sabato 26 gennaio 2008

E’ davvero strano come funzioniamo, come la nostra mente lavora, si stratifichi, sia potente da fare quasi paura, si annebbi per poi tornare totalmente ed improvvisamente limpida.
Scrivendo questo mi salta subito agli occhi una similitudine riferita al lavoro di counseller che stiamo facendo e di terapia che da tanti anni porto avanti.
Basta una parola, un silenzio, un gesto perché dentro di noi si crei un vortice tanto positivo quanto doloroso e drammatico da travolgere totalmente la nostra conoscenza.
Ogni volta che ci vediamo a Roma gia durante il viaggio di ritorno, scrivo, ordino, concateno, penso con una facilità impressionante. Tengo un quaderno delle “mie riconfigurazioni” (per usare un termine comune a tutti), ma non ho mai pensato di condividere ciò che scrivo con qualcuno.
Metto nel blog i miei appunti perché per me è un lavoro davvero necessario e se può essere d’aiuto a qualcun altro, mi fa piacere. Ma il vero lavoro essenziale per me è questo: mettere in parole ciò che mi ha fatto risuonare il gruppo. Oggi ho deciso di metterlo nel blog per superare un mio “limite” in questo caso quello di osare nel fare una cosa che potrebbe essere ritenuta inopportuna. Ma Michele mi ha insegnato che ogni giorno possiamo appena appena superare il nostro limite. Per me condividere ciò è una difficoltà enorme perché sfiora il mio senso di inadeguatezza e di inopportunità che ho spesso, ma sento soprattutto rispetto a persona a cui sono fortemente legata. Per cui se lo consente l’AUTORITA’ (questa volta Michele), ci provo.
Una semplice emozione, “il divertimento” provato durante il lavoro di gruppo messo a confronto ad altre emozioni, come la paura legata ad altre attività gruppali con persone diverse Questo confronto fa rimbalzare in me la paura del conflitto, dell’entrare in possibile rotta di collisione con altri, di provare rabbia che è di per se per me devastante perché, quando esprimo l’aggressività, sono molto dura, tagliente e tutto ciò che consegue allo scontro, mi addolora sia fisicamente che psicologicamente. E’ come se esplodesse un vulcano che non lascia possibilità di confronto. E’ raro vedermi arrabbiata perché provo in tutti i modi di capire perché l’altro si è comportato in quel modo e arrivo quasi sempre a giustificarlo, ma se il legame fra me e il “nemico” (in quel momento lo diventa perché è un possibile avversario, quello che può ferire me o una persona a me cara) è molto forte, non ho remore e divento un’altra. Arrabbiarmi per me vuol dire non riconoscermi, non apprezzarmi, odiarmi quasi perché ho ceduto all’aggressività. Allora la scelta frequente di diventare trasparente, di non voler disturbare. Tutto questo anche se nel conflitto non sono l’attrice ma la spettatrice. E queste riflessioni mi fanno risuonare ricordi di Marcella bambina: davanti ai litigi fra fratelli, fra madre e figli si richiudeva in se stessa e spariva prima fisicamente nascondendosi in camera poi isolandosi o presenziando al conflitto in modo indifferente magari cantando, suonando la chitarra che portava calma e serenità almeno apparente. Ancora più forte mi risuona Marcella scolara che mentre veniva rimproverata e umiliata ingiustamente dalla maestra, si faceva piccola e scompariva nell’ultimo banco a succhiarsi il dito per poi tornare a casa e continuare la sua vita come se niente fosse successo, senza un ricordo di rabbia, di paura, ma solo un profondo e lacerante senso di solitudine che ancora tante volte mi accompagna quando non mi sento compresa dalla famiglia di origine o a lavoro.
A sei anni la prima grande fuga fuori casa….non credo che ci siano tanti bambini nati negli anni sessanta che abbiano fatto tante attività extrascolastiche come me: pur di non star là, pur di non pensare, sentire l’angoscia, la solitudine e certamente la rabbia che io non ricordo assolutamente se non a 17 anni. Da sei anni ho intrapreso tante attività che mi “costringevano” a stare l’intera giornata lontano dalla famiglia. Non avendo punti di riferimento affettivi che potevano ridarmi indietro un immagine positiva di me come figlia, scolara, nipote ecc….ho dovuto impegnarmi sempre allo sfinimento in tutto ciò che intraprendevo fuori. Avevo amici per i quali avrei dato la vita e mi facevano sentire importante, unica, essenziale. Nello sport eccellevo, agli scout animavo tutto il gruppo con mille attività e dedicandomi totalmente agli altri perché solo così mi sentivo positiva. Poi il salto alle scuole medie: studio con impegno e determinazione raggiungendo risultati ottimi tanto da sentirmi per la prima volta “intelligente”. Ma la famiglia è troppo distratta da malattie, lutti, problemi di anoressia dei fratelli più piccoli: Marcella non ha più bisogno di loro. I conflitti l’annientano: non vuole crearne per non disturbare e per paura di perdere l’affetto conquistato “con totale diligenza e impegno”. Ma non è lo scontro familiare che la turba perché da li ormai è fuori da tanto; sono quelli fra i suoi amici che la spaventano, l’annientano. Quando si accendono gelosia, dinamiche violente, sta fuori, non vuole perdere, ha paura dell’abbandono e quindi se da un lato in famiglia deve dare il massimo anche se nessuno se né accorge per non creare ulteriori problemi nel suo interno, fuori gli altri SONO TUTTO, sono Marcella, quella che capisce tutti, sa ascoltare senza giudicare, è dolce e soprattutto c’è sempre.
La prima volta che agisco la rabbia, vado via di casa perché la delusione nei confronti di mia madre era stata talmente grossa che l’unica soluzione possibile per non perderla, era andar via con la scusa dell’università. Fuggo da casa senza dire, senza spiegare, con una ragione davvero credibile tanto che solo a quarantanni ho dato le vere giustificazioni al mio atto.
Conflitto= Paura = Rabbia = Paura dell’abbandono = Paura di non piacere = Paura di fare male
Buon lavoro a tutti Marcella

1 commento:

umberto ha detto...

Grazie Marcella. I tuoi apporti al blog sono sempre molto preziosi. Ti abbraccio