Vallenera 5-7 settembre 2008 – seminario intensivo condotto da Michele Cavallo
Corpo e narrazione
A volte il corpo fa delle cose che ci sembrano siano contro di noi, spesso invece in quel sintomo si realizza qualcosa.
Esempio: se io non sono abbastanza padrone della mia vita perché è inserita in una strutturazione, ci può essere un desiderio e il sintomo mi permette di riprendermi la mia vita, mi permette ma al prezzo di essere in balia di quel sintomo!
Cosa posso fare? Posso calibrare e trovare ciò che mi spinge a non essere come un mulo che segue la corrente, la scansione. Il corpo in un modo o nell’altro segue questo meccanismo facendoci pagare un prezzo. Attraverso quel prezzo ridivento padrone della mia vita. Il sintomo è l’assunzione di responsabilità. Si paga un prezzo ma si può illuminare, ci sono cose che costano fatica, sacrificio.
A un certo punto ci sono cose che sono discrete (non più continue) e richiedono un salto, quel salto produce un prezzo, un sintomo. Se io so che non potrò mai veramente rispondere a quello che l’altro mi sta chiedendo, sono già avanti.
Non si tratta di dar da mangiare agli affamati…sotto ogni domanda c’è una domanda d’amore e proprio per questo non c’è risposta….nell’amore non si da quello che si ha…questo è il counselling, anche lui come conduttore non può dare amore, saggezza, passione e questo lui lo sa e dobbiamo saperlo anche noi.
In quella domanda c’è il “resto”, in quel “passami l’acqua! c’è un’altra domanda che non sarà mai soddisfatta fino in fondo.
Lavoro del counsellor: avere le orecchie per ascoltare e la lingua per parlare. Dobbiamo imparare a dire le cose e dobbiamo imparare a rispondere ma non si tratta di rispondere alla domanda ma solo di “portare il bicchiere”, non è il bisogno in sé che è fondamentale ma è la domanda e la risposta.
Il “cerimoniale” è prendere in conto la domanda dell’altro e non il bisogno.
Nelle artiteriapie il cuore è il modo di rispondere alla domanda dell’altro nella maniera più attenta possibile.
Se uno chiede qualcosa noi come counsellor siamo li! Devo avere le orecchie per capire e devo vedere in che modo rispondere. Devo sintonizzare le onde in ascolto e poi il bel dire.
Non si tratta di “dare pagnotte”, si tratta di “imbandire la tavola”, mettere amore nel cucinare un uovo sodo!
Non si può! Né sul piano dell’esperienza, né sul piano della “pagnotta”, né della conoscenza…il counsellor non può rispondere e neanche può rispondere, neanche il corso può rispondere alla nostra domanda perché in ognuno c’è il “resto” e si tratta di capire quell’altro. Si tratta di vedere lo scarto della domanda di ognuno. La questione è come ognuno arriva a dire quella cosa lì a cui l’altro non può rispondere. Anzi più ognuno pensa di ricevere dall’altro più si tarpa la domanda e allora viene fuori il sintomo.
Il sintomo è quella cosa particolare di ognuno (il chiodo) che diventa il limite che fa ostacolo (eppure lì c’è la mia verità!!). Nel sintomo c’è la propria verità e questione, si mette di mezzo e fa ostacolo ma un passo in qua e diventa un punto di forza.
Nella PNL per condurre i gruppi bisogna seguire alcune regole e allora se uno è corrucciato, a un livello è sintomo, a un altro può diventare uno stile. Si tratta di trovare questo bilanciamento della propria questione.
L’isterico la domanda la fa col corpo. C’è un “al di là” e un “al di qua”. C’è altro in quello che io domando. Dove lo vedo? Nella cura, nel cerimoniale! In fondo l’arteterapia è un’arte giapponese. E’ un modo di confezionare, è una cura, un modo di rivestire il vuoto. Perché quell’”altro” è il niente. Il bambino che vuole il latte della mamma non vuole solo il latte…Bisogna costruire una cerimonia del tè intorno a quella domanda. Bisogna formarsi e costruire un cerimoniale intorno alle piccole cose che la persona ci porta.
ESERCIZIO 1
1. Camminare liberamente nello spazio;
2. rallentare sempre di più facendo attenzione ai piedi;
3. si riprende a camminare facendo attenzione ai piedi;
4. accentuazione del movimento dei piedi come se ognuno fosse un clown;
5. imitazione della camminata “accentuata” degli altri;
6. pensare a una storia, a una biografia dei piedi e raccontarla (senza psicologismi ma con dei fatti);
7. concentrare l’attenzione sulla testa, sul modo di tenerla mentre si cammina, immaginare una storia e poi racontarla;
8. muovere le braccia, notare il modo di muovere le braccia mentre si cammina, immaginare una storia e raccontarla;
9. mettere insieme in un personaggio le diverse evocazioni raccontando una storia.
ESERCIZIO 2
Possiamo usare questi stimoli delle parti del corpo per fare un’autobiografia: la storia del mio corpo, le vicende anche mediche del mio corpo. Se dovessimo scrivere un’autobiografia a partire dal proprio corpo….gli eventi di corpo.. legati al corpo (es. il 1° ricordo del corpo…) in una o 2 pagine.
ESERCIZI 3 (ATTIVAZIONE)
1. Camminare come nella scherma;
2. piccoli passi prima in un senso e poi nell’altro;
3. saltare come se ci fosse un’asta laterale con le 2 gambe che vanno dalla stessa parte, poi cammino come Arlecchino;
4. movimento laterale come nel gioco del calcio;
5. avanti e indietro senza muovere il bacino;
6. tenere le mani unite nelle palme con il palmo destro che combacia con la parte interna della mano sinistra e camminare con la gamba destra che si muove a destra e batte il piede per terra e così la gamba sinistra (movimento del lottatore di sumo).
ESERCIZIO 4
1. Camminare sulle punte, sui talloni, sull’esterno, all’interno, piatti, punte molleggiate, con le gambe a destra e a sinistra che arrivano fino alle spalle;
2. dialogo di camminata: 2 persone, una di fronte all’altra, parte la prima e l’altra risponde, poi un po’ più nel continuo sempre con i piedi e con tempi da uno a 8.
Non si può rispondere mai esattamente al desiderio, “adesso basta” ma rimango in relazione e non me ne vado definitivamente. Anche nell’amore so che non riuscirò mai a soddisfare veramente l’altro ma rimango lì e allora la cosa si trasforma e diventa un gioco, gratuito, di amore, do quello che non ho ed entro in contatto.
ESERCIZIO DI DIALAGO (R. E S.)
Insight di R.
S. era svogliata, io cercavo di entrare in contatto con lei ma non ne voleva sapere e io non riuscivo veramente a rispondere a quella domanda e pian piano non riuscivo, provando e riprovando a trovare la strada, finché ho detto basta e non mi sono più preoccupato di prenderla, rispecchiarmi, entrare in sintonia; il rapporto, proprio perché non ce ne siamo andati (siamo rimasti in relazione), si è trasformato in un gioco a 2.
Il vero gioco implica un contatto, un incontro e avviene su una destituzione, non so che cosa vuoi ma ci sono/ci siamo. E’ come il bambino e la mamma, il bimbo vuole che al di là di tutto la mamma ci sia, non è il latte che ti chiedo, ti chiedo quel “al di là” che è il “niente”. Come faccio a sapere che la barzelletta è finita? Quando mi fa ridere! C’è un cortocircuito con la risata dell’altro e la mia soddisfazione di aver fatto ridere.
Drammaturgia sociale
Non è autoriale ed è con fasce sociali particolari. Scrittura collettiva. Nei lavori di gruppo quando si lavora con la narrazione si lavora con i materiali del gruppo stesso. Con Shakespeare invece si fa un lavoro di rappresentazione di un testo.
Modi diversi di lavorare su un linguaggio scenico-teatrale. Nel ‘900 si lavorò con elementi scenici senza testo, fu creato un teatro a partire dallo spazio e non dal testo (Gordon Craig), spazio non significa scena ma spazio fisico, luce e questo vuol dire che se voglio costruire una scena lo faccio manipolando non i significati letterari ma i significanti scenici. Craig si rompe la testa nella manipolazione dello spazio, il monologo di Amleto lo fa ad esempio in uno spazio in movimento dove una macchina scenica chiude lo spazio. Meyercold per esempio per fare in modo che gli attori facessero i bambini mette oggetti sovradimensionati. Meyercold oggettivizza gli stati psicologici non solo in termini di azione fisica (biomeccanica) ma soprattutto trasferendole nelle cose stesse.
Come il teatro può fare a meno degli attori? Con il trasferimento del contenuto espressivo/emotivo non solo nell’azione dell’attore ma anche nelle cose.
Si può quindi scrivere il teatro a partire dai linguaggi scenici e non letterari: spazio, luce, azione fisica, musica (non accompagna ma è un “personaggio”), oggetti di scena.
Si possono scrivere le azioni, lo spazio, la luce, gli oggetti. Con questi elementi si compone una narrazione. L’importante è che non sia ridotta a una scrittura letteraria.
Scrittura scenica
La drammaturgia sociale ha finalità sociale e si applica in contesti sociali, non è autoriale ma collettiva.
Come si fa a scrivere in 10, 15 persone un prodotto? Ci sono problemi specifici: 1°, non solo scrittura letteraria, 2°, qualcosa di creativo, 3° persone che non si sono scelte tra loro.
Non è scontato! Come nella collettività cercheremo di produrre qualcosa di condiviso e significativo.
Un modo veloce è tenere conto dell’identità del gruppo e in base a quella il conduttore orienta su certe questioni finchè non si possono aggregare intorno a un nucleo o a del materiale preesistente. Lavorando su linguaggi scenici la maggior parte sarà su linguaggi diversi da quelli letterari: improvvisazioni, spazio, oggetti, ecc..
Nella prima fase il conduttore deve fare il distillatore – conduttore – coordinatore – testimone – orientatore.
L’improvvisazione ha 2 scopi: rivelativo e creativo.
La cosa difficile è fissare e trasmettere un testo. Si può fissare con un testo, con schizzi e con foto e video. L’improvvisazione la riprendo e la riprovo finchè non diventa un frame (una partitura).
ESERCIZIO DI SCRITTURA SCENICA
Come elaborare, fissare e trasmettere tutto questo?
Partendo da uno stimolo (nuclei narrativi/tematici) – lavoro e fioritura. Come scrivere questo piccolo testo?
2 sottogruppi di scrittura scenica che partono da uno stimolo dato, facendo risuonare materiali personali (corpo, ecc.), creatività (evocative, significative per noi e altri), diversi linguaggi, montaggio e trasmissione.
La creatività e il montaggio sono simili, si basano su 2 principi: intenzione e concatenazione (montaggio). Regola di concatenazione: uno dietro all’altro per combinazione e sostituzione (mi sento un cesso!!). Gli elementi sono da accostare o sostituire nel montaggio.
Parole, schemi, appunti, note musicali, riferimenti e immagini.
Il racconto di Eco è il punto di partenza del 1° sottogruppo.
Difficoltà di lavorare in gruppo con la drammaturgia sociale.
In ogni cosa ci può essere un valore, al di là della genialità/creatività. C’è sempre una certa estetica. Bisogna sforzarsi di dare valore e superare la frustrazione di dare valore a qualcosa di piccolo o apparentemente insignificante. La cerimonia di tè si fa anche con un tè di qualità normale o scadente.
Ogni componente del gruppo deve portare avanti quello a cui si sente più affine. La costruzione della partitura può essere un processo creativo.
Come usare gli elementi delle artiterapie per fare un lavoro di counsellor, un lavoro sociale, per sostenere una relazione d’aiuto?
Il counsellor deve imparare a prendere posizione nel senso di stare lì, sapere di non stare a rispondere a una domanda, sapere di stare in contatto con il proprio desiderio ma non al punto da soverchiare l’altro. Nell’arteterapia si insiste sul processo e non sul prodotto.
Cesare Pavese: poesia-racconto, corpo, metonimia e scansione, respirazione del pensiero, “Il Dio Caprone” e “Pensieri di Dina”.
Esercizio di dialogo con i piedi
Con una quinta bassa che lascia vedere solo i piedi e le caviglie, 2 persone che dialogano con i piedi partendo da uno stimolo musicale.
Esercizio con il corpo
- Toccare il corpo proprio e poi degli altri.
- Un quarto di giro, un mezzo giro e poi un giro intero del corpo partendo dalla testa.
- Camminate varie.
- I piedi sulle gambe con passi avanti.
mercoledì 17 settembre 2008
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