giovedì 24 maggio 2007

4° incontro
21 aprile 2007. Oliviero Rossi
Dopo in momento dedicato al presentarsi usando le stesse modalità dell’incontro passato, il C. invita uno di noi, (è lui che sceglie per togliere l’imbarazzo iniziale) ad andare al centro per poi fare un movimento che maggiormente lo rappresenta. Poi invita il gruppo ad osservare tutto ciò che si può leggere in quel movimento, osservazioni che devono essere il più possibile oggettive. Poi invita tutti a osservare e parlare di cosa abbiamo notato in lui. E’ essenziale imparare a leggere tutti gli aspetti dell’utente che avremo davanti: posture, tono della voce, modo in cui si muove nello spazio; velocità nell’eloquio, abbassamenti del tono della voce, pause, tremori, ecc (ciò che in psicoterapia si chiama “esame psichico”).
Per tutto il laboratorio del 21/05/2007 si lavorerà sull’importanza dell’osservazione. Per capirlo meglio il C. invita uno del gruppo a raccontare qualcosa di se. Poi tutti esprimono ciò che hanno visto e, avendo avuto forti difficoltà a svolgere tale mandato, chiede ad altri due del gruppo di ripetere i movimenti e la presentazione di chi si è presentato accentuandone l’espressività. Il C. ci sprona ancora ad analizzare e osservare tutti i dettagli senza cadere nella soggettività; non fermarsi solo ad un canale, ma usare una “attenzione fluttuante”. Il C sta attento al contenuto verbale e allo stesso tempo deve osservare tutto con scarsa attenzione. Si potrebbe definire una “attenzione diffusa”.
Altra dimensione del colloquio è la direzione verso il cliente. Per poter monitorizzare la relazione, devo, non solo monitorizzare l’Utente, ma anche me. Per cui è essenziale ascoltarsi, chiedersi cosa si sta provando e il perché di tale emozione: capire il perché si è distratti e perché ciò è avvenuto proprio in quel momento.
E’ quindi un costante monitoraggio della relazione, necessario affinché si crei il rapporto d’aiuto. Il C deve guardarsi dal di fuori: è la mente che osserva la propria mente; questo lavoro permette al C di capire se quello che prova dipende da sé stesso o dall’U.
GIOCO: si invitano gli U ad ascoltare il proprio respiro, ad ascoltare le proprie sensazioni fisiche; ”Dove senti il cuore? Dove hai la sensazione che ci sia il battito? Ascolta le tue spalle, il tuo collo. Fai attenzione ai suoni che vengono dall’esterno, sono tanti suoni che formano un unico suono”.
Questo è un esercizio per insegnare al gruppo e al singolo a prestare attenzione a più cose contemporaneamente. Se il C blocca l’attenzione solo al verbale, se lo sguardo è costante su di lui, perderà il suo ascolto e non vedrà più l’U. Che cos’è che blocca l’attenzione dell’altro? La concentrazione solo su un unico canale.
GIOCO: ci si divide in coppie, uno dei due parla all’altro per 10 minuti, raccontandogli quello che vuole. Chi ascolta deve mantenere un’attenzione diffusa. In un secondo momento l’ascoltatore chiude gli occhi e prova a descrivere il viso dell’altro. Una volta fatto questo mandato, riapre gli occhi e confronta le cose dette con la realtà. Nella terza fase richiude gli occhi e tocca con le mani il capo e il viso dell’altra persona. Ancora una volta riapre gli occhi e dice all’altro cos’ha constatato, cos’ha sperimentato toccando il suo viso e il suo capo. Nella seconda parte dell’esercizio chi ha parlato prima sta zitto e ascolta l’altro che parla per 10 minuti. in un secondo momento, chi ha ascoltato chiude gli occhi e cerca di descrivere se il compagno aveva orecchini, anelli, orologi e il colore delle sue calze. Ancora, apre gli occhi e confronta la realtà. Una volta fatto questo richiude gli occhi e tocca le mani del compagno commentando quello che sente. Di nuovo apre gli occhi per verificare. La coppia si alza in piedi e chi ha narrato la prima volta parla per 5 minuti di sé ad occhi chiusi. Nel frattempo l’altro poggia una mano sul petto di chi parla e l’altra sulla schiena. Il C durante la narrazione invita chi parla a rivolgersi alla propria madre per dirle ciò che vuole;questo per circa un minuto. Terminato il tempo l’ascoltatore regala al compagno un piccolo dono riguardo a quello che ha recepito ascoltandolo, utilizzando tutti i canali percettivi. Al termine ci si scambia il ruolo e si ripete la stessa cosa: invece di poggiare le mani sul petto, l’ascoltatore poggia l’orecchio. Durante la narrazione il C inviterà chi parla a rivolgersi a suo padre. Si conclude dopo che chi ha ascoltato ha regalato un piccolo dono al compagno riguardo a quello che ha sentito.
Brain storming.
GIOCO: il C invita un U specifico ad andare al centro per parlare di sé; lo invita a parlare con la madre, col padre e per ultimo l’U deve far finta di essere prima un genitore e poi l’altro che parlano con lui quando aveva 5 anni. Mentre l’U fa questo, il C (e il gruppo) osserva con attenzione tutti i canali: posture, tono della voce, respirazione, velocità dell’eloquio, pause, contenuto delle parole, le assenze di contenuto, le incongruenza fra emozioni ed espressioni, ecc. A turno ogni componente del gruppo dirà all’orecchio qualcosa a chi è al centro. Una volta che si è avvicinato a lui, prima di parlare, cerca il contatto col compagno e sente se quello che voleva dirgli è ancora ciò che sente standogli affianco.
Brain storming.
Come si è sentito l’U? Come si è sentito il gruppo?
Con l’ultimo esercizio fatto il C crea una scena: l’U al centro sceglie una figlia, che posizionerà nella postura in cui si era messo lui, poi sceglie un padre ed una madre, e ricrea la scena, la situazione che ha appena recitato da solo, “appoggiando la narrazione” su questi personaggi. Il C può utilizzare anche due figli o due madri a seconda della necessità. L’U scelto come doppio (doppia figlia, doppia madre) può proporre delle frasi che direbbe la persona che sta rappresentando. Ancora, il C può far cambiare i ruoli e, per tutto il tempo, cercherà di cogliere i “nuclei” più importanti. Ad esempio le posture che l’U ha, il far notare che “l’attrice figlia” si stanca a mantenere la postura che l’U trova naturale. Il C non deve mai allontanarsi dalle parole dell’U, non deve mai tirar fuori delle cose che non ci sono in campo, ma solo sottolineare piccole sfumature che chi è in gioco ha esposto.
ESERCITAZIONE
Il C parte dalla consegna ad un U: “Parla 5 minuti di te, racconta quello che vuoi”. L’U narra della sua stanchezza, dei suoi problemi fisici, ma anche della sua felicità per le ferie vicine. Poi sta in silenzio e afferma di avere il vuoto. il C lo invita a trovarsi una posizione comoda e così l’U si mette in ginocchio poggia le mani sulle cosce e chiude gli occhi. Afferma: “Ora sono rilassato, vedo anche un po’ di sole e delle ombre”. Il C chiede all’U come si sente rispetto alla luce e al sole e lo invita a riflettere sul perché deve chiudere gli occhi per goderseli. L’U esprime che in questo modo non vede i visi e le persone e questo lo fa star bene. Il C chiede direttamente: “Ma non vedere noi ti fa star bene o parli di altre persone?” L’U afferma che non è il gruppo a creargli stress ma le persone dalle quali è spesso circondato, cioè la madre, la famiglia, i fratelli, i colleghi, ecc. Il C è pronto a notare che la voce dell’U trema pronunciando la parola madre, e quindi lo invita a spiegare come si sente rispetto a lei e rispetto agli altri. L’ U risponde “Chiedono costantemente aiuto; mi fanno arrabbiare le situazioni in cui non posso scegliere di stare con persone con cui non sto bene”. C: “Come ti fa sentire tua madre?”. U: “Incompreso, arrabbiato, triste, sto bene con i bambini perché giocano, non pensano, con i pazienti perché da loro non mi aspetto nulla”.
Da tale narrazione il C evidenzia due emozioni: la rabbia e la tristezza; chiede all’U di scegliere una persona che rappresenti un’emozione e un’altra che rappresenti l’altra. Fa inoltre scegliere una madre. “Suggerisci alla tua rabbia cosa dire a tua madre”. L’U non riesce e piange. Il C si avvicina e chiede all’U se può essere sostenuto fisicamente ed esprime verbalmente nei suoi confronti la tenerezza che sente per lui. A quel punto l’U fra i singhiozzi riesce a dire quanta rabbia prova nei confronti della madre perché si sente totalmente incompreso da lei. Nell’espressione non c’è grande rabbia. U: “Non ha mai chiesto come stavo, non si accorgeva di quello che succedeva fuori casa, non mi toccava quasi mai, partorisce dei figli ma non li accudisce, fino alla delusione dei 15 anni quando mi distacco completamente da lei”. Il C chiede cosa sta provando e l’U risponde “Dolore, tristezza e angoscia”. C: “Perché? Cosa stai facendo per generarti angoscia? Cosa ti stai permettendo di fare?” U: “Mi sto permettendo di dire cosa provo per mia madre: rabbia, lei non sarebbe in grado di reggerla. E’ fragile, paurosa, instabile, non posso farle del male”. C: “Ma qui non c’è lei, non confondere lei con tua madre, ora puoi esprimere la tua rabbia perché lei non c’è e poi non le fai del male perché non capisce ciò che dici; non ti ha capito quarant’anni, figurati se ti capirebbe adesso. Qual è il tuo bene?” U: “Dirle che non ha capito niente di me, che ha messo al mondo dei figli per non amarli e curarli, che non si fa avvicinare emotivamente se non quando è malata (C: cede perché ha bisogno di te). Io accudisco i miei nipoti, li amo e faccio ciò che lei non è riuscita a fare. Sei molto competitiva e non sopporti che i bambini scelgano di giocare con me invece che con te. C: “Ora parla con la tristezza”. L’U piange: “Avrei tanto voluto che tu mi avessi capito. Ancora ci tento e cerco un contatto con te”: Il C: “Non riesce a capirti, non è in grado perché ha troppa paura ed è terrorizzata”. U: “Io non ho paura mamma né del silenzio e neanche della solitudine. Io sono una zia quando sto con i miei nipoti, io ero una madre quando stavo con i miei fratelli più piccoli. Sono più genitore di quanto non lo sia stata tu”. Il C invita l’U a chiedersi cosa sta provando e lui risponde che si sente sollevato, più sereno perché non deve più tentare di costruire una relazione con la madre. Invita tutti i partecipanti della scena ad esprimere le loro sensazioni.
Si torna in cerchio e si fa un brain-storming.

22 aprile 2007. Annamaria Acocella
Una persona alla volta va al centro, dice qualcosa di sé e gli altri cercano di capire cosa gli suscita a livello emozionale il corpo e le parole dell’altro. Viene fuori che presentarsi per molti vuol dire affermare che cosa facciamo. Il C chiede all’U come vorrebbe che gli altri lo vedessero, che lo ascoltassero. Si tenta di condurre una seduta di counselling, Il C ascolta e utilizza le cose che vengono fuori dall’U senza essere invadente, senza essere troppo direttivo e ponendo le domande in forma aperta. E’ di fondamentale importanza soffermarsi sulla parole chiave affinché il C capisca che significato l’U dà a quella parola: non bisogna quindi accontentarsi delle parole generiche, ma capirne il significato che l’U dà loro. Si conduce tutto il colloquio partendo da ciò che esplicita l’U non solo verbalmente ma anche fisicamente. E’ importante ricordarsi che l’U è una risorsa umana, non un essere patologico: una patata, anche se tenuta al buio e senza acqua è capace di germogliare, così è qualsiasi U che abbiamo davanti.
Le tematiche umane sono sempre le stesse per cui il C non è un veggente, vede solo la storia, quello che l’U “si è narrato” dei fatti che ha vissuto. In pratica il C vede gli effetti che gli eventi hanno prodotto in quella persona. C’è un frase di G. P. Sartre che spiega bene questo concetto: “Non è tanto quello che hanno fatto gli altri della nostra storia, ma quello che ne facciamo noi. E’ chiaro che un bambino non ha grandi possibilità e quindi grandi responsabilità, ma l’adulto può scegliere, agire, cambiare con ciò che ha.
All’inizio il C può sentirsi onnipotente; pian piano in diverse situazioni sentirà frustrazione e quindi un senso di impotenza.
E’ IMPORTANTE RICORDARSI CHE NELL’IMPOSSIBILITA’ CI SONO SEMPRE DELLE POSSIBILITA’. Quindi una volta che abbiamo scoperto che non siamo onnipotenti, dobbiamo cercare “le possibilità”.
Come si trovano le possibIlità? CON L’ESPERIENZA, PROVANDO. Anche con un malato terminale si può fare molto: a volte con loro basta anche solo la presenza, il contatto fisico.
L’Acocella presenta i 5 diversi caratteri di Loven (La lettura del corpo nell’analisi bioenergetica - Loven):
carattere schizoide
carattere orale
carattere psicopatico e masochista
carattere rigido
carattere narcisistico
Che cos’è il carattere? E’ una reazione, un adattamento/difesa alla vita. Per prima cosa una reazione alla propria madre.
In realtà non esiste un carattere puro, ma il modo in cui la persona risponde all’esperienza. Se l’U si difende, si crea un blocco che può trovarsi negli occhi, nei piedi, nella schiena. Una persona che si muove nel mondo bloccata, ha più difficoltà ad adattarsi.
Se un U sente paura e non riesce ad averne la consapevolezza, può solo scappare, ma se l’ascolta può trovare soluzioni per risolvere la paura. C’è da dire che il blocco non per forza porta alla patologia. Il C deve facilitare l’emergere dei blocchi dell’U.

ESERCITAZIONE
Divisi in coppie. Uno dei due si corica per terra supino, con gli occhi chiusi e immagina di essere un bambino piccolo. Nel frattempo il C consegna il ruolo di madre al secondo membro della coppia e all’orecchio gli dice di rappresentare una madre distaccata, fredda glaciale, che non ha desiderato quel bambino. Al via il C invita i bambini ad aprire gli occhi ed inizia una relazione oculare tra madre e figlio.
Questo è il modo in cui si è relazionata la madre dello schizoide.

CAMMINATA LIBERA. Il C invita il gruppo a camminare sulle punte dei piedi in maniera completamente rigida. Gli U devono ascoltare che emozioni provano, cosa sentono nel corpo, cosa stanno pensando e come avviene l’azione.
Gli ingredienti del carattere schizoide sono: l’irrealtà il distacco, l’angoscia, i movimenti a marionetta, un corpo senza energie perché troppo contratto.
Brain-storming: cosa ha sentito il singolo componente del gruppo nel fare la madre, il bambino e la camminata libera.
L’Acocella fa notare che spesso noi facciamo un determinato gesto o diciamo una determinata caso perché è quello che vorremo noi, è un nostro buco da riempire. L’importante è però esserne consapevoli perché spesso noi agiamo per una nostra mancanza.

1 commento:

madavvero ha detto...

Ciao a tutti, il blog mi sembra molto bello. Mi comunica entusiasmo, interesse e affetto. A presto e un abbraccione.
Oliviero