giovedì 3 maggio 2007

3° incontro
17/18 marzo. Michele Cavallo
Sono due giorni dedicati al counseling utilizzando la drammaterapia.
Non ci interessiamo della produzione né impariamo a fare teatro; non sarà essenziale la competenza di per sè. A noi interessa la proiezione, cioè ciò che viene fuori nel recitare.
Il C. deve gestire un doppio gioco: far credere all’U. che ci si sta interessando della produzione, ma in realtà si lavora su altri livelli cioè su quello che viene fuori da ciascun U. Questo non vuol dire che il C. non può addirittura “spingere” per ottenere una buona forma, una buona recitazione.
IL LINGUAGGIO TEATRALE
Iniziamo a presentarlo. Intanto il teatro in sé non ha poteri terapeutici: bisogna saperlo utilizzare, così come il colloquio non è terapeutico, né la musica ecc..
Nel teatro vanno presi in esame i singoli componenti: il corpo, la parola, le emozioni, la scena e con i diversi elementi si gioca per ottenere ciò che il C. si prefigge. Non è un problema di quantità di contatto ma è più un discorso di mettere in moto più contatti. Deve essere complesso e non puntiforme.
Per capir bene la teatroterapia vuol dire utilizzare qualcosa del teatro per raggiungere la terapia: il C. ritaglia delle modalità precise del teatro stesso. Ma qual’è l’elemento essenziale per fare teatro? La presenza fisica, la compresenza fra attore e spettatore. Ciò chiaramente presuppone l'esistenza di uno spazio condivisibile dove stanno due corpi, di cui uno attivo e uno passivo. La rappresentazione, il ruolo, il personaggio, la parte, la scena, sono importanti, ma sicuramente secondari.
Esiste una netta differenza fra il personaggio e il ruolo: il primo ha una personalità complessa, il secondo è precostituito, è una scatola vuota. Ad esempio Romeo è una personaggio con un proprio carattere, ma gioca allo stesso tempo anche quello dell'l’amante. Ciò che l’U capisce, comprende quando sta giocando un ruolo, gli dirà anche qualcosa riguardo a sé stesso come personaggio.
C’è solo un modo per esprimere un processo: un racconto, una narrazione, che può essere possibile solo se c’è il passare del tempo. E’ importante tenere presente che narrare non vuol dire parlare, visto che Marcel Marceau raccontava senza parlare.
Nella drammaterapia si può:
lavorare più sui ruoli (molto vicina allo psicodramma)
lavorare più sul corpo e con l’azione fisica (psicomotricità, danzaterapia)
lavorare più con le storie e quindi sulla narrazione.
Il C utilizza, a seconda dei contesti e delle caratteristiche dell’utenza, la modalità che più ritiene idonea.

MODELLO DI DRAMMATERAPIA
Normalmente il laboratorio si suddivide in parti; anche un singolo incontro deve essere suddiviso. Spesso si inizia con un gioco corporeo per “riscaldare l’ambiente e il gruppo” (warm-up o riscaldamento); in questo modo si cerca di ottenere uno stato di comunione tra tutti.
In un secondo momento si dedica del tempo alla narrazione, all’espressione orale. Quest’ultima parte comprende la messa in scena dello spettacolo: si può usare come narrazione da rappresentare un sogno, un opera, un ricordo di vita, ecc..
La terza parte del laboratorio è dedicata di nuovo all'azione collettiva: si può ancora utilizzare un gioco per chiudere il lavoro svolto, visto che è essenziale che gli U. non vadano via con l’angoscia.
Qualche C. utilizza anche una quarta fase, la condivisione del lavoro svolto, altri preferiscono usare un rituale finale per tutti i laboratori; altri ancora incorporano la IV fase nella terza. E' una scelta personale del C.
1 - Warm-up. Il gioco proposto deve rendere il singolo U. parte del gruppo. Il primo problema che si incontra è che le persone non si conoscono: deve esserci qualcosa che stimoli il gruppo ad aprirsi. Il teatro è un ottimo aiuto per il C. perché anche il “presentarsi” può essere fatto in modo teatrale e, pertanto, meno personale per l’U. Quindi i partecipanti si fanno coinvolgere perché mettono in atto meno resistenze. E’ chiaro però che il C. deve già iniziare a fare il doppio gioco.
Questo nostro gruppo non può essere considerato un gruppo normale, visto che siamo molto motivati e disposti a metterci in gioco ma in genere i gruppi sono ben diversi.
Altro problema è come far disporre i partecipanti: si usa il cerchio in genere perché tutti si possono vedere in faccia e non c’è un primo e un ultimo, ma per il primo incontro, ad esempio per lo psicotico, il cerchio può essere vissuto male. Tale U. infatti può sentirsi annullato nel cerchio ed allora, in questi casi, è meglio il ferro di cavallo. Con quest'ultima tipologia di utenti il cerchio può essere un punto di arrivo.
Al C interessa che si crei il gruppo che accomuni tutti ma in realtà deve anche preoccuparsi che ognuno dei partecipanti si senta riconosciuto dagli altri.
Un’altra variabile che il C. deve scegliere è cosa utilizzare: solo il corpo, corpo/azione, la narrazione, i ruoli. Al corso il C. oggi decide di usare la variabile CORPO/AZIONE scegliendo come strumento dei giochi fisici.
Per scegliere il gioco è importante proporre la formula più neutrale: “Sergio, vai al centro e fai il primo gesto che ti viene in mente”. L’U potrebbe rispondere “Ma non ci riesco”, chiaramente usando un certo tono e una certa gestualità. Il C prende al volo tale risposta e qualsiasi cosa che fa il partecipante lo usa come il modo che ha quell’U di presentarsi “Va benissimo così, Sergio”. Gli altri in questo modo possono già riconoscere Sergio.
Soprattutto per i primi incontri l’U deve alternare il sentirsi parte di un gruppo, per poi però poter tornare a sentirsi un individuo unico; all’inizio i tempi di individualità devono durare più a lungo rispetto all'altro.
Un primo ostacolo che si può incontrare è la paura dell’U di essere fagocitato dal gruppo; nei primi incontri, quando ancora i partecipanti non si conoscono, è importante proporre qualcosa di direttivo, chiaro, per far in modo che l’U. non si senta troppo esposto. L’imposizione, infatti, toglie l’imbarazzo. Per cui una richiesta del C. può essere: “Fai quel percorso, arriva fino alla parete opposta, ruota il corpo di 90 gradi e fai altri 4 passi davanti a te, ruota il corpo ancora di 90 gradi e arriva fino alla parete che hai di fronte a te. Lì ti presenti come ti viene e poi fai il percorso a ritroso”. Tutto questo viene proposto come un esercizio, come un atto teatrale che è “imposto” dal teatro stesso. Il C. specificherà che "il teatro non democratico”. In questo modo non è il C. che decide ma il teatro stesso.
Altra cosa importante e necessaria nella drammaterapia è la FIDUCIA: quello che si produce in gruppo è qualcosa di potente, visto che si mette in gioco parte di noi stessi.
Un altro ostacolo che si incontra è l’AMBIVALENZA: l’U vuole fare ma nello stesso momento non vuole fare, vuole capire ma ha paura di scoprire.
Un’altra difficoltà è la DIPENDENZA-INDIPENDENZA: nel momento in cui l’U chiede aiuto, si mette in una situazione di dipendenza dal C. ma nello stesso tempo vuole mantenere l’indipendenza da lui.
Il processo di aiuto può essere fatto:
in gruppo
in coppia
individuale
in sottogruppo
Sempre nel warm-up, dopo aver proposto un breve gioco, si può far lavorare in coppia. L’importante è che il C sappia che deve trovare un gioco che stimoli la fiducia reciproca. Esempio: ci si divide in coppia, uno dei due appoggia le proprie mani sulle spalle dell’altro che gli da la schiena. Quest’ultimo ogni 3 secondi deve chiudere gli occhi e poi riaprirli. Appena il C. dice via, chi accompagna condurrà l’altro nello spazio di tutta la stanza, guidandolo in modo che non si scontri con le altre coppie. Inizialmente la camminata sarà lenta per poi diventare sempre più veloce. La difficoltà del gioco deve aumentare molto gradualmente, ma non deve mai rimanere allo stesso livello altrimenti non c’è più rischio e quindi non si sviluppa la fiducia. Già dal principio dell’incontro, il C. deve far in modo che il singolo U. raggiunga il PROPRIO LIMITE: non può, raggiunta questa soglia, andare oltre, perché altrimenti l’U. piangerebbe o si arrabbierebbe. Bisogna sempre stare appena appena in là della soglia: quando vuole l’U. può dire stop. (Altro gioco la Campana, ancora il gioco di ruolo "Up/Down" dove un membro della coppia fa il più bello, il più intelligente, il più simpatico e il Down deve fare tutto quello che l’Up gli dice di fare). Anche in questi giochi si deve arrivare appena appena sopra la soglia degli U.
Gli elementi che emergono nella prima parte dell’incontro, possono essere utilizzati dal C. nella seconda parte del laboratorio, cioè le soglie scoperte degli utenti possono diventare una scena di teatro e quindi materiale per la parte centrale del laboratorio.
Si possono fare delle improvvisazioni sempre in termini metaforici, come ad esempio dividere il gruppo in due. Il C. fa fare al primo il ruolo di Up e al secondo il ruolo di Down. Chi conduce sa prima di iniziare che nucleo vuole toccare; può voler lavorare su due “Soglie” emerse nella prima parte del laboratorio. Nel nostro caso è emersa la soglia di F e quella di R. Il C. deve intuire, trovare la metafora e lavorare sulla difficoltà di chi ha raggiunto il proprio limite nel ruolo Down e di chi l'ha raggiunto nel ruolo Up. E’ importante capire perchè si è arrivati a quella soglia non superarla.
Come C. è giusto sfondare quella soglia? E’ giusto che il conduttore decida per l’U. se superare il proprio limite? (Ci vorrebbe così poco per far piangere). Non è il compito del Counsellor far questo; d’altronde non è detto che reazioni forti come il pianto, l'espressione della rabbia porti beneficio all'U. Come C. invece ci dobbiamo chiedere che significato ha per l’U. quella soglia, quel sintomo. Dobbiamo liberarci dalla valutazione di merito o di negativismo rispetto a quella soglia. Non è né bella né brutta: probabilmente è funzionale all’U. Come C. dobbiamo capire come funziona e tentare di sostituire quella soglia, quel sintomo con qualcos’altro più funzionale per l’utente, meno grave, meno doloroso.
I sintomi sono sempre un tentativo di cura che l’U. ha trovato lungo la sua esistenza. Se glielo tolgo, si può scompensare. Per cui prima di eliminarlo, devo puntellare con altre cose altrimenti resta il vuoto.
Ad un U. che ha difficoltà ad essere Up, si può ridefinire positivamente l’essere Down (è bello non essere competitivi, umili, ascoltare gli altri); ad un U. che ha difficoltà a stare Down ugualmente gli si può dare nuovi stimoli di cambiamento (è bello decidere quello che vuoi fare senza vincoli di capi, è bello dirigere, magari conviene anche demandare).
Il C. non deve forzarsi, non deve manipolare gli utenti: deve solo dare stimoli.
MODELLO CORPO/AZIONE
Si propone al gruppo l'ascolto della registrazione di Carmelo Bene, un esempio di espressione verbale come se le parole avessero un corpo, come se si potessero toccare. Non è il contenuto di quello che recita che ha valenza ma proprio la stessa forma; eppure c’è solo materia fonica.
Si può quindi utilizzare singoli elementi del teatro come mezzi per lavorare col gruppo o con il singolo. Basta pensare alla narrazione come mimo di Marcel Marceau!.
Quando lavoriamo con i gruppi possiamo quindi utilizzare i diversi elementi per raggiungere obiettivi diversi.
GIOCO: Giro degli utenti durante il quale ognuno dice di se quel che vuole ma utilizzando la voce nasale. Ognuno deve cercare da solo il suono, sperimentando, provando. Al termine si condividono le sensazioni provate. E’ importante che il C. ricordi che quando appare qualcosa di “Ridicolo” e dove c’è un piccolo effetto di sorpresa, lì c’è qualcosa di nascosto da esplorare.
GIOCO. Il C. invita il gruppo a mettere in scena il primo giorno di scuola elementare. Gli alunni entrano in classe e aspettano l'insegnante che ancora non c'è. Ognuno reciti la parte che gli è più congeniale.
Il gruppo ha cinque minuti circa per decidere cosa mettere in scena e poi ha dai tre agli otto minuti per metterla in scena.
Una volta finita la rappresentazione si fa un giro dei partecipanti per raccogliere impressioni, emozioni, difficoltà. Si lavora essenzialmente per analizzare le resistenze ad assumere il ruolo Down e quello Up, per cercare di capire il perchè un U. non riesce a assumersi quel ruolo. A volte le difficoltà sono date dal fatto che quella persona c'è gia nel ruolo che deve interpretare, per cui lo fa gia di suo. Altre volte il problema è più radicato.
L'essere up, l'essere down, l'espressione nasale ecc. non sono delle tecniche, ma sono POSTI, posizioni. Se l'U. capisce che può cambiare POSTO in un gioco, anche interpretando un ruolo teatrale, capisce che può cambiare l'immagine di se stesso, può sperimentare altri modi di essere e di sentirsi. Il C. deve far capire all'U. che può, se vuole e se è più adattivo per lui, cambiare posto. Lo fa lavorando sulle soglie, facendolo andare poco poco alla volta al di là della propria soglia; a quel punto ce ne sarà una nuova.
Per capire bene questo concetto è ottimale la metafora del quadro con una macchia: il quadro è la vita dell'utente, la macchia il suo sintomo, la sua soglia. Il C. non deve togliere la macchia ma capire perchè esiste, che funzione ha il sintomo; la verità è nascosta la sotto. Quella macchia rende UNICA quella persona. Il C. può, insieme all'U. trovare un sintomo meno doloroso per lui.

Nella drammaterapia è meglio affrontare i temi in modo indiretto, vedendo la storia dall'esterno con il metodo proiettivo: ciò per permettere di avvicinarsi di più al nucleo del problema facendo sentire l'utente più protetto. Inoltre prendere le distanze da ciò che si vive aiuta a lavorare su difficoltà e problemi che, se narrati direttamente, potrebbero essere troppo forti per l'U. Il C. non cerca il benessere che è del capitalismo, ma la verità che è sinonimo di l'individualità. Quest'ultima non è bene o male, ma è la verità che tutti abbiamo.
GIOCO FINALE La consegna è: "Parla di te come lo farebbe il tuo peggior nemico".

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