’esterno, il contratto o l’accordo professionale con i partecipanti; nel gruppo di laboratorio, sollecitando le persone a eseguire azioni, attivando il vissuto corporeo è possibile predisporre i partecipanti a un lavoro più profondo e creare fiducia nel gruppo e una nuova qualità nelle relazioni interpersonali, permeate da punti di vista diversi che vanno oltre le normali abitudini e chiavi di lettura di carattere strettamente organizzativo.
Le competenze utili alle dinamiche di gruppo nelle organizzazioni sono lo sviluppo dell’interazione sociale, lo stimolo all’immaginazione, lo sviluppo della capacità di negoziare, l’espressione modulata delle emozioni.
I giochi teatrali evidenziano la caratteristica principale del teatro: creare relazione attraverso l’azione. Lo stimolo all’immaginario individuale e di gruppo mette in moto il desiderio di fare e comunicare, il “come se” aiuta a recuperare una dimensione troppo spesso incanalata nella parte razionale e logica del lavoro. L’obiettivo comune di tipo artistico aiuta anche le persone a trovare una mediazione rispetto a chiusure e irrigidimenti, sviluppa la capacità di negoziare nel senso di discutere, trattare, ascoltare, mediare. La creazione di ruoli e personaggi permette poi di creare una risonanza con i vissuti interiori e di esprimerli nel gruppo.
Spesso negli ambiti organizzativi, di fronte al cambiamento che minaccia la sopravvivenza delle organizzazioni, si parla di apprendimento continuo degli adulti. Anche l’Unione Europea ha sancito la necessità dell’educazione continua nell’arco di tutta la vita della persona per dare possibilità di sviluppo alla persona che non riguardino solo il periodo lavorativo ma la vita in generale.
Di fronte a un’esigenza di questo tipo è evidente l’importanza della capacità di saper apprendere, quella che Bateson chiama meta-apprendimento (imparare ad apprendere). Il tipo di apprendimento che si privilegia con la drammaterapia è proprio di questo tipo. Il lavoro è orientato all’integrazione dei vari sistemi sottesi ai diversi apprendimenti: pensiero, linguaggio, percezione, azione (Cavallo, Drammatizzazione didattica come progetto di una pedagogia re interpretativa).
Occorre anche sottolineare che molte delle difficoltà che si incontrano nei mondi organizzativi derivano dal fatto che lo stile di insegnamento della scuola - un pilastro importante delle capacità portate nel lavoro - trascura alcune aree come la collaborazione, il pensiero associativo, il pensiero narrativo, la motivazione.
Sono aree che il lavoro di drammaterapia si preoccupa di esplorare.
La collaborazione è assicurata dalla natura stessa del lavoro di gruppo. Solo quando i partecipanti sono in grado di coordinarsi entro le regole condivise, partecipare a un unico disegno narrativo, rispettare tempi, spazi e ruoli, allora il gioco drammatico riesce. Tutto ciò presuppone una maturazione sociale.
Per la motivazione si può tener presente che “il teatro è educativo perché è inutile”. Il teatro, come pratica, sembra una tecnologia che tende al piacere di chi ne è protagonista. L’esperienza teatrale è gratificante, il fare drammatico mobilita una sorta di piacere che motiva anche gli adulti. E la motivazione o piacere è il vero motore dell’apprendimento (Cavallo, Drammatizzazione didattica come progetto di una pedagogia re interpretativa).
8. Linee di un progetto di drammaterapia in azienda
Di seguito riassumo le linee generali di un possibile progetto di drammaterapia in azienda, in termini di analisi delle esigenze, popolazione di destinatari, obiettivi, contenuti e metodologia di intervento.
Il progetto si propone di prevenire il disagio lavorativo segnalato dalla persona con manifestazioni di tipo fisico o psicologico, inquadrabili nell’ambito dello “stress lavorativo”; si propone anche di attivare un maggior coinvolgimento per coloro che si vengano a trovare in una situazione di demotivazione dovuta a cause di varia natura. L’obiettivo di fondo è quello di riattivare lo sviluppo della persona nell’ambito lavorativo, potenziando le sue capacità sociali, negoziali e partecipative.
La metafora del teatro per la prevenzione del disagio e dello stress e per lo sviluppo delle dinamiche di gruppo nelle organizzazioni che offrono servizi di varia natura sul mercato
Analisi di contesto e descrizione delle esigenze: accade di frequente che alcuni dipendenti in azienda si vengano a trovare in situazioni di stress, con manifestazioni di carattere fisico o psicofisico, a causa di una partecipazione nell’attività lavorativa superiore/inferiore alle risorse personali realmente disponibili in quella loro fase di vita. Il loro coinvolgimento nell’attività lavorativa o il loro nuovo “contratto” d’ingaggio potrebbe passare per una fase di revisione e di riconsiderazione delle possibilità di azione, partendo dallo sviluppo di nuove competenze ormai necessarie nell’ambito organizzativo, ma non sempre sufficientemente presenti anche in persone adulte.
Si tratta in particolare delle competenze che investono la sfera emotiva, la gestione delle relazioni collaboratori-manager, la motivazione e il conflitto. Tutte queste competenze sono rilevanti soprattutto in una dimensione di gruppo, proprio perché si tratta di un ambito complesso in cui emergono spesso difficoltà, problemi e ostacoli; questo ambito, se adeguatamente presidiato, riesce invece a offrire spazi di benessere alle persone in termini di socialità e realizzazione, e risultati condivisi e a volte innovativi per le organizzazioni.
Possibile profilo dei destinatari: generalmente si vengono a trovare in questa situazione due categorie di persone:
· quelle in possesso di specializzazione nelle materie tecniche, con un’età media di oltre 40 anni, che compiono percorsi di carriera veloci e assumono responsabilità che, in rapporto alle risorse personali possedute, li espongono a situazioni di “stress” psicofisico;
· quelle che, pur avendo adeguate capacità, non sono riuscite a esprimere le loro potenzialità e quindi sono disimpegnate dal lavoro e lo vivono come un modo per essere semplicemente attivi.
La prevenzione e l’intervento su tali rischi lavorativi favorisce un recupero effettivo delle potenzialità lavorative dei destinatari.
Obiettivi: l’obiettivo del progetto è quello di offrire ai destinatari la possibilità di scoprire, sperimentare e utilizzare le loro risorse comunicative, emotive e negoziali attraverso alcuni esercizi e tecniche teatrali orientati a creare un gruppo stabile nel tempo e a risperimentare dinamiche funzionali attraverso la dimensione dello spettacolo.
Più in generale un progetto di questo tipo può lavorare su due assi: quello dei collaboratori e quello dei manager. Può porsi come un intervento di counseling a beneficio dei collaboratori per “ristrutturare” la loro partecipazione al lavoro, ma anche a beneficio dei manager che gestiscono gruppi con problemi di risultato, con persone non ingaggiate o demotivate; il recupero della loro leadership verso il gruppo e lo sviluppo delle capacità dei collaboratori può, da un lato, consentire il recupero delle risorse personali e, dall’altro, porsi come modalità di intervento organizzativo a metà strada tra la formazione e lo sviluppo. In generale, una modalità di questo tipo riesce a riportare le dinamiche del gruppo fuori dalle “secche” degli assunti di base, valorizzando l’orientamento al risultato e la natura di gruppo di lavoro.
Contenuti e programma:
· fase 1: in questa prima fase si creerebbe il gruppo, si lavorerebbe su una serie di esercizi per favorire la conoscenza interpersonale e far emergere le questioni più sentite dai componenti del gruppo stesso:
o il corpo proprio, il vissuto e la presenza corporea, esercizi di rilassamento e di movimento nello spazio;
o la voce: esercizi di respirazione e di dizione;
o esercizi di improvvisazione e di gruppo;
o esercizi e modalità per creare fiducia nel gruppo, per lavorare sulla motivazione e il conflitto;
· fase 2: in questa seconda fase verrebbero individuati 2 brani di opere shakespeariane particolarmente significative per le dinamiche intra-gruppo e leader-collaboratori:
o la prima volta a far prendere consapevolezza delle difficoltà insite ad esempio nel conflitto (Coriolano) o nella posizione di comando (es. Riccardo II);
o la seconda invece tratta dall’opera di Enrico V che rappresenta una buona metafora di come viene agita la leadership, quali sono i meccanismi della motivazione, come le negoziazioni si mettono in gioco e quanto sono rilevanti le dimensioni relazionali ed emotive; tutto questo per avere dei riferimenti indiretti sulle variabili su cui ciascun partecipante ha bisogno di lavorare;
· fase 3: preparazione dello spettacolo e messa in scena, lavoro attivo in cui si definiscono ruoli, si lavora sui personaggi, si collabora alla costruzione della sceneggiatura e si articola quindi la rappresentazione. L’invito alla rappresentazione sarebbe rivolto ai colleghi esterni al gruppo che conoscono i partecipanti;
· debriefing: sia nelle prove che dopo lo spettacolo sarebbero organizzati dei momenti di de briefing per dare spazio alle riflessioni individuali e di gruppo con l’ausilio del conduttore.
Gruppi: 8, massimo 10 persone.
Durata: circa 36 incontri settimanali di 2 ore ciascuno (9 mesi di durata)
Metodologia: esperienziale e debriefing, eventuali approfondimenti teorici
venerdì 28 novembre 2008
aggiungo il mio contributo ... ciao a tutti! Rinaldo
Incontro condotto da Laura Quattrini, Musicoterapeuta (11 e 12 ottobre 2008)
Esigenza primaria è trovare canali di espressione. La musicoterapica è un lavoro che permette di aprire delle corde, è più efficace per casi più gravi (con più handicap, tetraplegici ad esempio), il suono arriva, li tocca, li emoziona e loro avendo la voce possono produrre suoni.
Nella relazione d’aiuto Laura è convinta che ci debba essere coinvolgimento senza essere invadenti. Però attenzione a non farsi prendere da manie di protagonismo, anche nei casi più gravi si fa una proposta e si vede cosa arriva.
Ognuno di noi ha un passato e una memoria sonora che risale alla vita intrauterina perché l’udito è una delle prime cose che si forma così come il tatto. Il suono si percepisce con 2 sensi: udito e tatto; viene percepito attraverso il tatto nel senso della pressione. Gli operatori degli aeroporti hanno la sordità come malattia professionale perché ricevono in tutto il corpo il suono degli aerei. Quindi quando si ha a che fare con una persona dobbiamo tener presente che una proposta sonora può provocare angoscia. Es. chi ha subito un’ospedalizzazione lunga da bambino (in incubatrice) nel caso in cui riceva il suono di un carillon potrebbe provare angoscia perché in passato i carillon erano usati negli ospedali dove si trovavano i bambini. Quindi occorre cautela. Non possiamo sapere, può essere qualsiasi cosa. Bisogna stare attenti alle proposte sonore che si fanno e bisogna stare attenti a cosa succede.
Fare musicoterapica vuol dire lavorare con i suoni, non vuol dire fare musica. Questo non vuol dire che un musicoterapeuta non debba sapere niente di musica.
E’ importante sapere che c’è una risposta fisica, neurologica alle diverse frequenze; quelle basse (suoni gravi) vengono sentiti più dalle parti addominali dove c’è più spazio e cavità; quindi quelle gravi risuonano nello spazio addominale e lo vediamo quando ci muoviamo al suono di un tamburo (uso di frequenze gravi per il recupero di capacità di concentrazione per bambini ipercinetici che possono beneficiare di un’attività ritmica); le frequenze alte colpiscono la testa e la parte alta del petto, però affaticano di più il cervello; il suono grave è una memoria piacevole perché il feto percepisce i suoni interni, delle cavità addominali. Con i suoni gravi (tamburi) si possono sviluppare queste capacità oppure in chi ha problemi di paresi o emiparesi può aiutare un recupero del movimento che spesso attraversa il suono ci può essere. Spesso i fisioterapisti non lavorano sul diaframma e se i bimbi sono tetraplegici non hanno la voce, e invece nel recupero del diaframma viene fuori la voce. La voce c’è sempre, perché il bimbo se non avesse la conformazione dell’apparato fonico buona potrebbe morire subito, quindi la voce c’è in ogni caso!
Suggerimento ai futuri counsellor: fate si che la persona che avete davanti usi la voce e vedete come la usa e cosa ne fa. Ad esempio per chi ha problemi gravi in ambito psichico, la voce dice dove è contratta la persona; le persone molto disturbate hanno una voce stridula o fessa. Attraverso l’osservazione della voce si può vedere se la persona è trattenuta o no.
Come osservare? Ascoltando a occhi chiusi!
Attraverso la voce chi ci sta parlando ci aiuta a capire quali sono i punti deboli e vedere cosa farne nella relazione d’aiuto. I campi in cui si può agire con la voce e la musica sono la didattica, l’animazione e la musicoterapica.
La Musicoterapica vuole usare il suono per aiutare le persone a mettersi in relazione con le proprie difficoltà.
Se le competenze musicali dell’operatore non sono tante è meglio non addentrarsi in cose complesse, conviene limitarsi a fare proposte musicali.
Un sordo profondo sente con il tatto non con l’udito. Con i bambini si può fare il tamburo con le mani, gli piace tanto!
Esercizio del dialogo sonoro: a coppia, con uno o più strumenti ognuno fa una sequenza, l’altro entra e così vediamo la relazione. Nei primi 5 minuti, uno propone e l’altro interagisce, nei successivi 5 minuti si invertono i ruoli. Occorre fare attenzione a quello che succede in coppia.
Dal punto di vista fisico disturbano i suoni acuti e forti; affaticano anche l’udito i suoni inarmonici prodotti con gli strumenti elettronici. L’apparato uditivo funziona con un range centrale raffinato che nelle parti estreme esce dalle soglie di udibilità. Nelle fasce estreme per sentire il suono deve essere molto amplificato, sentiamo il suono ma ci affatichiamo di più.
Nelle discoteche il suono riproduce una danza tribale (trance-ipnosi), questa è un’ipotesi ragionevole del bisogno da soddisfare; è un’esigenza umana quella di andare su stati alterati di coscienza.
L’adolescenza è la separazione dai genitori e la ricerca della propria identità. In tutte le culture e le età dell’uomo.
Esercizio tamburo
Suono del corpo come tamburo. 2 persone suonano e l’altro è il tamburo. Ai bimbi piace per farsi rilassare magari accucciati. A quelli piccoli piace ai piedini e alla testa. Normalmente la musicoterapica si usa più con i bambini; questo è un giochino che serve a rilassare e ad aiutare la relazione.
Esercizio la sonorizzazione della mia infanzia
La storia sonora della mia infanzia. La biografia sonora. Ogni partecipante scambia la propria biografia con l’altro e l’altro la legge, poi chi è l’autore dice le sue sensazioni ed emozioni mentre l’altro ha letto.
Il nostro corredo sonoro può essere molto diverso, ricordarsi suoni del passato riporta a esperienze significative. Sonorizzare il proprio passato significa recuperare qualche esperienza o brutta esperienza. A volte questo esercizio può essere utile per vedere da dove viene o che storia ha qualcuno che ha una relazione d’aiuto con noi.
A volte le difficoltà ci portano a crescere e gliene possiamo essere grati. Perché sennò ci saremmo seduti. E perdonare vuol dire capire le ragioni dell’altro, vedere le proprie e trovare la propria strada.
Il nostro destino, il mio destino difficile mi ha portato ad essere migliore di quello che sarei potuto essere, tutte quelle difficoltà mi hanno costretto a lasciare.
Esercizio
Provare a sonorizzare con voce o oggetti, l’aria, l’acqua, il fuoco e la terra. Prima da soli, poi in gruppo. Serve per vedere l’armonia. Poi come se ci fosse la furia degli elementi. Si può fare anche con 2 percussionisti, 2 cantanti, 2 strumenti a fiato e a turno si cambia ruolo.
Dialogo sonoro
Processo: il cliente sceglie uno strumento, il terapeuta sceglie uno strumento uguale o simile; per un po’ si procede con il ricalco e si cerca di capire di cosa sta parlando e che problemi ha la persona; se ad esempio la persona fa una proposta sempre identica (ossessiva/compulsava) si fanno proposte un po’ diverse, si vede cosa fa l’altro e se il cliente rimane fermo, si fa la proposta diversa dopo un po’; naturalmente con un paziente psichiatrico ci vuole un tempo lungo per lavorare. Le capacità che servono sono: osservazione, concentrazione e memoria e attenzione a non farsi prendere la mano da quello che il counsellor vorrebbe fare.
Esercizio collegato
2 triadi con cliente, counsellor e osservatore. Il cliente fa una proposta con strumento e il counsellor ha uno strumento simile, l’osservatore registra cosa succede.
Bisogna sempre tener presente che la sofferenza è più feconda per trovare soluzioni rispetto alla gioia.
L’aspetto più forte del lavoro con i suoni non porta mai con sé connotati di tipo morale e quindi è molto utile questa tecnica con pazienti che hanno disturbi psichiatrici o psicologici. Anche con chi non ha disturbi molto forti.
Noi non sappiamo di saper fare tante cose: battere il tamburo con ritmo è una cosa istintiva perché abbiamo il ritmo del cuore, della peristalsi intestinale, il ritmo del respiro, abbiamo bisogno di renderci conto che possiamo farlo.
Uso della musicoterapica come strumento diagnostico: dialogo musicale.
Il suono passa dove altre cose non passano; se il bambino non parla con la mamma non parla neanche con l’operatore d’aiuto. Nelle relazioni d’aiuto ci vuole l’attitudine. Con bambini “traumatizzati” il disegno è più adatto della musica.
Domino sonoro
In cerchio ognuno lancia un suono al vicino, quello ripete e poi ne passa un altro al vicino e così via sempre più veloce.
Gorgheggi
Gorgheggi a occhi chiusi. Si scalda la voce e pian piano aumenta tutto.
Sinfonia alla ricerca di un’armonia
Ognuno si inventa una sequenza sonora, scelgo un compagno e gliela racconto, anche lui/lei fa così e cerchiamo di metterla insieme. Due coppie mettono insieme e poi quello che viene fuori va messo insieme con quello dell’ultima coppia. Prova di come uno funziona in un’attività di tipo collaborativo.
Quando viene fuori la sinfonia si registra e vediamo se si può migliorare e come. Poi si registra una seconda volta. Il tema nel nostro esercizio è stato quello del treno.
Esercizio di costruzione e uso di uno strumento
Bisogna costruire uno strumento e usarlo. Sinfonia insieme.
Suono bitonale
Lingua a metà palato con un piccolo spazio. Muovere la lingua avanti e indietro con la bocca semichiusa. Usare il diaframma. Tipico dei mongoli tucani. Ecco un modo per giocare con la propria voce.
Sessione di musicoterapica con Silvia Ragni 7 novembre 2008
Esercizio di riscaldamento/apertura
Ognuno si mette in una posizione comoda a occhi chiusi, il conduttore dice di immaginare un viaggio su una foglia o in una piccola barca in un luogo tutto da immaginare… ognuno comincia a fare suoni con la voce, con gli strumenti, con le mani e piano piano a occhi aperti si crea un’armonia insieme. Alla fine condivisione.
Esercizio a coppia
Il conduttore dice a ognuno di provare a scegliere un altro, mette su una musica di sottofondo, poi spiega che uno guiderà e l’altro farà da specchio, colui che guida fa una serie di movimenti che l’altro imita soltanto guardandolo negli occhi e senza parlare. Con un’altra musica si inverte la guida, con una terza musica i due si muovono insieme liberamente senza nessuna guida, poi includono gli altri, si muovono e ballano tutti insieme.
Direttore d’orchestra
Ognuno sceglie uno strumento, si mettono vicini quelli che hanno strumenti simili (ad esempio percussionisti). Una persona con il suo strumento va al centro e diventa il direttore, piano piano o forte forte coinvolge tutti e viene fuori un lavoro corale!
Pulcino
Una persona si mette al centro, viene coperta con un telo, comincia a muoversi e tutti quello che gli stanno intorno suonano gli strumenti seguendo i suoi movimenti, prima piccoli e poi più ampi, piano piano tutti entrano nella sinfonia corale.
Incontro condotto da Laura Quattrini, Musicoterapeuta (11 e 12 ottobre 2008)
Esigenza primaria è trovare canali di espressione. La musicoterapica è un lavoro che permette di aprire delle corde, è più efficace per casi più gravi (con più handicap, tetraplegici ad esempio), il suono arriva, li tocca, li emoziona e loro avendo la voce possono produrre suoni.
Nella relazione d’aiuto Laura è convinta che ci debba essere coinvolgimento senza essere invadenti. Però attenzione a non farsi prendere da manie di protagonismo, anche nei casi più gravi si fa una proposta e si vede cosa arriva.
Ognuno di noi ha un passato e una memoria sonora che risale alla vita intrauterina perché l’udito è una delle prime cose che si forma così come il tatto. Il suono si percepisce con 2 sensi: udito e tatto; viene percepito attraverso il tatto nel senso della pressione. Gli operatori degli aeroporti hanno la sordità come malattia professionale perché ricevono in tutto il corpo il suono degli aerei. Quindi quando si ha a che fare con una persona dobbiamo tener presente che una proposta sonora può provocare angoscia. Es. chi ha subito un’ospedalizzazione lunga da bambino (in incubatrice) nel caso in cui riceva il suono di un carillon potrebbe provare angoscia perché in passato i carillon erano usati negli ospedali dove si trovavano i bambini. Quindi occorre cautela. Non possiamo sapere, può essere qualsiasi cosa. Bisogna stare attenti alle proposte sonore che si fanno e bisogna stare attenti a cosa succede.
Fare musicoterapica vuol dire lavorare con i suoni, non vuol dire fare musica. Questo non vuol dire che un musicoterapeuta non debba sapere niente di musica.
E’ importante sapere che c’è una risposta fisica, neurologica alle diverse frequenze; quelle basse (suoni gravi) vengono sentiti più dalle parti addominali dove c’è più spazio e cavità; quindi quelle gravi risuonano nello spazio addominale e lo vediamo quando ci muoviamo al suono di un tamburo (uso di frequenze gravi per il recupero di capacità di concentrazione per bambini ipercinetici che possono beneficiare di un’attività ritmica); le frequenze alte colpiscono la testa e la parte alta del petto, però affaticano di più il cervello; il suono grave è una memoria piacevole perché il feto percepisce i suoni interni, delle cavità addominali. Con i suoni gravi (tamburi) si possono sviluppare queste capacità oppure in chi ha problemi di paresi o emiparesi può aiutare un recupero del movimento che spesso attraversa il suono ci può essere. Spesso i fisioterapisti non lavorano sul diaframma e se i bimbi sono tetraplegici non hanno la voce, e invece nel recupero del diaframma viene fuori la voce. La voce c’è sempre, perché il bimbo se non avesse la conformazione dell’apparato fonico buona potrebbe morire subito, quindi la voce c’è in ogni caso!
Suggerimento ai futuri counsellor: fate si che la persona che avete davanti usi la voce e vedete come la usa e cosa ne fa. Ad esempio per chi ha problemi gravi in ambito psichico, la voce dice dove è contratta la persona; le persone molto disturbate hanno una voce stridula o fessa. Attraverso l’osservazione della voce si può vedere se la persona è trattenuta o no.
Come osservare? Ascoltando a occhi chiusi!
Attraverso la voce chi ci sta parlando ci aiuta a capire quali sono i punti deboli e vedere cosa farne nella relazione d’aiuto. I campi in cui si può agire con la voce e la musica sono la didattica, l’animazione e la musicoterapica.
La Musicoterapica vuole usare il suono per aiutare le persone a mettersi in relazione con le proprie difficoltà.
Se le competenze musicali dell’operatore non sono tante è meglio non addentrarsi in cose complesse, conviene limitarsi a fare proposte musicali.
Un sordo profondo sente con il tatto non con l’udito. Con i bambini si può fare il tamburo con le mani, gli piace tanto!
Esercizio del dialogo sonoro: a coppia, con uno o più strumenti ognuno fa una sequenza, l’altro entra e così vediamo la relazione. Nei primi 5 minuti, uno propone e l’altro interagisce, nei successivi 5 minuti si invertono i ruoli. Occorre fare attenzione a quello che succede in coppia.
Dal punto di vista fisico disturbano i suoni acuti e forti; affaticano anche l’udito i suoni inarmonici prodotti con gli strumenti elettronici. L’apparato uditivo funziona con un range centrale raffinato che nelle parti estreme esce dalle soglie di udibilità. Nelle fasce estreme per sentire il suono deve essere molto amplificato, sentiamo il suono ma ci affatichiamo di più.
Nelle discoteche il suono riproduce una danza tribale (trance-ipnosi), questa è un’ipotesi ragionevole del bisogno da soddisfare; è un’esigenza umana quella di andare su stati alterati di coscienza.
L’adolescenza è la separazione dai genitori e la ricerca della propria identità. In tutte le culture e le età dell’uomo.
Esercizio tamburo
Suono del corpo come tamburo. 2 persone suonano e l’altro è il tamburo. Ai bimbi piace per farsi rilassare magari accucciati. A quelli piccoli piace ai piedini e alla testa. Normalmente la musicoterapica si usa più con i bambini; questo è un giochino che serve a rilassare e ad aiutare la relazione.
Esercizio la sonorizzazione della mia infanzia
La storia sonora della mia infanzia. La biografia sonora. Ogni partecipante scambia la propria biografia con l’altro e l’altro la legge, poi chi è l’autore dice le sue sensazioni ed emozioni mentre l’altro ha letto.
Il nostro corredo sonoro può essere molto diverso, ricordarsi suoni del passato riporta a esperienze significative. Sonorizzare il proprio passato significa recuperare qualche esperienza o brutta esperienza. A volte questo esercizio può essere utile per vedere da dove viene o che storia ha qualcuno che ha una relazione d’aiuto con noi.
A volte le difficoltà ci portano a crescere e gliene possiamo essere grati. Perché sennò ci saremmo seduti. E perdonare vuol dire capire le ragioni dell’altro, vedere le proprie e trovare la propria strada.
Il nostro destino, il mio destino difficile mi ha portato ad essere migliore di quello che sarei potuto essere, tutte quelle difficoltà mi hanno costretto a lasciare.
Esercizio
Provare a sonorizzare con voce o oggetti, l’aria, l’acqua, il fuoco e la terra. Prima da soli, poi in gruppo. Serve per vedere l’armonia. Poi come se ci fosse la furia degli elementi. Si può fare anche con 2 percussionisti, 2 cantanti, 2 strumenti a fiato e a turno si cambia ruolo.
Dialogo sonoro
Processo: il cliente sceglie uno strumento, il terapeuta sceglie uno strumento uguale o simile; per un po’ si procede con il ricalco e si cerca di capire di cosa sta parlando e che problemi ha la persona; se ad esempio la persona fa una proposta sempre identica (ossessiva/compulsava) si fanno proposte un po’ diverse, si vede cosa fa l’altro e se il cliente rimane fermo, si fa la proposta diversa dopo un po’; naturalmente con un paziente psichiatrico ci vuole un tempo lungo per lavorare. Le capacità che servono sono: osservazione, concentrazione e memoria e attenzione a non farsi prendere la mano da quello che il counsellor vorrebbe fare.
Esercizio collegato
2 triadi con cliente, counsellor e osservatore. Il cliente fa una proposta con strumento e il counsellor ha uno strumento simile, l’osservatore registra cosa succede.
Bisogna sempre tener presente che la sofferenza è più feconda per trovare soluzioni rispetto alla gioia.
L’aspetto più forte del lavoro con i suoni non porta mai con sé connotati di tipo morale e quindi è molto utile questa tecnica con pazienti che hanno disturbi psichiatrici o psicologici. Anche con chi non ha disturbi molto forti.
Noi non sappiamo di saper fare tante cose: battere il tamburo con ritmo è una cosa istintiva perché abbiamo il ritmo del cuore, della peristalsi intestinale, il ritmo del respiro, abbiamo bisogno di renderci conto che possiamo farlo.
Uso della musicoterapica come strumento diagnostico: dialogo musicale.
Il suono passa dove altre cose non passano; se il bambino non parla con la mamma non parla neanche con l’operatore d’aiuto. Nelle relazioni d’aiuto ci vuole l’attitudine. Con bambini “traumatizzati” il disegno è più adatto della musica.
Domino sonoro
In cerchio ognuno lancia un suono al vicino, quello ripete e poi ne passa un altro al vicino e così via sempre più veloce.
Gorgheggi
Gorgheggi a occhi chiusi. Si scalda la voce e pian piano aumenta tutto.
Sinfonia alla ricerca di un’armonia
Ognuno si inventa una sequenza sonora, scelgo un compagno e gliela racconto, anche lui/lei fa così e cerchiamo di metterla insieme. Due coppie mettono insieme e poi quello che viene fuori va messo insieme con quello dell’ultima coppia. Prova di come uno funziona in un’attività di tipo collaborativo.
Quando viene fuori la sinfonia si registra e vediamo se si può migliorare e come. Poi si registra una seconda volta. Il tema nel nostro esercizio è stato quello del treno.
Esercizio di costruzione e uso di uno strumento
Bisogna costruire uno strumento e usarlo. Sinfonia insieme.
Suono bitonale
Lingua a metà palato con un piccolo spazio. Muovere la lingua avanti e indietro con la bocca semichiusa. Usare il diaframma. Tipico dei mongoli tucani. Ecco un modo per giocare con la propria voce.
Sessione di musicoterapica con Silvia Ragni 7 novembre 2008
Esercizio di riscaldamento/apertura
Ognuno si mette in una posizione comoda a occhi chiusi, il conduttore dice di immaginare un viaggio su una foglia o in una piccola barca in un luogo tutto da immaginare… ognuno comincia a fare suoni con la voce, con gli strumenti, con le mani e piano piano a occhi aperti si crea un’armonia insieme. Alla fine condivisione.
Esercizio a coppia
Il conduttore dice a ognuno di provare a scegliere un altro, mette su una musica di sottofondo, poi spiega che uno guiderà e l’altro farà da specchio, colui che guida fa una serie di movimenti che l’altro imita soltanto guardandolo negli occhi e senza parlare. Con un’altra musica si inverte la guida, con una terza musica i due si muovono insieme liberamente senza nessuna guida, poi includono gli altri, si muovono e ballano tutti insieme.
Direttore d’orchestra
Ognuno sceglie uno strumento, si mettono vicini quelli che hanno strumenti simili (ad esempio percussionisti). Una persona con il suo strumento va al centro e diventa il direttore, piano piano o forte forte coinvolge tutti e viene fuori un lavoro corale!
Pulcino
Una persona si mette al centro, viene coperta con un telo, comincia a muoversi e tutti quello che gli stanno intorno suonano gli strumenti seguendo i suoi movimenti, prima piccoli e poi più ampi, piano piano tutti entrano nella sinfonia corale.
venerdì 7 novembre 2008
11/12 ottobre 2008
Lezione di musicoterapia con Paola Quattrini.
La musica terapia può essere vista come una strada per esprimere emozioni, vissuti.
Non la presenterò come recupero dell’esperienza inconscia o del passato; è molto utile con i bambini e con U portatori di gravi handicap fisici
Tutti noi abbiamo una memoria sonora già dalla vita intrauterina; il suono viene percepito tramite tutto il corpo, dalla nostra pelle visto che abbiamo recettori neurologici su tutto il derma. Pensiamo a Beethoven che era sordo eppure componeva in quanto riusciva a percepire le sue creazioni come vibrazioni corporee.
Il C non deve mai dimenticare che l’U ha una memoria sonora propria e che non è detto che egli stesso ne sia consapevole.
Esempio: un caso di un bambino ospedalizzato per lungo tempo alla nascita; quando i piccoli piangevano, le infermiere utilizzavano i carillon. Se da grande un U ha nella propria memoria sonora un ricordo di questo tipo, può avere degli effetti devastanti per lui riascoltare tale suono.
Fare musicoterapia non vuol dire produrre musica o suonare con l’U, così come per le arti terapie: l’importante non è il prodotto finale ma il processo.
C’è una sollecitazione diversa sul corpo a seconda della frequenza del suono; ad esempio le frequenze gravi risuonano prevalentemente nella zona addominale. Suoni con frequenze alte, risuonano nella parte superiore del corpo.
Si è anche visto che suoni con frequenze gravi sono molto utili per soggetti ad esempio iperattivi e con problemi di attenzione. Per fare un esempio si può utilizzare il ritmo del tamburo che ha suoni gravi, associato al massaggio addominale con questa tipologia di problemi.
Invece con i bambini portatori di tetraparesi bisogna lavorare sulla respirazione; quindi ad esempio il fisioterapista potrebbero con tali soggetti far in modo che usino la voce e l’apparato addominale.
Quando un C si trova davanti ad un U, deve prestare attenzione al tipo di voce che ha: bisogna sapere ascoltare le voci.
Una persona paurosa (utilizzando l’eneagramma il tipo 6) ha un’incongruenza fra la grandezza fisica e la voce sottile; vale anche il contrario, una persona piccola può avere una voce grossa.
La voce ci fa vedere i punti deboli dell’U, dove C può intervenire. Ed è proprio questo il fine della musicoterapia: intervenire per dare un aiuto ad un U utilizzando i suoni.
Chi non è musicoterapeuta è meglio che adoperi la musica come animazione.
Gioco
Al centro della stanza sono stati posizionati diversi strumenti musicali di vario tipo. Ognuno prende quello che preferisce, si cerca un luogo isolato dell’ambiente è inventa una sequenza di suoni. La riproduce come meglio gli aggrada.
Poi ci si mette in coppia e si dialoga con gli strumenti riproducendo la propria composizione: prima uno della coppia propone il suo pezzo e l’altro ascolta, poi si invertono i ruoli. Al termine di questa conversazione si fa un piccolo brainstorming di ciò che si è provato sia suonando, sia ascoltando e creando.
La stessa condivisione si fa poi con tutto il gruppo.
Gioco
Formiamo gruppi di 3 (perché il gruppo oggi è composto da sei persone): a turno un U diventa un tamburo e gli altri due lo usano come strumento da percussione stando attenti ad aver rispetto di chi si presta come strumento. Poi si cambiano i ruoli.
In cerchio brainstorming.
STORIA SONORA DELLA NOSTRA INFANZIA. BIOGRAFIA SONORA
Ognuno degli U scrive i ricordi che ha a livello sonoro della propria vita. Il C. non da regole su come farlo, ognuno scrive come meglio desidera.
Un U sceglie fra i componenti del gruppo da chi vuol farsi leggere la propria biografia sonora. Gli altri ascoltano. Chi ha composto il pezzo appena letto, leggerà quello del compagno e via di seguito.
Al termine chi vuole può condividere i propri vissuti dell’esperienza appena fatta. Che effetto ti ha fatto ascoltare la tua storia letta da un altro? Che effetto ti ha fatto leggere la storia dell’altro?
C invita il gruppo a sonorizzare i quattro elementi: acqua, aria, fuoco e terra. Ad ogni elemento deve far corrispondere un suono prodotto o da uno strumento, o dalla voce, o dal nostro corpo, ecc. E’ un lavoro individuale. Quando il C indica di sonorizzare l’acqua, ogni U riprodurrà contemporaneamente il suono da lui associato.
Il gruppo osserva e se vuole riferisce quello che ha provocato e quello che ha provato durante l’esperienza appena vissuta.
In un secondo momento C propone di riprodurre il suono dell'aria come se fosse un uragano, l'acqua come se fosse una tormenta o comunque come suono amplificato, la terra come se fosse un terremoto o uno spostamento del terreno, il fuoco come se fosse un incendio, un vulcano. C. invita il gruppo ad interrompere la rappresentazione d'improvviso.
Per il conduttore è molto importante osservare chi riesce a stare nel silenzio, chi invece ha bisogno di parlare.
A volte è molto utile una seconda improvvisazione dopo la prima perché gli U spesso nella prima esecuzione non riescono a lasciarsi andare ed allora la II rappresentazione può portare a qualcosa di molto più fertile, più intenso, più profondo.
Gioco
C invita due del gruppo a prendere due strumenti a percussione che avranno il compito di dirigere, prima l'uno poi l'altro, esecuzione. In un II momento daranno il ritmo a tutto il gruppo che si unirà all’improvvisazione. Altri due U potranno utilizzare strumenti a fiato o anche la loro stessa voce.
Brainstorming.
Cosa ti è piaciuto di più? Accompagnare, dirigere ecc.
Anche in questo caso il C è bene che osservi chi riesce ad improvvisare, chi ha paura di sbagliare, chi segue perfettamente il compagno, chi ha sentito troppa responsabilità nel condurre ecc. E’ logico che se un U ha un censore esterno o interno, farà molta fatica a lasciarsi andare durante l'esecuzione. In questo caso è bene dire “bisogna sapersi godere le cose”.
IMPROVVISAZIONE
Lavoriamo con la voce.
Per molte persone è molto ansiogeno un lavoro di questo tipo; pertanto è meglio iniziare invitando il gruppo a chiudere gli occhi di modo che nessuno possa preoccuparsi degli altri. Gli U devono assumere una posizione comoda (ad esempio quella Yoga del loto); la colonna vertebrale deve essere dritta e per capire se abbiamo assunto una posizione corretta, basta ascoltare con la mano se le vertebre cervicali vibrano emettendo il suono.
E’ molto importante non sforzare le corde vocali perché è possiamo procurarci degli edemi. Se dopo gli esercizi ci capita di perdere la voce, è bene non sforzarla per un po'.
IMPROVVISAZIONE
Ogni partecipante emette senza nessuna regola i suoni che vuole nella maniera più piacevole.
IMPROVVISAZIONE
Nella musicoterapia il C invita l'U a scegliere uno strumento e di seguito anche lui ne prenderà uno dello stesso tipo: se l'U ha preso uno strumento a corde, il C farà altrettanto. Il paziente è invitato a suonare ciò che vuole pensando o individuando una problematica che in quel momento sta vivendo; il C inizialmente ascolta cosa sta comunicando l'altro, come si propone, e poi gli risponde seguendo inizialmente la sua trama narrativa. C deve prestare molta attenzione e concentrazione al lavoro che sta facendo, non deve lasciarsi prendere la mano da quello che vuole fare lui, ma deve in un primo momento saper ascoltare, seguire l’U accompagnandolo e memorizzare ciò che fa. C deve rimanere perfettamente attento. In pratica prima segue e poi, con molta delicatezza e in maniera soft, sempre ascoltando la reazione dell'U, propone un cambiamento alla esecuzione. Dà all'altro delle alternative nelle scelte: se il suono prodotto è molto ripetitivo, pian piano aggiungere qualche novità.
Questo è un chiaro modo per far intravedere all'altro altre possibilità nella vita. Se U è sempre diverso quando esegue i suoni, C può proporgli qualcosa di più cadenzato.
Tutti in gruppo brainstorming.
Secondo Laura non si lascia mai un utente nella “merda” nel senso che se C porta a fare incazzare U, deve anche dargli una mano per arrivare alla consapevolezza.
E’ anche importante ricordarsi che il paziente fa quello che vuole perché paga. Il C deve essere a sua disposizione anche se non necessariamente deve dare quello che l'U chiede.
Un genitore che pretende che figlio faccia tutto quello che vuole lui, non è un buon genitore; è chiaro che vale anche il contrario.
L'uso dello strumento non ha valenze e morali quindi è molto fertile con i disturbi psichiatrici e psicologici così come nel counselling.
A volte C può usare anche il corpo per coinvolgere l'U ma sempre considerando bene come può reagire. Ad esempio qualche terapeuta fa sedere pazienti gravi sul pianoforte per fargli sentire le vibrazioni col corpo stesso. Questo può essere fatto anche con i non udenti.
Il corpo ha dei ritmi naturali, come il respiro, il battito cardiaco, ecc.. Quindi tutti sappiamo seguire un ritmo e va rassicurato chi sostiene di non poter o di non essere in grado di suonare un tamburo o le maracas o la stessa propria voce. Infatti basta che l’U inizi ha recuperare il proprio corpo.
Il bambino fortemente problematico è meglio seguirlo da solo perché si possono attivare molti problemi: ad esempio si un U non riesce a controllare la salivazione e durante il lavoro può sbava continuamente, può creare disgusto nei bambini che sono in terapia con lui. Questo potrebbe essere devastante per il primo e quindi peggiorare la situazione.
Quando invece si lavora con bambini che hanno subito violenze sessuali, è meglio non usare la musica, ma lavorare con l'immagine, il disegno.
Gioco. DOMINO SONORO
Il gruppo si dispone in cerchio uno a fianco all'altro. Un volontario lancia un suono e quello che è seduto di lato ripete questo suono e passa un nuovo suono al compagno affianco che farà a sua volta solo l'ultimo suono del compagno affianco e ne inventerà un altro per l'U vicino.
Quando qualcuno del gruppo é stanco, prenderà una campanella posta al centro del gruppo e la suonerà.
Brainstorming
Gioco
Ogni utente fa una piccola composizione da solo e poi trova un compagno con cui far coppia e di insieme cercano di produrre una terza composizione utilizzando le loro due.
Fatto questo due coppie si uniscono e cercano nello stesso modo di mettere insieme le due composizioni finali.
Per terminare si può produrre un'unica composizione se si vuole scegliendo un tema: alla fine si potrà registrare e riascoltare il lavoro creato.
Il C. osserverà come i singoli utenti si propongono e si muovono nel rapporto di coppia, di gruppo ecc.
Brainstorming
IMPROVVISAZIONE
Lavoriamo con la voce. Proviamo a riprodurre alcuni suoni che utilizzano le popolazioni della Mongolia. È una tecnica particolare per cui, mettendo la lingua bassa e tenendo il palato morbido come se si sbadigliasse o vomitasse, le vocali che andremmo ad emettere, producono contemporaneamente due suoni. È importante affinchè si riesca ad ottenere gli armonici, esercitarsi parecchio per capire come mettere la lingua e aprire il palato.
Alcune persone utilizzano questo sistema per aprire i “chakra.”
Provare ad emettere la vocale “E” come se fosse un belato.
Esiste un'altra tecnica molto più complessa dove si posiziona la punta della lingua appena appoggiata nel palato. Per emettere il suono in questo secondo modo bisogna spingere di più con la voce. Ognuno da solo deve trovare l'armonico per poi imparare a seguirlo.
Lezione di musicoterapia con Paola Quattrini.
La musica terapia può essere vista come una strada per esprimere emozioni, vissuti.
Non la presenterò come recupero dell’esperienza inconscia o del passato; è molto utile con i bambini e con U portatori di gravi handicap fisici
Tutti noi abbiamo una memoria sonora già dalla vita intrauterina; il suono viene percepito tramite tutto il corpo, dalla nostra pelle visto che abbiamo recettori neurologici su tutto il derma. Pensiamo a Beethoven che era sordo eppure componeva in quanto riusciva a percepire le sue creazioni come vibrazioni corporee.
Il C non deve mai dimenticare che l’U ha una memoria sonora propria e che non è detto che egli stesso ne sia consapevole.
Esempio: un caso di un bambino ospedalizzato per lungo tempo alla nascita; quando i piccoli piangevano, le infermiere utilizzavano i carillon. Se da grande un U ha nella propria memoria sonora un ricordo di questo tipo, può avere degli effetti devastanti per lui riascoltare tale suono.
Fare musicoterapia non vuol dire produrre musica o suonare con l’U, così come per le arti terapie: l’importante non è il prodotto finale ma il processo.
C’è una sollecitazione diversa sul corpo a seconda della frequenza del suono; ad esempio le frequenze gravi risuonano prevalentemente nella zona addominale. Suoni con frequenze alte, risuonano nella parte superiore del corpo.
Si è anche visto che suoni con frequenze gravi sono molto utili per soggetti ad esempio iperattivi e con problemi di attenzione. Per fare un esempio si può utilizzare il ritmo del tamburo che ha suoni gravi, associato al massaggio addominale con questa tipologia di problemi.
Invece con i bambini portatori di tetraparesi bisogna lavorare sulla respirazione; quindi ad esempio il fisioterapista potrebbero con tali soggetti far in modo che usino la voce e l’apparato addominale.
Quando un C si trova davanti ad un U, deve prestare attenzione al tipo di voce che ha: bisogna sapere ascoltare le voci.
Una persona paurosa (utilizzando l’eneagramma il tipo 6) ha un’incongruenza fra la grandezza fisica e la voce sottile; vale anche il contrario, una persona piccola può avere una voce grossa.
La voce ci fa vedere i punti deboli dell’U, dove C può intervenire. Ed è proprio questo il fine della musicoterapia: intervenire per dare un aiuto ad un U utilizzando i suoni.
Chi non è musicoterapeuta è meglio che adoperi la musica come animazione.
Gioco
Al centro della stanza sono stati posizionati diversi strumenti musicali di vario tipo. Ognuno prende quello che preferisce, si cerca un luogo isolato dell’ambiente è inventa una sequenza di suoni. La riproduce come meglio gli aggrada.
Poi ci si mette in coppia e si dialoga con gli strumenti riproducendo la propria composizione: prima uno della coppia propone il suo pezzo e l’altro ascolta, poi si invertono i ruoli. Al termine di questa conversazione si fa un piccolo brainstorming di ciò che si è provato sia suonando, sia ascoltando e creando.
La stessa condivisione si fa poi con tutto il gruppo.
Gioco
Formiamo gruppi di 3 (perché il gruppo oggi è composto da sei persone): a turno un U diventa un tamburo e gli altri due lo usano come strumento da percussione stando attenti ad aver rispetto di chi si presta come strumento. Poi si cambiano i ruoli.
In cerchio brainstorming.
STORIA SONORA DELLA NOSTRA INFANZIA. BIOGRAFIA SONORA
Ognuno degli U scrive i ricordi che ha a livello sonoro della propria vita. Il C. non da regole su come farlo, ognuno scrive come meglio desidera.
Un U sceglie fra i componenti del gruppo da chi vuol farsi leggere la propria biografia sonora. Gli altri ascoltano. Chi ha composto il pezzo appena letto, leggerà quello del compagno e via di seguito.
Al termine chi vuole può condividere i propri vissuti dell’esperienza appena fatta. Che effetto ti ha fatto ascoltare la tua storia letta da un altro? Che effetto ti ha fatto leggere la storia dell’altro?
C invita il gruppo a sonorizzare i quattro elementi: acqua, aria, fuoco e terra. Ad ogni elemento deve far corrispondere un suono prodotto o da uno strumento, o dalla voce, o dal nostro corpo, ecc. E’ un lavoro individuale. Quando il C indica di sonorizzare l’acqua, ogni U riprodurrà contemporaneamente il suono da lui associato.
Il gruppo osserva e se vuole riferisce quello che ha provocato e quello che ha provato durante l’esperienza appena vissuta.
In un secondo momento C propone di riprodurre il suono dell'aria come se fosse un uragano, l'acqua come se fosse una tormenta o comunque come suono amplificato, la terra come se fosse un terremoto o uno spostamento del terreno, il fuoco come se fosse un incendio, un vulcano. C. invita il gruppo ad interrompere la rappresentazione d'improvviso.
Per il conduttore è molto importante osservare chi riesce a stare nel silenzio, chi invece ha bisogno di parlare.
A volte è molto utile una seconda improvvisazione dopo la prima perché gli U spesso nella prima esecuzione non riescono a lasciarsi andare ed allora la II rappresentazione può portare a qualcosa di molto più fertile, più intenso, più profondo.
Gioco
C invita due del gruppo a prendere due strumenti a percussione che avranno il compito di dirigere, prima l'uno poi l'altro, esecuzione. In un II momento daranno il ritmo a tutto il gruppo che si unirà all’improvvisazione. Altri due U potranno utilizzare strumenti a fiato o anche la loro stessa voce.
Brainstorming.
Cosa ti è piaciuto di più? Accompagnare, dirigere ecc.
Anche in questo caso il C è bene che osservi chi riesce ad improvvisare, chi ha paura di sbagliare, chi segue perfettamente il compagno, chi ha sentito troppa responsabilità nel condurre ecc. E’ logico che se un U ha un censore esterno o interno, farà molta fatica a lasciarsi andare durante l'esecuzione. In questo caso è bene dire “bisogna sapersi godere le cose”.
IMPROVVISAZIONE
Lavoriamo con la voce.
Per molte persone è molto ansiogeno un lavoro di questo tipo; pertanto è meglio iniziare invitando il gruppo a chiudere gli occhi di modo che nessuno possa preoccuparsi degli altri. Gli U devono assumere una posizione comoda (ad esempio quella Yoga del loto); la colonna vertebrale deve essere dritta e per capire se abbiamo assunto una posizione corretta, basta ascoltare con la mano se le vertebre cervicali vibrano emettendo il suono.
E’ molto importante non sforzare le corde vocali perché è possiamo procurarci degli edemi. Se dopo gli esercizi ci capita di perdere la voce, è bene non sforzarla per un po'.
IMPROVVISAZIONE
Ogni partecipante emette senza nessuna regola i suoni che vuole nella maniera più piacevole.
IMPROVVISAZIONE
Nella musicoterapia il C invita l'U a scegliere uno strumento e di seguito anche lui ne prenderà uno dello stesso tipo: se l'U ha preso uno strumento a corde, il C farà altrettanto. Il paziente è invitato a suonare ciò che vuole pensando o individuando una problematica che in quel momento sta vivendo; il C inizialmente ascolta cosa sta comunicando l'altro, come si propone, e poi gli risponde seguendo inizialmente la sua trama narrativa. C deve prestare molta attenzione e concentrazione al lavoro che sta facendo, non deve lasciarsi prendere la mano da quello che vuole fare lui, ma deve in un primo momento saper ascoltare, seguire l’U accompagnandolo e memorizzare ciò che fa. C deve rimanere perfettamente attento. In pratica prima segue e poi, con molta delicatezza e in maniera soft, sempre ascoltando la reazione dell'U, propone un cambiamento alla esecuzione. Dà all'altro delle alternative nelle scelte: se il suono prodotto è molto ripetitivo, pian piano aggiungere qualche novità.
Questo è un chiaro modo per far intravedere all'altro altre possibilità nella vita. Se U è sempre diverso quando esegue i suoni, C può proporgli qualcosa di più cadenzato.
Tutti in gruppo brainstorming.
Secondo Laura non si lascia mai un utente nella “merda” nel senso che se C porta a fare incazzare U, deve anche dargli una mano per arrivare alla consapevolezza.
E’ anche importante ricordarsi che il paziente fa quello che vuole perché paga. Il C deve essere a sua disposizione anche se non necessariamente deve dare quello che l'U chiede.
Un genitore che pretende che figlio faccia tutto quello che vuole lui, non è un buon genitore; è chiaro che vale anche il contrario.
L'uso dello strumento non ha valenze e morali quindi è molto fertile con i disturbi psichiatrici e psicologici così come nel counselling.
A volte C può usare anche il corpo per coinvolgere l'U ma sempre considerando bene come può reagire. Ad esempio qualche terapeuta fa sedere pazienti gravi sul pianoforte per fargli sentire le vibrazioni col corpo stesso. Questo può essere fatto anche con i non udenti.
Il corpo ha dei ritmi naturali, come il respiro, il battito cardiaco, ecc.. Quindi tutti sappiamo seguire un ritmo e va rassicurato chi sostiene di non poter o di non essere in grado di suonare un tamburo o le maracas o la stessa propria voce. Infatti basta che l’U inizi ha recuperare il proprio corpo.
Il bambino fortemente problematico è meglio seguirlo da solo perché si possono attivare molti problemi: ad esempio si un U non riesce a controllare la salivazione e durante il lavoro può sbava continuamente, può creare disgusto nei bambini che sono in terapia con lui. Questo potrebbe essere devastante per il primo e quindi peggiorare la situazione.
Quando invece si lavora con bambini che hanno subito violenze sessuali, è meglio non usare la musica, ma lavorare con l'immagine, il disegno.
Gioco. DOMINO SONORO
Il gruppo si dispone in cerchio uno a fianco all'altro. Un volontario lancia un suono e quello che è seduto di lato ripete questo suono e passa un nuovo suono al compagno affianco che farà a sua volta solo l'ultimo suono del compagno affianco e ne inventerà un altro per l'U vicino.
Quando qualcuno del gruppo é stanco, prenderà una campanella posta al centro del gruppo e la suonerà.
Brainstorming
Gioco
Ogni utente fa una piccola composizione da solo e poi trova un compagno con cui far coppia e di insieme cercano di produrre una terza composizione utilizzando le loro due.
Fatto questo due coppie si uniscono e cercano nello stesso modo di mettere insieme le due composizioni finali.
Per terminare si può produrre un'unica composizione se si vuole scegliendo un tema: alla fine si potrà registrare e riascoltare il lavoro creato.
Il C. osserverà come i singoli utenti si propongono e si muovono nel rapporto di coppia, di gruppo ecc.
Brainstorming
IMPROVVISAZIONE
Lavoriamo con la voce. Proviamo a riprodurre alcuni suoni che utilizzano le popolazioni della Mongolia. È una tecnica particolare per cui, mettendo la lingua bassa e tenendo il palato morbido come se si sbadigliasse o vomitasse, le vocali che andremmo ad emettere, producono contemporaneamente due suoni. È importante affinchè si riesca ad ottenere gli armonici, esercitarsi parecchio per capire come mettere la lingua e aprire il palato.
Alcune persone utilizzano questo sistema per aprire i “chakra.”
Provare ad emettere la vocale “E” come se fosse un belato.
Esiste un'altra tecnica molto più complessa dove si posiziona la punta della lingua appena appoggiata nel palato. Per emettere il suono in questo secondo modo bisogna spingere di più con la voce. Ognuno da solo deve trovare l'armonico per poi imparare a seguirlo.
mercoledì 17 settembre 2008
Intensivo Vallenera settembre 2008 - Corpo e narrazione
Vallenera 5-7 settembre 2008 – seminario intensivo condotto da Michele Cavallo
Corpo e narrazione
A volte il corpo fa delle cose che ci sembrano siano contro di noi, spesso invece in quel sintomo si realizza qualcosa.
Esempio: se io non sono abbastanza padrone della mia vita perché è inserita in una strutturazione, ci può essere un desiderio e il sintomo mi permette di riprendermi la mia vita, mi permette ma al prezzo di essere in balia di quel sintomo!
Cosa posso fare? Posso calibrare e trovare ciò che mi spinge a non essere come un mulo che segue la corrente, la scansione. Il corpo in un modo o nell’altro segue questo meccanismo facendoci pagare un prezzo. Attraverso quel prezzo ridivento padrone della mia vita. Il sintomo è l’assunzione di responsabilità. Si paga un prezzo ma si può illuminare, ci sono cose che costano fatica, sacrificio.
A un certo punto ci sono cose che sono discrete (non più continue) e richiedono un salto, quel salto produce un prezzo, un sintomo. Se io so che non potrò mai veramente rispondere a quello che l’altro mi sta chiedendo, sono già avanti.
Non si tratta di dar da mangiare agli affamati…sotto ogni domanda c’è una domanda d’amore e proprio per questo non c’è risposta….nell’amore non si da quello che si ha…questo è il counselling, anche lui come conduttore non può dare amore, saggezza, passione e questo lui lo sa e dobbiamo saperlo anche noi.
In quella domanda c’è il “resto”, in quel “passami l’acqua! c’è un’altra domanda che non sarà mai soddisfatta fino in fondo.
Lavoro del counsellor: avere le orecchie per ascoltare e la lingua per parlare. Dobbiamo imparare a dire le cose e dobbiamo imparare a rispondere ma non si tratta di rispondere alla domanda ma solo di “portare il bicchiere”, non è il bisogno in sé che è fondamentale ma è la domanda e la risposta.
Il “cerimoniale” è prendere in conto la domanda dell’altro e non il bisogno.
Nelle artiteriapie il cuore è il modo di rispondere alla domanda dell’altro nella maniera più attenta possibile.
Se uno chiede qualcosa noi come counsellor siamo li! Devo avere le orecchie per capire e devo vedere in che modo rispondere. Devo sintonizzare le onde in ascolto e poi il bel dire.
Non si tratta di “dare pagnotte”, si tratta di “imbandire la tavola”, mettere amore nel cucinare un uovo sodo!
Non si può! Né sul piano dell’esperienza, né sul piano della “pagnotta”, né della conoscenza…il counsellor non può rispondere e neanche può rispondere, neanche il corso può rispondere alla nostra domanda perché in ognuno c’è il “resto” e si tratta di capire quell’altro. Si tratta di vedere lo scarto della domanda di ognuno. La questione è come ognuno arriva a dire quella cosa lì a cui l’altro non può rispondere. Anzi più ognuno pensa di ricevere dall’altro più si tarpa la domanda e allora viene fuori il sintomo.
Il sintomo è quella cosa particolare di ognuno (il chiodo) che diventa il limite che fa ostacolo (eppure lì c’è la mia verità!!). Nel sintomo c’è la propria verità e questione, si mette di mezzo e fa ostacolo ma un passo in qua e diventa un punto di forza.
Nella PNL per condurre i gruppi bisogna seguire alcune regole e allora se uno è corrucciato, a un livello è sintomo, a un altro può diventare uno stile. Si tratta di trovare questo bilanciamento della propria questione.
L’isterico la domanda la fa col corpo. C’è un “al di là” e un “al di qua”. C’è altro in quello che io domando. Dove lo vedo? Nella cura, nel cerimoniale! In fondo l’arteterapia è un’arte giapponese. E’ un modo di confezionare, è una cura, un modo di rivestire il vuoto. Perché quell’”altro” è il niente. Il bambino che vuole il latte della mamma non vuole solo il latte…Bisogna costruire una cerimonia del tè intorno a quella domanda. Bisogna formarsi e costruire un cerimoniale intorno alle piccole cose che la persona ci porta.
ESERCIZIO 1
1. Camminare liberamente nello spazio;
2. rallentare sempre di più facendo attenzione ai piedi;
3. si riprende a camminare facendo attenzione ai piedi;
4. accentuazione del movimento dei piedi come se ognuno fosse un clown;
5. imitazione della camminata “accentuata” degli altri;
6. pensare a una storia, a una biografia dei piedi e raccontarla (senza psicologismi ma con dei fatti);
7. concentrare l’attenzione sulla testa, sul modo di tenerla mentre si cammina, immaginare una storia e poi racontarla;
8. muovere le braccia, notare il modo di muovere le braccia mentre si cammina, immaginare una storia e raccontarla;
9. mettere insieme in un personaggio le diverse evocazioni raccontando una storia.
ESERCIZIO 2
Possiamo usare questi stimoli delle parti del corpo per fare un’autobiografia: la storia del mio corpo, le vicende anche mediche del mio corpo. Se dovessimo scrivere un’autobiografia a partire dal proprio corpo….gli eventi di corpo.. legati al corpo (es. il 1° ricordo del corpo…) in una o 2 pagine.
ESERCIZI 3 (ATTIVAZIONE)
1. Camminare come nella scherma;
2. piccoli passi prima in un senso e poi nell’altro;
3. saltare come se ci fosse un’asta laterale con le 2 gambe che vanno dalla stessa parte, poi cammino come Arlecchino;
4. movimento laterale come nel gioco del calcio;
5. avanti e indietro senza muovere il bacino;
6. tenere le mani unite nelle palme con il palmo destro che combacia con la parte interna della mano sinistra e camminare con la gamba destra che si muove a destra e batte il piede per terra e così la gamba sinistra (movimento del lottatore di sumo).
ESERCIZIO 4
1. Camminare sulle punte, sui talloni, sull’esterno, all’interno, piatti, punte molleggiate, con le gambe a destra e a sinistra che arrivano fino alle spalle;
2. dialogo di camminata: 2 persone, una di fronte all’altra, parte la prima e l’altra risponde, poi un po’ più nel continuo sempre con i piedi e con tempi da uno a 8.
Non si può rispondere mai esattamente al desiderio, “adesso basta” ma rimango in relazione e non me ne vado definitivamente. Anche nell’amore so che non riuscirò mai a soddisfare veramente l’altro ma rimango lì e allora la cosa si trasforma e diventa un gioco, gratuito, di amore, do quello che non ho ed entro in contatto.
ESERCIZIO DI DIALAGO (R. E S.)
Insight di R.
S. era svogliata, io cercavo di entrare in contatto con lei ma non ne voleva sapere e io non riuscivo veramente a rispondere a quella domanda e pian piano non riuscivo, provando e riprovando a trovare la strada, finché ho detto basta e non mi sono più preoccupato di prenderla, rispecchiarmi, entrare in sintonia; il rapporto, proprio perché non ce ne siamo andati (siamo rimasti in relazione), si è trasformato in un gioco a 2.
Il vero gioco implica un contatto, un incontro e avviene su una destituzione, non so che cosa vuoi ma ci sono/ci siamo. E’ come il bambino e la mamma, il bimbo vuole che al di là di tutto la mamma ci sia, non è il latte che ti chiedo, ti chiedo quel “al di là” che è il “niente”. Come faccio a sapere che la barzelletta è finita? Quando mi fa ridere! C’è un cortocircuito con la risata dell’altro e la mia soddisfazione di aver fatto ridere.
Drammaturgia sociale
Non è autoriale ed è con fasce sociali particolari. Scrittura collettiva. Nei lavori di gruppo quando si lavora con la narrazione si lavora con i materiali del gruppo stesso. Con Shakespeare invece si fa un lavoro di rappresentazione di un testo.
Modi diversi di lavorare su un linguaggio scenico-teatrale. Nel ‘900 si lavorò con elementi scenici senza testo, fu creato un teatro a partire dallo spazio e non dal testo (Gordon Craig), spazio non significa scena ma spazio fisico, luce e questo vuol dire che se voglio costruire una scena lo faccio manipolando non i significati letterari ma i significanti scenici. Craig si rompe la testa nella manipolazione dello spazio, il monologo di Amleto lo fa ad esempio in uno spazio in movimento dove una macchina scenica chiude lo spazio. Meyercold per esempio per fare in modo che gli attori facessero i bambini mette oggetti sovradimensionati. Meyercold oggettivizza gli stati psicologici non solo in termini di azione fisica (biomeccanica) ma soprattutto trasferendole nelle cose stesse.
Come il teatro può fare a meno degli attori? Con il trasferimento del contenuto espressivo/emotivo non solo nell’azione dell’attore ma anche nelle cose.
Si può quindi scrivere il teatro a partire dai linguaggi scenici e non letterari: spazio, luce, azione fisica, musica (non accompagna ma è un “personaggio”), oggetti di scena.
Si possono scrivere le azioni, lo spazio, la luce, gli oggetti. Con questi elementi si compone una narrazione. L’importante è che non sia ridotta a una scrittura letteraria.
Scrittura scenica
La drammaturgia sociale ha finalità sociale e si applica in contesti sociali, non è autoriale ma collettiva.
Come si fa a scrivere in 10, 15 persone un prodotto? Ci sono problemi specifici: 1°, non solo scrittura letteraria, 2°, qualcosa di creativo, 3° persone che non si sono scelte tra loro.
Non è scontato! Come nella collettività cercheremo di produrre qualcosa di condiviso e significativo.
Un modo veloce è tenere conto dell’identità del gruppo e in base a quella il conduttore orienta su certe questioni finchè non si possono aggregare intorno a un nucleo o a del materiale preesistente. Lavorando su linguaggi scenici la maggior parte sarà su linguaggi diversi da quelli letterari: improvvisazioni, spazio, oggetti, ecc..
Nella prima fase il conduttore deve fare il distillatore – conduttore – coordinatore – testimone – orientatore.
L’improvvisazione ha 2 scopi: rivelativo e creativo.
La cosa difficile è fissare e trasmettere un testo. Si può fissare con un testo, con schizzi e con foto e video. L’improvvisazione la riprendo e la riprovo finchè non diventa un frame (una partitura).
ESERCIZIO DI SCRITTURA SCENICA
Come elaborare, fissare e trasmettere tutto questo?
Partendo da uno stimolo (nuclei narrativi/tematici) – lavoro e fioritura. Come scrivere questo piccolo testo?
2 sottogruppi di scrittura scenica che partono da uno stimolo dato, facendo risuonare materiali personali (corpo, ecc.), creatività (evocative, significative per noi e altri), diversi linguaggi, montaggio e trasmissione.
La creatività e il montaggio sono simili, si basano su 2 principi: intenzione e concatenazione (montaggio). Regola di concatenazione: uno dietro all’altro per combinazione e sostituzione (mi sento un cesso!!). Gli elementi sono da accostare o sostituire nel montaggio.
Parole, schemi, appunti, note musicali, riferimenti e immagini.
Il racconto di Eco è il punto di partenza del 1° sottogruppo.
Difficoltà di lavorare in gruppo con la drammaturgia sociale.
In ogni cosa ci può essere un valore, al di là della genialità/creatività. C’è sempre una certa estetica. Bisogna sforzarsi di dare valore e superare la frustrazione di dare valore a qualcosa di piccolo o apparentemente insignificante. La cerimonia di tè si fa anche con un tè di qualità normale o scadente.
Ogni componente del gruppo deve portare avanti quello a cui si sente più affine. La costruzione della partitura può essere un processo creativo.
Come usare gli elementi delle artiterapie per fare un lavoro di counsellor, un lavoro sociale, per sostenere una relazione d’aiuto?
Il counsellor deve imparare a prendere posizione nel senso di stare lì, sapere di non stare a rispondere a una domanda, sapere di stare in contatto con il proprio desiderio ma non al punto da soverchiare l’altro. Nell’arteterapia si insiste sul processo e non sul prodotto.
Cesare Pavese: poesia-racconto, corpo, metonimia e scansione, respirazione del pensiero, “Il Dio Caprone” e “Pensieri di Dina”.
Esercizio di dialogo con i piedi
Con una quinta bassa che lascia vedere solo i piedi e le caviglie, 2 persone che dialogano con i piedi partendo da uno stimolo musicale.
Esercizio con il corpo
- Toccare il corpo proprio e poi degli altri.
- Un quarto di giro, un mezzo giro e poi un giro intero del corpo partendo dalla testa.
- Camminate varie.
- I piedi sulle gambe con passi avanti.
Corpo e narrazione
A volte il corpo fa delle cose che ci sembrano siano contro di noi, spesso invece in quel sintomo si realizza qualcosa.
Esempio: se io non sono abbastanza padrone della mia vita perché è inserita in una strutturazione, ci può essere un desiderio e il sintomo mi permette di riprendermi la mia vita, mi permette ma al prezzo di essere in balia di quel sintomo!
Cosa posso fare? Posso calibrare e trovare ciò che mi spinge a non essere come un mulo che segue la corrente, la scansione. Il corpo in un modo o nell’altro segue questo meccanismo facendoci pagare un prezzo. Attraverso quel prezzo ridivento padrone della mia vita. Il sintomo è l’assunzione di responsabilità. Si paga un prezzo ma si può illuminare, ci sono cose che costano fatica, sacrificio.
A un certo punto ci sono cose che sono discrete (non più continue) e richiedono un salto, quel salto produce un prezzo, un sintomo. Se io so che non potrò mai veramente rispondere a quello che l’altro mi sta chiedendo, sono già avanti.
Non si tratta di dar da mangiare agli affamati…sotto ogni domanda c’è una domanda d’amore e proprio per questo non c’è risposta….nell’amore non si da quello che si ha…questo è il counselling, anche lui come conduttore non può dare amore, saggezza, passione e questo lui lo sa e dobbiamo saperlo anche noi.
In quella domanda c’è il “resto”, in quel “passami l’acqua! c’è un’altra domanda che non sarà mai soddisfatta fino in fondo.
Lavoro del counsellor: avere le orecchie per ascoltare e la lingua per parlare. Dobbiamo imparare a dire le cose e dobbiamo imparare a rispondere ma non si tratta di rispondere alla domanda ma solo di “portare il bicchiere”, non è il bisogno in sé che è fondamentale ma è la domanda e la risposta.
Il “cerimoniale” è prendere in conto la domanda dell’altro e non il bisogno.
Nelle artiteriapie il cuore è il modo di rispondere alla domanda dell’altro nella maniera più attenta possibile.
Se uno chiede qualcosa noi come counsellor siamo li! Devo avere le orecchie per capire e devo vedere in che modo rispondere. Devo sintonizzare le onde in ascolto e poi il bel dire.
Non si tratta di “dare pagnotte”, si tratta di “imbandire la tavola”, mettere amore nel cucinare un uovo sodo!
Non si può! Né sul piano dell’esperienza, né sul piano della “pagnotta”, né della conoscenza…il counsellor non può rispondere e neanche può rispondere, neanche il corso può rispondere alla nostra domanda perché in ognuno c’è il “resto” e si tratta di capire quell’altro. Si tratta di vedere lo scarto della domanda di ognuno. La questione è come ognuno arriva a dire quella cosa lì a cui l’altro non può rispondere. Anzi più ognuno pensa di ricevere dall’altro più si tarpa la domanda e allora viene fuori il sintomo.
Il sintomo è quella cosa particolare di ognuno (il chiodo) che diventa il limite che fa ostacolo (eppure lì c’è la mia verità!!). Nel sintomo c’è la propria verità e questione, si mette di mezzo e fa ostacolo ma un passo in qua e diventa un punto di forza.
Nella PNL per condurre i gruppi bisogna seguire alcune regole e allora se uno è corrucciato, a un livello è sintomo, a un altro può diventare uno stile. Si tratta di trovare questo bilanciamento della propria questione.
L’isterico la domanda la fa col corpo. C’è un “al di là” e un “al di qua”. C’è altro in quello che io domando. Dove lo vedo? Nella cura, nel cerimoniale! In fondo l’arteterapia è un’arte giapponese. E’ un modo di confezionare, è una cura, un modo di rivestire il vuoto. Perché quell’”altro” è il niente. Il bambino che vuole il latte della mamma non vuole solo il latte…Bisogna costruire una cerimonia del tè intorno a quella domanda. Bisogna formarsi e costruire un cerimoniale intorno alle piccole cose che la persona ci porta.
ESERCIZIO 1
1. Camminare liberamente nello spazio;
2. rallentare sempre di più facendo attenzione ai piedi;
3. si riprende a camminare facendo attenzione ai piedi;
4. accentuazione del movimento dei piedi come se ognuno fosse un clown;
5. imitazione della camminata “accentuata” degli altri;
6. pensare a una storia, a una biografia dei piedi e raccontarla (senza psicologismi ma con dei fatti);
7. concentrare l’attenzione sulla testa, sul modo di tenerla mentre si cammina, immaginare una storia e poi racontarla;
8. muovere le braccia, notare il modo di muovere le braccia mentre si cammina, immaginare una storia e raccontarla;
9. mettere insieme in un personaggio le diverse evocazioni raccontando una storia.
ESERCIZIO 2
Possiamo usare questi stimoli delle parti del corpo per fare un’autobiografia: la storia del mio corpo, le vicende anche mediche del mio corpo. Se dovessimo scrivere un’autobiografia a partire dal proprio corpo….gli eventi di corpo.. legati al corpo (es. il 1° ricordo del corpo…) in una o 2 pagine.
ESERCIZI 3 (ATTIVAZIONE)
1. Camminare come nella scherma;
2. piccoli passi prima in un senso e poi nell’altro;
3. saltare come se ci fosse un’asta laterale con le 2 gambe che vanno dalla stessa parte, poi cammino come Arlecchino;
4. movimento laterale come nel gioco del calcio;
5. avanti e indietro senza muovere il bacino;
6. tenere le mani unite nelle palme con il palmo destro che combacia con la parte interna della mano sinistra e camminare con la gamba destra che si muove a destra e batte il piede per terra e così la gamba sinistra (movimento del lottatore di sumo).
ESERCIZIO 4
1. Camminare sulle punte, sui talloni, sull’esterno, all’interno, piatti, punte molleggiate, con le gambe a destra e a sinistra che arrivano fino alle spalle;
2. dialogo di camminata: 2 persone, una di fronte all’altra, parte la prima e l’altra risponde, poi un po’ più nel continuo sempre con i piedi e con tempi da uno a 8.
Non si può rispondere mai esattamente al desiderio, “adesso basta” ma rimango in relazione e non me ne vado definitivamente. Anche nell’amore so che non riuscirò mai a soddisfare veramente l’altro ma rimango lì e allora la cosa si trasforma e diventa un gioco, gratuito, di amore, do quello che non ho ed entro in contatto.
ESERCIZIO DI DIALAGO (R. E S.)
Insight di R.
S. era svogliata, io cercavo di entrare in contatto con lei ma non ne voleva sapere e io non riuscivo veramente a rispondere a quella domanda e pian piano non riuscivo, provando e riprovando a trovare la strada, finché ho detto basta e non mi sono più preoccupato di prenderla, rispecchiarmi, entrare in sintonia; il rapporto, proprio perché non ce ne siamo andati (siamo rimasti in relazione), si è trasformato in un gioco a 2.
Il vero gioco implica un contatto, un incontro e avviene su una destituzione, non so che cosa vuoi ma ci sono/ci siamo. E’ come il bambino e la mamma, il bimbo vuole che al di là di tutto la mamma ci sia, non è il latte che ti chiedo, ti chiedo quel “al di là” che è il “niente”. Come faccio a sapere che la barzelletta è finita? Quando mi fa ridere! C’è un cortocircuito con la risata dell’altro e la mia soddisfazione di aver fatto ridere.
Drammaturgia sociale
Non è autoriale ed è con fasce sociali particolari. Scrittura collettiva. Nei lavori di gruppo quando si lavora con la narrazione si lavora con i materiali del gruppo stesso. Con Shakespeare invece si fa un lavoro di rappresentazione di un testo.
Modi diversi di lavorare su un linguaggio scenico-teatrale. Nel ‘900 si lavorò con elementi scenici senza testo, fu creato un teatro a partire dallo spazio e non dal testo (Gordon Craig), spazio non significa scena ma spazio fisico, luce e questo vuol dire che se voglio costruire una scena lo faccio manipolando non i significati letterari ma i significanti scenici. Craig si rompe la testa nella manipolazione dello spazio, il monologo di Amleto lo fa ad esempio in uno spazio in movimento dove una macchina scenica chiude lo spazio. Meyercold per esempio per fare in modo che gli attori facessero i bambini mette oggetti sovradimensionati. Meyercold oggettivizza gli stati psicologici non solo in termini di azione fisica (biomeccanica) ma soprattutto trasferendole nelle cose stesse.
Come il teatro può fare a meno degli attori? Con il trasferimento del contenuto espressivo/emotivo non solo nell’azione dell’attore ma anche nelle cose.
Si può quindi scrivere il teatro a partire dai linguaggi scenici e non letterari: spazio, luce, azione fisica, musica (non accompagna ma è un “personaggio”), oggetti di scena.
Si possono scrivere le azioni, lo spazio, la luce, gli oggetti. Con questi elementi si compone una narrazione. L’importante è che non sia ridotta a una scrittura letteraria.
Scrittura scenica
La drammaturgia sociale ha finalità sociale e si applica in contesti sociali, non è autoriale ma collettiva.
Come si fa a scrivere in 10, 15 persone un prodotto? Ci sono problemi specifici: 1°, non solo scrittura letteraria, 2°, qualcosa di creativo, 3° persone che non si sono scelte tra loro.
Non è scontato! Come nella collettività cercheremo di produrre qualcosa di condiviso e significativo.
Un modo veloce è tenere conto dell’identità del gruppo e in base a quella il conduttore orienta su certe questioni finchè non si possono aggregare intorno a un nucleo o a del materiale preesistente. Lavorando su linguaggi scenici la maggior parte sarà su linguaggi diversi da quelli letterari: improvvisazioni, spazio, oggetti, ecc..
Nella prima fase il conduttore deve fare il distillatore – conduttore – coordinatore – testimone – orientatore.
L’improvvisazione ha 2 scopi: rivelativo e creativo.
La cosa difficile è fissare e trasmettere un testo. Si può fissare con un testo, con schizzi e con foto e video. L’improvvisazione la riprendo e la riprovo finchè non diventa un frame (una partitura).
ESERCIZIO DI SCRITTURA SCENICA
Come elaborare, fissare e trasmettere tutto questo?
Partendo da uno stimolo (nuclei narrativi/tematici) – lavoro e fioritura. Come scrivere questo piccolo testo?
2 sottogruppi di scrittura scenica che partono da uno stimolo dato, facendo risuonare materiali personali (corpo, ecc.), creatività (evocative, significative per noi e altri), diversi linguaggi, montaggio e trasmissione.
La creatività e il montaggio sono simili, si basano su 2 principi: intenzione e concatenazione (montaggio). Regola di concatenazione: uno dietro all’altro per combinazione e sostituzione (mi sento un cesso!!). Gli elementi sono da accostare o sostituire nel montaggio.
Parole, schemi, appunti, note musicali, riferimenti e immagini.
Il racconto di Eco è il punto di partenza del 1° sottogruppo.
Difficoltà di lavorare in gruppo con la drammaturgia sociale.
In ogni cosa ci può essere un valore, al di là della genialità/creatività. C’è sempre una certa estetica. Bisogna sforzarsi di dare valore e superare la frustrazione di dare valore a qualcosa di piccolo o apparentemente insignificante. La cerimonia di tè si fa anche con un tè di qualità normale o scadente.
Ogni componente del gruppo deve portare avanti quello a cui si sente più affine. La costruzione della partitura può essere un processo creativo.
Come usare gli elementi delle artiterapie per fare un lavoro di counsellor, un lavoro sociale, per sostenere una relazione d’aiuto?
Il counsellor deve imparare a prendere posizione nel senso di stare lì, sapere di non stare a rispondere a una domanda, sapere di stare in contatto con il proprio desiderio ma non al punto da soverchiare l’altro. Nell’arteterapia si insiste sul processo e non sul prodotto.
Cesare Pavese: poesia-racconto, corpo, metonimia e scansione, respirazione del pensiero, “Il Dio Caprone” e “Pensieri di Dina”.
Esercizio di dialogo con i piedi
Con una quinta bassa che lascia vedere solo i piedi e le caviglie, 2 persone che dialogano con i piedi partendo da uno stimolo musicale.
Esercizio con il corpo
- Toccare il corpo proprio e poi degli altri.
- Un quarto di giro, un mezzo giro e poi un giro intero del corpo partendo dalla testa.
- Camminate varie.
- I piedi sulle gambe con passi avanti.
