lunedì 11 febbraio 2008

13° incontro
02/03/2008. Oliviero Rossi
Esiste una differenza netta fra avere delle aspettative e volere qualcosa. Quando si introduce un incontro di counselling o si inizia un lavoro con un cliente, è fondamentale che al C. sia chiaro questo perché non si creino false speranze. Mentre l’aspettativa è un desiderio passivo, la volontà mette in gioco azioni congruenti con quello che uno vuole. L’aspettativa è chiusura dentro se e porta spesso alla delusione; il C deve favorire il volere del cliente e far in modo che quest’ultimo metta in gioco azioni congruenti raggiungimento dell’obiettivo.
In pratica il C
1 Ascolta la domanda del cliente
2 Ridefinisce l’aspettativa facendola diventare volontà del U eliminando la sua deresponsabilizzazione
3 Facilita il processo di ricerca fino ad arrivare a contattare qualcosa che dipende dal cliente
Inoltre C deve restare nell’ambito della domanda del cliente senza allargare il campo di azione mantenendo il focus dell’intervento; lavora affinchè la resiliènza dell’U cioè la sua capacità di resistere ad eventi improvvisi senza crollare nella patologia incrementando quindi la sua soglia alla frustrazione, alle crisi, al dolore affinché possa convivere in modo attivo con la situazione che si è trovato ad affrontare.
Il C deve rimettere in moto le funzionalità del cliente gia in suo possesso, quelle stesse che e lo portano ad essere organismo attivo nella propria vita e nel proprio mondo.
Il cliente conosce sia il suo problema che le soluzioni; spesso il C si trova davanti ad un problema di deresponsabilizzazione delle risorse attive dell’U e deve far capire a lui che
SE NON METTE LE SUE RISORSE IN UNA RELAZIONE FUNZIONALE COL MONDO E’ DIFFICILE CHE IL MONDO GLI APRA LE BRACCIA.
Sono tre i perni essenziali nel processo di counselling:
1. la presenza
2. la responsabilità
3. la consapevolezza
tre elementi che sfumano uno sull’altro, ma che devono essere della stessa ampiezza (una buona metafora è quella di uno sgabello, il quale, per essere funzionale, deve avere tre piedi della stessa altezza).
1. Un organismo è vivo se è nel mondo e solo il fatto che un cliente sia davanti al C, significa essere presenti anche senza parlare; infatti il C può osservare nell’U il suo modo di respirare, il suo modo di sedersi, le sue posture in generale. Il C deve avere chiaro che gia solo il trovarsi davanti al cliente contiene tutti gli elementi della relazione; può lavorare sul qui e ora basandosi solo sulla presenza (che significato ha il tuo mordicchiarti le labbra? Che senso dai al tuo modo di tener le gambe in quel modo?).
Cosa emerge in figura nella relazione iniziale fra un C ed un cliente? E’ essenziale che il C si ponga sempre questa domanda.
Può emergere che quest’ultimo ha difficoltà a chiedere ( chiedere significa aver bisogno di qualcosa, ma se chiedi, rischi di non ricevere e quindi di restare deluso, incompreso, solo), o ancora ha delle aspettative verso il counsellor invece che voleri propri. Il C deve vedere l’OVVIO che il cliente non riesce a focalizzare; quando il C porta in figure l OVVIO, l’U può vederlo.

GIOCO
Ci si divide in due o tre gruppi i quali devono inventarsi una rappresentazione didattica di una relazione C/U che si è verificata all’inizio dell’incontro tenendo conto dei tre punti fondamentali: presenza, responsabilità e consapevolezza.
Giro di sentimenti e risonanze personali.

GIOCO
Esercitazione. Uno di noi svolge il ruolo di counsellor e un altro di cliente.
Riporto un frammento di esercitazione:
C- Come mai ti sei offerto a lavorare?
U- Perché normalmente non mi espongo.
C- Oggi quindi senti che c’è qualcosa di nuovo?
U- Sono più sereno.
In questo esempio si vede come il C si ferma esattamente su quello che c’è esattamente ora nella relazione; utilizza il QUI E ORA.
C- Ora come ti senti?
U- Bene anche se sento il cuore che batte forte, ma mi sento sufficientemente tranquillo. Un po’ imbarazzato rispetto a tutti loro che mi stanno intorno.
C- Come mai ti preoccupi tanto della presenza degli altri e non ti relazioni solo con me?
U- Perché non è normale parlare dei fatti propri davanti a tanta gente.
C- Ma io sono così poco interessante?
U- Anzi lo sei troppo.
C- Che effetto vuoi fare su di me?
U- Ma più che altro vorrei fare effetto su di me.
C- Sei venuto tu a chiedere aiuto!
U- Si, forse vorrei che qualcuno mi ascoltasse.
C- Cosa vuoi dirmi?
L’attenzione del counsellor deve essere viva rispetto alle posture, ai movimenti del cliente; si deve chiedere se è stato lui a portare un cambiamento nell’atteggiamento o nella posizione dell’U.
C- Come ti senti ora?
U- Schizzato!
C- Cosa ti fa risuonare della tua infanzia questa sensazione, questa emozione?

C- Cosa stai scrivendo?
U- Niente, ho disegnato una T.
C- Un segno così a me fa ricordare un ombrello. A te cosa ti riporta alla mente?
U- ma…una linea troncata…
C- Da cosa questa linea è stata troncata?
U- Dalle regole, dalle aspettative, dalla presunzione
C- E invece tu chi sei?
U- Una persona confusa, che sino a poco tempo fa non sapeva cosa voleva.

Ancora continua attenzione alle posture, come si protende o si allontana l’U. Il C monitorizza le sue sensazioni ed emozioni, cerca di capire se è accogliente, se c’è intimità fra lui e il cliente ecc…
Terminato il colloquio, entrambi gli attori del role play riferiscono al gruppo come si sentono ora, mentre il gruppo cerca di estrarre dal lavoro appena visto dei dati importanti nel condurre una seduta di counselling.
1 Fare molto attenzione alla relazione
2 Invitare spesso il cliente a riferire cosa sta provando
3 Ascoltare e osservare in ogni suo particolare l’U facendosi condurre dall’onda
4 Accettare di non sapere dove si sta parando
5 Chiedere al cliente il motivo per cui fa una determinata cosa (movimento, postura, silenzi,
respiro ecc…)
6 Aggiungere alla narrazione dell’U un senso di sorpresa, di novità che possa portare delle
riconfigurazioni ottimali per il cliente. In qualche modo tentare di fargli vedere qualcosa
che prima non vedeva (a me questo cosa evoca ciò; a te che effetto fa?).

Visione del film “Confidenza troppo intima”
Partendo dagli errori del “counsellor fiscale”, si delineano i punti fondamentali di un buon lavoro.
1. costruire un setting preciso con soldi, luogo, orari ecc…
2. non anticipare vissuti emotivi dell’U
3. non porsi come onnipotente
4. limiti precisi alla relazione altrimenti si può sforare in altro che non è utili al cliente
5. il problema dell’U deve avere una soluzione
6. fare perno sulle risorse del cliente non buttando via tutto, creando altre possibilità
Uno di noi massaggia un collega; contemporaneamente si sottolinea l’importanza del fatto che il C sia comodo quando lavora: deve sentirsi bene anche a livello psicologico per cui se non si trova con un U, è meglio che lo invii ad altri. Se il C si ascolta, può prendersi tutto ciò che gli è necessario per star meglio.

GIOCO
Si formano dei gruppi di 4 persone. Due iniziano a fare role play, uno sarà il C e l’altro l’U; quest’ultimo interpreta un cliente che ha un problema emerso nella visione del film senza riferire al gruppo di cosa parlerà. Il C cerca di utilizzare tutte le indicazioni apprese sul counselling. Gli altri due ascoltano non intervenendo mai sino a quando la seduta si è conclusa. Ogni C ha 15’ di tempo; se termina prima, deve chiedersi e raccontare al gruppo cosa non si è permesso di chiedere. Terminato, il cliente riferisce cosa si è preso di positivo dai 15’ di colloquio. “Mi sono accorta che…..”. Per ultimo, i due spettatori sottolineano al C un passaggio che lui ha ritenuto particolarmente efficace e, al contrario, cosa avrebbe maggiormente analizzato se fosse stato lui a condurre il colloquio.
Una volta fatte tutte le osservazioni, chi era cliente, diventa counsellor e un terzo componente del gruppo farà il paziente; si procede così sino a quando tutti e 4 avranno svolto entrambi i ruoli. Il problema proposto deve essere sempre lo stesso.

marcella

1 commento:

madavvero ha detto...

Grazie Marcella, i tuoi appunti mi sono sempre molto utili per migliorami e rendermi conto di quello che ho fatto nella docenza.
Buon lavoro
Oliviero